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Edi Keber e il Collio con la K maiuscola

Azienda Edi Keber…Il conformista è uno che di solito
sta sempre dalla parte giusta,
il conformista ha tutte le risposte
belle chiare dentro la sua testa
è un concentrato di opinioni
che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
forse da buon opportunista
si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

Il conformista è un uomo a tutto tondo
che si muove senza consistenza,
il conformista s’allena a scivolare
dentro il mare della maggioranza
è un animale assai comune
che vive di parole da conversazione
di notte sogna e vengon fuori
i sogni di altri sognatori
il giorno esplode la sua festa
che è stare in pace con il mondo
e farsi largo galleggiando.
Il conformista…

L'insegna aziendaleMi sono permesso di prendere in prestito le parole della canzone “Il Conformista”, per ricordare un artista e intellettuale, ma soprattutto grande uomo, come lo è indiscutibilmente stato Giorgio Gaber.
Ma le frasi di questa canzone sono anche un ottimo spunto per introdurre il personaggio che andremo oggi a conoscere, in quanto la sua figura e il suo operato incarnano alla perfezione l’esatto contrario del significato della parola conformista.
Ci troviamo fra le colline di Zegla, frazione di Cormons, nel cuore del Collio.
Qui a beneficiare di un microclima eccezionale e di una terra ideale per la viticoltura, con le sue marne ed arenarie (la Ponka) che la compongono, sono le viti di un’autentica istituzione enologica della zona che risponde al nome di Edi Keber.

Di origini austriache, la dinastia Keber si trasferisce più di 300 anni fa da Vienna e mette radici sulle splendide colline di Zegla.
Inizia così una lunga storia fatta di lavoro, sacrificio e tanto amore per il vino e il territorio. Allevamento di bestiame, coltivazioni agricole, viticoltura, sono le principali attività che garantiscono la sussistenza e la crescita di una famiglia che incarna alla perfezione i principali valori della tradizione contadina. Ogni generazione ha contribuito alla crescita aziendale, ma se parliamo di vino di qualità legato al territorio, la svolta decisiva la dobbiamo al lavoro e all’intraprendenza di Edi Keber.
I vignetiClasse 1960, deve gran parte delle sue conoscenze in termini di vino e vita contadina, al padre Giuseppe e allo zio Stanko. Ma una volta ricevuta l’istruzione necessaria, inizia un percorso individuale, dove sono il suo carattere e le sue idee ad essere le vere protagoniste.

Per un periodo, il suo modo di lavorare e i suoi prodotti seguono le tendenze che andavano per la maggiore nel panorama vinicolo locale. A partire dagli anni Settanta, la particolare ricchezza di cultivar aveva fatto la fortuna dell’enologia friulana, ma Edi alla fine degli anni Ottanta fu fra i primi a iniziare a chiedersi se il gran numero di varietà della Doc Collio fosse ancora la strada giusta da seguire. I mercati stavano cambiando, i desideri e la cultura del consumatore anche.
Nasce in lui la profonda convinzione che fosse necessario rafforzare il binomio vino-territorio per competere con una concorrenza che si stava facendo sempre più agguerrita.
Per fare ciò era necessario pensare a un vino bandiera che portasse il nome della Doc e che se identificasse inequivocabilmente con il territorio.
Il Collio Bianco, quello che facevano già nel passato i nonni assemblando il Tocai Friulano, la Ribolla Gialla e la Malvasia, era sicuramente quanto di meglio potesse essere prodotto per rappresentare il territorio e le sue univoche peculiarità.
I viniEdi inizia quindi la sua piccola rivoluzione. Va in controtendenza, disinteressandosi delle logiche e dei vantaggi del mercato che stavano premiando varietà monovitigno come il Sauvignon, il Pinot e lo Chardonnay. Nel 1987 riduce a due sole, le tante varietà di bianchi che produceva. Da quella data solo il Tocai Friulano e il Collio Bianco saranno i protagonisti delle bottiglie che vedranno in etichetta comparire l’inconfondibile K, simbolo dell’azienda e della famiglia.
Aveva in questo modo deciso di identificarsi con un vino, il Tocai, che gli dava grandi soddisfazioni, e al tempo stesso iniziare a lavorare sul progetto “Collio Bianco”, cui voleva assegnare il compito di diventare il vino bandiera del territorio.

