Contagio virtuoso

Nell’attuale situazione socio-economico-politica di grande instabilità a livello nazionale ed internazionale, mi chiedo come sia possibile parlare ancora di diritti dei cittadini, di tutela, di creazione di posti di lavoro e di futuro, senza tuttavia farsi un esame di coscienza per provare almeno a capire dove i nostri stessi comportamenti privati ci stanno portando e quanto questi comportamenti siano complici delle politiche di cui invece ci sentiamo vittime e che accusiamo.
Ci si lamenta della chiusura delle fabbriche italiane e poi si va nei negozi cinesi a comprare abbigliamento ed oggettistica provenienti da industrie che non osservano controlli né sulle politiche del lavoro né su quelle dell’ambiente. E soprattutto si fa tanto parlare di agroalimentare italiano di qualità per poi riempire le borse della spesa di prodotti esteri e senza neanche leggere l’etichetta. Io credo davvero che soffermarci sul nostro comportamento alimentare possa essere una chiave di lettura per capire la posizione che ciascuno di noi prende dinnanzi al mondo ed alla vita. E’ più facile di quello che può sembrare: il collegamento fra comportamento privato e collettività è già noto ed applicandolo al comportamento alimentare scopriremo un legame diretto fra cibo e cultura.
Come posso protestare per i miei diritti di lavoratore, ad esempio, se acquisto cibo industriale a basso costo la cui produzione si fonda sullo sfruttamento di lavoratori come me? Come posso scandalizzarmi di fronte agli allevamenti di animali da pelliccia e poi cibarmi di animali da allevamento intensivo che vengono cresciuti in condizioni aberranti, esattamente come quelli da pelliccia?
Come posso condannare la caccia quando scelgo di nutrirmi di bistecche che percepisco come merci e non come parti di un essere vivente che fino a pocanzi era, appunto, vivo?
Perché acquistare prodotti agroalimentari provenienti da paesi in via di sviluppo sapendo che lì ancora si usa spargere pesticidi pericolosi senza neanche curarsi di farlo quando i lavoratori delle piantagioni non siano presenti?
Perché mangiare abitualmente prodotti esotici per il cui trasporto si aggraverà la già difficile situazione ambientale? Perché scegliere frutta e verdura fuori-stagione per la cui coltivazione è necessario il riscaldamento delle serre incidendo ancora una volta su inquinamento atmosferico e riscaldamento globale?
Perché criticare le politiche poco ambientalistiche dei nostri governi se noi stessi non ci curiamo di ciò che viene buttato nella terra per coltivare il cibo che acquistiamo?
Viene naturale chiedersi per quale motivo l’uomo non sia in grado di scegliere un prodotto di stagione rispetto ad una primizia, o un prodotto del commercio equosolidale rispetto ad uno che nasconde lo sfruttamento dei lavoratori.
Di conseguenza viene naturale chiedersi se l’uomo del post-capitalismo viva in un contesto talmente alienante da renderlo cieco di fronte a problematiche reali e che dovrebbe percepire come tangibili, con le quali dovrebbe confrontarsi ogni giorno; è come se fosse svincolato da quel tutto che invece esiste: un tutto che è fatto di persone che non possono prescindere le une dalle altre, che non possono prescindere dall’ambiente.
Mi chiedo se queste contraddizioni siano tipiche dell’uomo in ogni tempo ed in ogni cultura o se invece il capitalismo che ha come unica regola il profitto ci ha trasformati tutti in individui non pensanti e soprattutto slegati l’uno dall’altro.
Forse quello che dovremmo capire, se non sapere già dentro di noi, è che siamo tutti collegati, è che c’è un filo che ci unisce e che può portarci dentro un circolo virtuoso oppure vizioso a seconda di cio’ che noi stessi scegliamo.
Io ostinatamente continuo a credere in un mondo in cui il cibo, elemento comune a tutte le culture del Globo, possa essere portatore di una felicità personale a patto che passi per una felicità collettiva in virtù della quale ognuno deve essere consapevole delle proprie scelte quotidiane: questo potrebbe essere un mondo che unisce i popoli invece di dividerli.
E a chi voglia darmi dell’illusa o della sognatrice rispondo con una frase della psicoanalista romana Maria Rita Conrado che ho la fortuna di avere per sorella: “Oggi non possiamo che, uno per uno, farci portatori di un desiderio che non sia né debole né qualunquista. Non possiamo più fare riferimento a grandi ideali e raccoglierci sotto le loro insegne. Siamo soli, ma se cavalchiamo con etica il desiderio che ci muove possiamo diventare contagiosi.”. Ecco, che inizi il contagio.
Maria Luisa Conrado

