Vadiaperti e la sfida irpina alla Coda di Volpe

Era ormai già quasi buio quando siamo arrivati da Raffaele Troisi a Vadiaperti. Le foto sono state per questo motivo leggermente ritoccate, alla meglio, per evitarne l’indecifrabilità più totale. Siamo a Montefredane, sulla strada parallela a quella di Antoine Gaita di Villa Diamante e a circa 300 metri in linea d’aria da Sabino Loffredo di Pietracupa, che è sull’altro versante della collina. Eppure sarà che si è fatto sera e che la temperatura ha rinfrescato, sembra faccia molto più freddo. Sicuramente la maggiore esposizione alle correnti contribuisce a irrigidire ulteriormente le condizioni climatiche. Il nome della cantina, del resto, non nasce per caso. Siamo in corrispondenza di un vero e proprio valico di passaggio sulle vecchie rotte della transumanza. Era il 1984 quando il padre, il “Professor” Antonio, cominciò a imbottigliare in proprio. Un pioniere (si tratta della terza azienda, in ordine cronologico, fondata in Irpinia) in una zona dove era abitudine consolidata quella di conferire l’uva ad un unico grande soggetto praticamente monopolista.

Raffaele, oltre a farci degustare i suoi bianchi 2005 e 2004 già imbottigliati, ha voluto guidarci attraverso le vasche d’acciaio della sua cantina per introdurci all’ultima difficile vendemmia: la 2006. Una vendemmia resa problematica a causa di una tremenda grandinata che colpì i vigneti della zona proprio mentre si avvicinava il momento della raccolta dei grappoli. Risultato: drastica riduzione del raccolto ma qualità decisamente superiore delle uve salvate alle intemperie. In particolare gli assaggi hanno mostrato come i vini ricavati dalle vigne più vecchie ancora con il vecchio sistema a tendone mostrino un carattere minerale e territoriale palesemente più marcato rispetto agli impianti più recenti, a spalliera. Raffaele ritiene infatti che il sistema di allevamento non dia di per sé alcuna garanzia in merito alla migliore o minore qualità delle uve. Ogni tecnica di coltivazione così come il sesto d’impianto assumono una loro valenza specifica a seconda delle diverse condizioni pedo-climatiche. Microclimi solo apparentemente simili posso dare risultati completamente diversi. Ecco, dunque, la coda di volpe proveniente dalla vigna più vecchia, e ancora condotta a tendone, regalare una prestazione di inaspettata e straordinaria verve minerale. Ecco proporci nel bicchiere due Fiano, provenienti da due cru, che offrono un profilo profondamente diverso a seconda del sistema d’allevamento impiegato. Infine il Greco, proveniente dalle piante più anziane sempre allevate seguendo l’antico metodo a tendone, ci regala un bianco dall’acidità spettacolare che rifiuta di fare la malolattica e Raffaele lo asseconda per poter realizzare un vino in grado di affrontare un lungo invecchiamento. Troisi promette una riserva e spiega che un vino del genere si spiega anche attraverso la cucina locale. Sul posto, infatti, si pratica una cucina tradizionalmente legata al consumo del maiale ed un bianco da potersi abbinare ad un filetto di porco sapientemente saltato in padella con le papaccelle ha da essere strutturato, sapido, acido e persistente. Il Greco di Tufo è sicuramente l’uva bianca più indicata per interpretare una siffatta tipologia.
Dopo aver testato la nuova annata ed averne tratto qualche indicazione di massima ci rifugiamo all’interno della casa dove sul tavolo ci sono già alcune bottiglie aperte nei giorni precedenti. Coda di Volpe, Fiano di Avellino e Greco di Tufo sia 2005 che 2004. In questo modo, tenuto conto degli assaggi effettuati dalla vasca del 2006, avremo alla fine della nostra degustazione una mini verticale di tre anni più che significativa per farsi un’idea dello stile di produzione aziendale. Vadiaperti produce anche rossi. Le vigne di proprietà sono tutte vocate alla produzione bianchista, sulla quale in questo momento Raffaele sembra voler concentrare i suoi sforzi, e dalle quali sta ricevendo le maggiori soddisfazioni.

I bianchi aziendali si caratterizzano innanzitutto per un filo conduttore che è la spiccata e peculiare mineralità espressa al palato attraverso acidità molto elevate e una sapidità non comune, caratteristiche entrambe palesemente e nitidamente percepibili. Si prestano quindi molto bene all’invecchiamento come ha dimostrato una recente e storica verticale del suo Fiano d’Avellino e che si ripeterà in primavera sul Greco. L’altra faccia della medaglia è rappresentata da una certa chiusura, nei primi mesi che seguono l’imbottigliamento, che li rende ostici e scontrosi ai palati meno smaliziati. Da qui l’idea sempre più concreta di Raffaele, a partire dal Greco 2006, di produrre una duplice versione: un’etichetta base, più pronta e fruibile da subito, e una “riserva” da medio-lungo invecchiamento.