La “prima rivoluzione dei territori di Zegla” ha il suo atto finale nel 2008. Edi decide di abbandonare la produzione del Tocai Friulano in purezza, dedicandosi esclusivamente al Collio Bianco. Scelta coraggiosa e in controtendenza se si pensa che l’annata 2007 di Friulano sarà omaggiata al “Premio Gran Noè” con l’oscar per la miglior produzione di Tocai della regione.
Ma lo abbiamo detto all’inizio. Edi non è tipo da lasciarsi trascinare dalle facili correnti del conformismo. E’ una testa ben pensante che crede nel suo lavoro e nel suo territorio. I dubbi iniziali dei suoi affezionati consumatori e le discussioni che si accendono all’interno del Collio non scalfiscono le sue convinzioni. E il tempo gli darà ragione, una sfida che può a tutti gli effetti considerarsi una scommessa vinta.
Il presente dell’azienda vede protagonista l’intera famiglia. Ad affiancare Edi, la compagna di una vita Silvana, il figlio Kristian divenuto oramai insostituibile braccio destro del padre e la più giovane Veronika.
I 12 ettari vitati, tutti in collina, sono coltivati con cura e amore nel pieno rispetto per la natura e i suoi delicati equilibri. La splendida cantina, nella quale s’integrano alla perfezione locali con più di trecento anni di storia e zone di più recente costruzione, è l’alcova ideale per la lavorazione e la maturazione dei prelibati nettari dionisiaci che una volta in bottiglia allieteranno le esigenti papille gustative degli assetati appassionati.

Le vasche in cementoVengono prodotte circa 50.000 bottiglie. Di queste, la quasi totalità è riservata al Collio Bianco. Un blend dove circa il 70% di Tocai Friulano porta la sua struttura e la sua inconfondibile impronta, la Malvasia garantisce aromi e speziatura, lasciando alla Ribolla Gialla il compito di intervenire con la sua spiccata acidità. L’80% delle uve fermentano e si affinano in vasche di cemento per circa cinque mesi, mentre la parte restante si evolve in botti di rovere da quattro ettolitri. Un vino che colpisce per la sua incredibile armonia olfattiva e gustativa e una personalità che va a braccetto con quella del produttore. Le intense note minerali sono espressione e anima di un inconfondibile territorio. Un vino pronto da bere subito, ma che da notevoli soddisfazioni e prospettive di longevità anche a lungo termine.

Solo nelle annate migliori viene prodotto un Collio Bianco che possiamo definire di nicchia e riservato ai pochi fortunati che avranno la fortuna di aprire una delle 500 magnum poste in commercio. Tocai, Malvasia e Ribolla fermentano e si affinano per un anno in botti di legno, poi il vino passa e rimane per circa un anno in vasche di cemento, per finire il suo percorso in bottiglia. Qui il vino arriva non filtrato e quindi il naturale deposito dei lieviti contribuisce a mantenere il prodotto longevo ed evoluto nel tempo.
Una piccola percentuale della produzione è adibita anche a una tipologia rossa: il Merlot Riserva. Viene prodotto solo nelle annate migliori e dai vitigni più vecchi. Uve di primissima qualità. Dopo una lunga macerazione, il vino matura per circa 12-18 mesi in legno per essere poi imbottigliato senza filtrazione donandoci un prodotto potente ed elegante con notevole vocazione all’invecchiamento.
La mia visita è purtroppo giunta al termine. Kristian è stato qualificato cicerone e mi ha permesso di conoscere la storia della famiglia e il grande lavoro di Edi, padre ma anche maestro di vita.
Oltre che apprezzare i vini di un produttore, io amo molto le persone vere che ci mettono la faccia e le proprie idee. Amo chi lavora senza seguire facili consensi o lasciandosi trascinare da logiche opportuniste. Nella società odierna è sempre più raro trovare chi ci mette anima e cuore per un progetto comune che vada aldilà del proprio interesse personale.
Chi lo fa non può che trovare la mia massima stima e ammirazione, e avrebbe trovato sicuramente anche quella del grande Giorgio Gaber.

La cantinaDIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO: Intervista a Kristian con la collaborazione di Edi Keber

La Z di Zorro è stata da sempre nell’immaginario popolare un simbolo a difesa dei più deboli. La K di Keber invece oltre a rappresentare l’azienda sulle bottiglie, può essere assorta a paladina dello sviluppo e della difesa del territorio Collio. Com’è nata l’idea di questa riuscita veste grafica?
L’etichetta è nata nel 1988. C’era un primo progetto per cambiare la veste grafica, ma mio padre non ne era troppo convinto. Troppe informazioni, troppe scritte e nomi che rendevano le etichette pesanti e complicate. Una notte insonne, piena di dubbi e pentimenti portò, al risveglio, alla consapevolezza che era necessaria una “cura dimagrante”.
Ecco nascere la K simbolo dell’azienda, una lettera che graficamente rappresenta un palo e due tralci di vite. Ecco come la K assieme alla scritta Collio sono diventate le assolute protagoniste delle nostre etichette.

