Monferace 2018 en primeur: un altro volto del Grignolino è possibile?

I più scaltri avranno già colto una tra le citazioni più note della “fuoriserie” Boris ideata da tre menti a mio avviso geniali quali: Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo e Mattia Torre, quest’ultimo purtroppo scomparso prematuramente nel 2019. Proprio in questi giorni è tornata all’attenzione del grande pubblico la quarta stagione, dopo ben 12 anni dall’ultima. In realtà il titolo di questo articolo rimanda realmente al quesito che mi sono posto dopo aver ricevuto l’invito a presenziare alla seconda edizione di Monferace en primeur, tenutasi lo scorso 10 ottobre presso il Castello di Ponzano situato a Ponzano Monferrato (AL) e organizzata dall’Associazione omonima, nata nel 2016, e guidata dal Presidente Guido Carlo Alleva.
Premetto: sono un grande estimatore del grignolino, aristocratico vitigno autoctono piemontese che da secoli racconta la storia di questa splendida regione italiana e delle sue genti. Generazioni che si sono susseguite e hanno tramandato la cultura del vino legata indissolubilmente alla buona tavola, elementi imprescindibili l’un l’altro; ed è ciò che a mio avviso andrebbe divulgato a 360° anche ai giorni nostri. Ammetto di essere un cultore della sopracitata cultivar e proprio per questo sento la necessità di essere il più imparziale possibile nell’interesse specifico del territorio e della sua crescita.

Quest’uva è nota soprattutto tra le colline monferrine e astigiane, personalmente amo le versioni che subiscono affinamento in solo acciaio. Il grignolino è in grado di donare vini fini, ariosi, eleganti, austeri; termini spesso usati a sproposito ma che in questo caso delineano perfettamente il profilo e il DNA del vitigno. L’affinamento in acciaio non fa che esaltare tali caratteristiche, la totale assenza di un materiale in grado di conferire aromi estranei al vino – come ad esempio il legno – dà la possibilità al territorio di venir fuori in maniera totale, e già a pochi mesi dall’imbottigliamento. Per alcune cultivar è proprio così e questo discorso vale più che per altre, diversi gli esempi concreti: rossese nell’area di Dolceacqua (IM), schiava a Caldaro (BZ), groppello tra le sponde del Lago di Garda e ciliegiolo in Toscana, solo per citare alcuni esempi.
In passato tuttavia mi sono dovuto ricredere riguardo al Grignolino, ricordo che l’assaggio di un’etichetta ormai nota e ai tempi un po’ fuori dagli schemi – proprio per il prolungato affinamento in legno – mi colpì a tal punto da volerne scrivere; è proprio questo bel ricordo che mi ha spinto a voler approfondire Monferace. Tra i tanti obiettivi prefissati dall’Associazione, oggi composta da 12 soci, vi è quello di voler offrire una nuova idea di Grignolino che tuttavia ripercorra la storia dell’aristocratico vitigno Piemontese.

Da sempre coltivato su queste colline tra Casale Monferrato, Alessandria e Asti ha uno spirito nobile e al contempo ribelle. Amato e soprattutto bevuto dai re, nelle corti dei duchi del Monferrato e dei Savoia è una cultivar che rispecchia a fondo il carattere dei monferrini. Caratterizzato da un colore rubino-granato ammaliante e di buona trasparenza, possiede spiccata acidità e tannini protagonisti, soprattutto quand’è giovane. È in grado, inoltre, di tradurre fedelmente le tante peculiarità delle colline dove viene allevato, e a seconda dei vari cru e della diversità dei terreni restituisce sfumature differenti e ben caratterizzate. Questa nobiltà d’animo in realtà è solo un lato della medaglia perché mantiene sempre e comunque uno spirito ribelle, selvatico, libero, testardo se vogliamo; inoltre è un’uva ardua da coltivare, sensibile a diverse malattie della vite, decide sempre e solo lui dove crescere bene e soprattutto dove restituire risultati spesso più che esaltanti: non sono forse queste le migliori uve al mondo? Chi non fosse convinto della mia tesi è pregato di ripercorrere la storia del pinot noir.
Veniamo al progetto Monferace, un vero e proprio sogno che nasce tra colline e castelli del Monferrato. Un Grignolino d’eccellenza che affina per almeno 40 mesi, di cui 24 in botte di legno tra i cosiddetti infernot riconosciuti Patrimonio dell’Unesco. L’associazione è nata nel 2016 per volere di un gruppo di vignaioli ambiziosi, gli stessi che oggigiorno continuano ad amare visceralmente la suddetta cultivar e sognano di ridarle quella dignità del passato che per secoli conquistò le corti italiane ed europee, da re e personaggi illustri. L’idea di voler affinare il vino in legno in realtà è semplicemente un ritorno alle tradizioni del passato, quando i viticoltori di queste storiche colline piemontesi attendevano con pazienza lunghi anni, e un passaggio in botte, prima di offrire il proprio prodotto; l’intento era quello di addomesticare un tannino a quei tempi ancor più mordente per via di annate climaticamente lontane anni luce dagli ultimi millesimi a cui siamo abituati.