Ci siamo. I bicchieri inziano a roteare vorticosamente. Nella sala il silenzio di tutti noi è rotto dalle parole di Raffaele che continua a fornirci il maggior numero possibile di dati e informazioni riguardanti i suoi vini. Circa 7 ettari di vigna e 80.000 bottiglie prodotte. Raffaele, laurato in chimica, è anche l’enologo dell’azienda. La vocazione di Vadiaperti è essenzialmente bianchista anche se il produttore vinifica da sempre l’aglianico proveniente da vigneti di altri comuni nell’area di Taurasi. Etichetta quest’ultima con la quale, fino ad oggi, non si è ancora confrontato in attesa della vendemmia giusta per poter offrire un prodotto degno di questa illustre denominazione.

La Coda di Volpe nella foto è la 2005. Elogi e riconoscimenti quasi unanimi hanno da sempre accompagnato le uscite di questa etichetta, spesso premiata per l’ottimo rapporto qualità-prezzo. Eppure è nata quasi per sfida. Raffaele l’aveva voluta anche andando contro la diffidenza e le perplessità del padre. Oggi quella di Vadiaperti si può considerare una delle più riuscite se non la migliore interpretazione di sempre di questo vitigno. Un’uva non particolarmente entusiasmante perché dotata di poco nerbo e quindi sistematicamente sottovalutata. Un bianco considerato da consumarsi velocemente dopo la vendemmia. Così nascono, molto spesso, alcune delle prevedibili versioni tutto frutto del beneventano e di altre denominazioni campane. Quella di Vadiaperti punta, invece, decisa sulla mineralità, lo fa senza compromessi. Il frutto è marginale. La 2005 mi aveva fatto gridare, prima dell’estate, finalmente ad un bianco campano miracolosamente paragonabile ad un riesling del Palatinato. Il riassaggio di oggi conferma le positive vibrazioni di allora. Ma ancor più stupefacente la 2004 che mostra una freschezza addirittura maggiore del millesimo più recente. Un’inaspettata sferzata di acidità viperina senza forse però la stessa sapidità e persistenza.

Il Greco di Tufo 2005 è ancora un bimbo in fasce: giovanissimo, chiuso e difficile da decifrare. Dobbiamo aspettarlo ancora qualche settimana, qualche mese forse. Il 2004 sembra aver sofferto le generose rese dell’annata pur confermando un carattere tendenzialmente rigoroso e austero. Il 2006, come già più volte accennato, sarà probabilmente l’anno della svolta. Aspetto con ansia di acquistare e riassaggiare una volta in bottiglia la famosa “riserva” se mai vedrà la luce. Il greco di Vadiaperti sarà probabilmente oggetto di una degustazione aziendale che si terrà in primavera e che si preannuncia voler bissare il successo dello scorso anno ottenuto grazie ad una storica quanto incredibile verticale del suo fiano.

Il Fiano 2005 è, sicuramente, uno dei campioni più rappresentativi e qualitativamente più significativi di questa difficilissima annata. Penso che come questo solo pochi: il Cupo di Pietracupa, Guido Marsella ed il Vigna della Congregazione di Villa Diamante. Neanche a farlo apposta due su tre sono i suoi vicini di vigna. Faccio autocritica e penso a quanto fosse stato, ingiustamente, criticato la scorsa primavera (anche dal sottoscritto sia ben chiaro) in occasione dell’anteprima Bianchirpinia. Il millesimo 2004, una vendemmia – sulla carta – molto meno complicata da gestire, riesce a malapena a stargli dietro: troppo diverso è il passo e la cifra di questo straordinario 2005. Il naso è intenso e allo stesso tempo gentile. Si possono respirare fiori e frutta bianca pervasi da una sottile quanto fascinosa nota fumé tipica del terroir di Montefredane. C’è una mineralità dolce e gessosa, elegante e raffinata che pervade e rischiara ogni sorso. Non esageratamente aggressiva come nel caso di un Greco e non fine a se stessa come nella Coda di Volpe. Giù il cappello.

I calici ormai svuotati sono disponibili per un ultimo, immancabile, riassaggio di quello che ciascuno di noi ha gradito maggiormente. È tempo di fare il bis. Quasi tutti rivogliono il Fiano 2005, io invece mi accontento (si fa per dire) di ripassarmi la Coda di Volpe 2004. Nel frattempo Raffaele impugna dei salamini dal profumo invitante, ultimi ricordi di un maiale ucciso l’anno prima. Di lì a poco ci sarà anche il tempo per sfumacchiare una sigaretta, l’unico o uno dei tanti (chissà) vizi al quale Raffaele non riesce proprio a rinunciare.

È ormai tardi e per alcuni dei mie compagni di ventura è giunto il momento di rientrare a casa. Peccato! Raffaele vorrebbe rimanere lì e continuerebbe a parlarci dei suoi vini ancora per ore. Mi sembra quasi una scortesia dover andar via così improvvisamente… Una buona scusa per ritornare presto a Vadiaperti.
Fabio Cimmino