Tuo padre è stato uno dei primi a intuire l’importanza di collegare il vino al territorio usandone il medesimo nome: Collio. Con grande coraggio ha deciso di produrre un unico bianco abbandonando produzioni monovitigno che vi davano comunque grandi soddisfazioni e riscontri. Siete sempre convinti che la via intrapresa sia quella giusta, e soprattutto a distanza di quattro anni avete trovato anche dei riscontri positivi da parte dei consumatori?
Siamo fermamente conviti che la scelta fatta sia stata quella più giusta per quello che è il nostro modo di pensare il vino e il territorio. La nostra famiglia ha da sempre radici contadine e l’obiettivo principale che c’eravamo posti era di riuscire a trovare, e coltivare, le varietà che meglio si adattavano al territorio. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, ma semplicemente siamo andati a recuperare un vino che in parte era stato dimenticato ma che rappresenta la tradizione e la storia delle nostre terre. Come accade in Francia, riteniamo sia fondamentale lavorare e vendere il territorio e non la varietà, perché nel secondo caso si è sempre costretti a correre dietro ai mercati e alla loro volubilità.
Siamo fieri e orgogliosi quando arriva la clientela e ci chiede un Collio. La maggior parte sa già che quando ci chiede il nostro vino, vi troverà in maggior percentuale il Tocai Friulano che nelle nostre colline dà il meglio di sé, e poi in percentuali minori la Ribolla e la Malvasia. E i riscontri sono ampiamente positivi.

Kristian KeberVisto il vostro grande impegno per la valorizzazione del Collio, mi sembra quasi scontato chiedervi cosa pensate della nuova DOC Friuli che sta nascendo e della quale il Consorzio Collio-Carso non farà parte.
Personalmente ritengo che la creazione della Doc Friuli sia una cosa positiva, fermo restando che questa debba interessare esclusivamente le zone di pianura. Ci sono troppe differenze in termini di lavorazioni e costi fra pianura e collina. Voler fare un’aggregazione unica senza tener conto di questi fattori e della differente offerta qualitativa, significa giocare al ribasso e creare un pericoloso appiattimento.
Il Collio, il Carso e ci metto anche i Colli Orientali, dovrebbero sentirsi, sì parte integrante di un’identità regionale, ma è fondamentale che mantengano la propria autonomia, puntando tutto sulla qualità e sulla promozione del territorio, unica via percorribile se si vuole avere un futuro.

A proposito di nuove DOC e aggregazioni, è solo una romantica fantasia, la possibilità che in futuro il Collio italiano si possa fondere con quello sloveno (BRDA) unendo le risorse per proporsi con maggior forza e impatto nei mercati nazionali ed esteri?
L’unione sarebbe una cosa ovvia perché il territorio è lo stesso, abbiamo molti legami e radici in comune. Sarebbe poi anche molto più facile e avremmo mezzi migliori per fare promozione e attirare l’attenzione dei mercati. Ma allo stato attuale i tempi non sono ancora maturi. Manca un referente nella BRDA per intavolare un serio percorso comune. Ma il mio auspicio è che si passi presto dall’individualismo alla totale cooperazione fra le due zone di confine.

L’uvaggio che producete si porta in bottiglia un profondo significato storico e culturale, nonché un indissolubile legame con il territorio. Ma se parliamo esclusivamente di gusto e di caratteristiche organolettiche, quali sono i punti di forza, ed eventualmente i limiti di un uvaggio rispetto alle produzioni monovitigno?
L’uvaggio è un vino più completo dove tutte le sue componenti s’integrano portando ognuna le proprie peculiarità in un mix armonico di sensazioni. Ha nel suo complesso anche una miglior longevità in quanto risente di meno delle negatività dell’annata. Ma pur essendo prodotto con le medesime tipologie è ogni anno sempre diverso, e non potrebbe essere altrimenti essendo figlio del sole, dell’acqua e del vento che ne determinano l’evoluzione. In Friuli si producono da sempre dei grandissimi uvaggi, apprezzati in tutto il mondo.