Il nome di questa Associazione è alquanto curioso, bisogna riconoscerlo, inizialmente la parola Monferace mi ha fatto pensare a un gioco di parole: Monferrato-verace, in realtà è semplicemente l’antico nome del Monferrato Aleramico, ovvero il territorio identificato nell’area geografica delimitata dai fiumi Po e Tanaro. Una terra che ha origini mitiche e leggende che si perdono nella notte dei tempi. Tra queste una mi ha particolarmente colpito, la riporto integralmente prendendo spunto dal materiale in mio possesso fornito da Monferace: “Intorno al ‘950, l’imperatore Ottone I volle premiare per il suo coraggio un giovane e bellissimo cavaliere, Aleramo. Gli avrebbe concesso tanta terra quanta fosse riuscito a percorrerne in tre giorni e tre notti di cavalcata. Per ferrare i tre cavalli, Aleramo usò un mattone, in dialetto «mun», che unito a «frà», ferrare, diede il nome a quel territorio: Monferrato”.
Percorrendo in lungo e in largo le strade di questo territorio è assai facile incontrare castelli fatiscenti e borghi pittoreschi con torri medievali. Immancabile la Via Francigena, puntellata di antiche pievi romaniche e cappelle votive che conservano sculture e dipinti realizzati tanti secoli fa. Oltre a lanciare sul mercato un vino indubbiamente ambizioso, Monferace insegue un obiettivo chiaro e inequivocabile che funge da motore trainante: far crescere la consapevolezza di essere un territorio unico capace di un’importante accoglienza turistica. L’Unesco ha aiutato molto in tal senso, il Monferrato è la sesta componente del sito, eletto nel 2014, dei Paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.

Non mancano svariate attrazioni turistiche che in parte ho già elencato a cui si aggiunge la poesia dei tanti vigneti, delle chiesette romaniche, casot e infine gli infernot, ovvero cantine sotterranee scavate nell’arenaria, anche chiamata Pietra da Cantoni, antichissima eredità del fondale marino che caratterizzava il Monferrato fra 5,5 e 3 milioni di anni fa, epoca in cui queste terre erano ricoperte dal mare. L’eredità del Pliocene Inferiore è oggi una tra le peculiarità in grado di plasmare notevolmente i vini prodotti tra queste colline. La ricchezza minerale e geologica, unita alle conchiglie e ai resti fossili di coralli, animali marini e balenottere sono certamente un valore aggiunto, ovvero ciò che rende Il vino sapido e il più delle volte longevo; tutto poi dipende dall’annata e dalle mani esperte del produttore s’intende.
I terreni dove viene prodotto il Monferace sono piuttosto compatti e caratterizzati da una componente argillosa, calcarea e limosa; tuttavia ogni collina, cru o vigneto in questione possiede caratteristiche ben precise, un proprio equilibrio che varia da comune a comune. La biodiversità è un altro asso nella manica di queste terre, è molto difficile trovare monocoltura, è assai più facile ammirare una miriade di vigneti uniti a boschi, noccioleti, prati e campi coltivati. Ultimo non certo in ordine di importanza l’ambitissimo tuber magnatum pico, ovvero il tartufo bianco, materia prima piemontese tra le più ambite e richieste al mondo. Esistono vere e proprie vallate tartufigene dove sono protagonisti roveri, pioppi tremuli, salici, olmi e una flora molto varia con migliaia di specie catalogate, alcune rarissime come le orchidee selvatiche. Tra i boschi del Monferrato non mancano fauna selvatica e selvaggina, immersi in un ecosistema ancora parzialmente incontaminato convivono caprioli, volpi, scoiattoli, tassi, ricci, gufi e numerose altre varietà di uccelli.

La masterclass, condotta dalla Master of Wine Robin Kick, riservata alla stampa di settore si è svolta all’interno della sala principale del Castello di Ponzano, imponente dimora medievale i cui documenti originari risalgono al 1014. Diversi relatori si sono susseguiti alla tavola rotonda dedicata al Monferace allo scopo di illustrare, ognuno con le proprie competenze, le sfaccettature del territorio: l’enologo Mario Ronco vicepresidente dell’Associazione Monferace, il geologo-sedimentologo Alfredo Frixa e Mario De Vecchi, Professore Associato dell’Università degli Studi di Torino (DISAFA).
Prima di offrire il mio punto di vista sui 12 vini degustati, desidero fornire alcuni dettagli sul disciplinare di produzione del Grignolino del Monferrato Casalese Monferace. Le Cantine associate sono: Accornero, Alemat, Angelini Paolo, Fratelli Natta, Sulin, Tenuta la Tenaglia, Tenuta Santa Caterina, Vicara, Liedholm, Cinque Quinti, Cascina Faletta e Hic et Nunc. Per comodità riporto il testo contenuto all’interno del sito dell’Associazione: “Il Monferace ha un suo disciplinare di produzione. Chi vuole produrre questo Grignolino deve attenersi alle regole stabilite. La prima è che il Monferace è prodotto da uve grignolino al 100%. Il vino potrà essere immesso sul mercato soltanto dopo un periodo minimo di affinamento di 40 mesi, calcolato dal 1° novembre dell’anno di vendemmia, di cui almeno 24 mesi in botte di legno. I vigneti iscritti devono essere impiantati su terreni calcarei-limo-argillosi, nelle varie combinazioni, anche con presenza naturale di sedimenti sabbiosi. I vigneti devono essere a giacitura esclusivamente collinare, con esposizione idonea ad assicurare la migliore maturazione delle uve. Il numero di ceppi per ettaro non può essere inferiore a 4.000. Le forme di allevamento sono quelle tradizionali dell’areale (controspalliera a vegetazione assurgente). I sistemi di potatura possono essere quelli tradizionalmente utilizzati per ottenere la qualità come il guyot tradizionale e cordone speronato basso. La resa massima di uva non dovrà essere superiore alle 7 tonnellate per ettaro.”

In definitiva: “Un altro volto del Grignolino è possibile?” La mia risposta è sì, tuttavia, dopo aver degustato i Monferace proposti dalle Cantine associate, devo riconoscere che ci sono ampi margini di miglioramento, non dimentichiamo che è un progetto nato relativamente da poco dunque è più che normale. Altresì è innegabile che a livello olfattivo i tratti inconfondibili del grignolino siano presenti, anzi implementati da tutta usa serie di sfumature accattivanti, quali spezie dolci ed orientali, incenso, note boschive e di erbe officinali da ricercare lentamente nel bicchiere; salvo alcuni campioni dove il legno, almeno attualmente, risulta un po’ troppo invasivo. Di contro, a livello gustativo, il vino perde talvolta quella classica chiusura fresca, acida – il più delle volte legata all’agrume e ai frutti rossi di bosco – in grado di elevare il Grignolino a vino di rango particolarmente “pericoloso” a tavola, e non solo.
A tal riguardo è giusto segnalare alcune aziende che in merito a questo ultimo punto sono già piuttosto vincenti e allineate ovvero: Tenuta Tenaglia, Accornero, Alemat, Santa Caterina e Vicara. A mio avviso una maggior percentuale di acciaio inserita nel processo di vinificazione, sapientemente dosata al legno che dovrà restare protagonista, potrà conservare maggiormente l’integrità del frutto, la profondità gustativa in linea con la sapidità e struttura del vino; una sorta di equilibrio “assoluto” che in questa fase non ho ritrovato in alcuni campioni pur riconoscendone la qualità a mio avviso insindacabile. In bocca al lupo dunque al progetto Monferace, è mia ferma intenzione continuare ad approfondirlo in ogni suo aspetto. Di seguito i vini degustati.

Monferace 2018
– Grignolino del Monferrato Casalese 2018 Accornero – 89
– Grignolino del Monferrato Casalese 2018 Angelini Paolo – 85
– Grignolino del Monferrato Casalese 2018 Liedholm – 85
– Grignolino del Monferrato Casalese 2018 Sulin – 85
– Grignolino d’Asti 2018 Tenuta Santa Caterina – 87
– Grignolino del Monferrato Casalese 2018 Vicara – 88

Monferace (annate differenti)
– Grignolino del Monferrato Casalese 2017 Alemat – 88
– Grignolino del Monferrato Casalese 2016 Fratelli Natta – 86
– Grignolino del Monferrato Casalese 2017 Tenuta Tenaglia – 87
– Grignolino del Monferrato Casalese 2020 Cascina Faletta – 85
– Grignolino del Monferrato Casalese 2021 Cinque Quinti – 85
– Grignolino del Monferrato Casalese 2020 Hic et Nunc – 85
Andrea Li Calzi