Al momento della premiazione del Premio Gran Noè 2009 hai dichiarato: Questa statuetta non è solo mia ma di tutto il gruppo. Il nome è bellissimo e ci porterà molto, molto lontano perché in questo momento siamo tutti uniti e crediamo in questo grande bianco che è stato e sarà il nostro vino. A distanza di tre anni, pensi che si stia facendo il possibile per lo sviluppo e la promozione di questo autoctono, che ha dovuto subire il travaglio del passaggio dalla denominazione Tocai a quella di Friulano?
(risponde Edi) Inutile negare che non si sta facendo tutto il possibile per la promozione di questo vitigno. I dati parlano chiaro, essendo gli ettari vitati e le vendite in netto calo. Ma non vorrei attribuire tutte le colpe alla politica che certamente ha le sue responsabilità. Anche molti produttori non hanno creduto fino in fondo allo sviluppo e alle potenzialità del Tocai Friulano. Le risorse pubbliche per la promozione sono state utilizzate con troppa superficialità, e questo è un grave errore, perché sono convito che se ognuno avesse dovuto impiegare i propri soldi, avrebbe fatto maggior attenzione e le spese sarebbero state più mirate e scrupolose.
Io ho sempre creduto nel Tocai Friulano perché nel Collio riesce a dare risultati eccezionali. Rappresenta il vitigno maggiormente coltivato in azienda ed è la colonna portante del mio Collio Bianco.

Edi KeberTuo padre ama definirsi un contadino, termine nobile che accomuna tutti gli uomini che si dedicano con tanto amore e sacrificio al lavoro della terra possibilmente nel rispetto dell’ecosistema. In una viticultura moderna, dove marketing, comunicazione e public relation sono diventati elementi che non si posso trascurare, è ancora possibile restare semplici contadini o inevitabilmente si è costretti a diventare dei piccoli imprenditori della terra?
La nostra famiglia ha da sempre radici contadine e la nostra scelta di marketing è stata quella di puntare sul territorio. Ovviamente i tempi cambiano e non si può più solo restare ad aspettare i clienti in cantina. Tecnologia e nuovi mezzi di comunicazione sono diventati fondamentali. Poi è diventato di vitale importanza il dover unire le forze e creare un marketing di gruppo, perché da solo un produttore non riesce più ad affrontare i mercati e trovare piena visibilità.

Qual è il messaggio più importante che ti ha trasmesso tuo padre?
Mio padre non mi ha voluto inculcare nessun messaggio o imposto regole da seguire ad ogni costo. Mi ha lasciato libero di pensare e agire in modo indipendente, ma alla fine ho preso a cuore e a insegnamento la sua filosofia e il suo modo di lavorare in vigna e fare vino. Il nostro è un progetto che deve essere giocoforza a lungo termine. Deve essere condiviso dalle generazioni attuali ma si giocherà anche nel futuro, quindi è importante che ci sia la massima sintonia e pensiero comune.

Tanto amore per la terra e il vino, ma quali sono le altre passioni di Kristian?
Come tutti i ragazzi di venticinque anni mi piace stare con i miei amici e organizzare qualche festa. Mi piace girare il mondo, anche se quando l’ho fatto, è sempre stato per questioni di lavoro. Ma l’azienda e il vino sono il mio mondo, e oltre ad essere un lavoro sono una grande passione e motivo di soddisfazione.

Lavorando fra le tue vigne viene fuori in mezzo alla terra la lampada di Aladino. Hai la possibilità di esaudire due desideri, uno personale e uno per il territorio Collio.
Personalmente vorrei che il vino Collio Bianco diventi importante e conosciuto al di fuori dei confini locali e trovi sempre maggior estimatori. Vorrei inoltre che il territorio cresca a livello mondiale e sia conosciuto alla stregua delle più importanti zone del panorama vitivinicolo mondiale. Alla fine sono due desideri collegati che portano in cima ai miei desideri sempre lo sviluppo e la crescita del Collio.

Stefano Cergolj

Perito informatico ai tempi in cui Windows doveva essere ancora inventato e arcigno difensore a uomo, stile Claudio Gentile a Spagna 1982, deve abbandonare i suoi sogni di gloria sportiva a causa di Arrigo Sacchi e l’introduzione del gioco a zona a lui poco affine. Per smaltire la delusione si rifugia in un eremo fra i vigneti del Collio ed è lì che gli appare in visione Dionisio che lo indirizza sulla strada segnata da Bacco. Sommelier e degustatore è affascinato soprattutto dalle belle storie che si nascondono dietro ai tanti bravi produttori della sua regione, il Friuli Venezia Giulia, e nel 2009 entra a far parte della squadra di Lavinium. Ama follemente il mondo del vino che reputa un qualcosa di molto serio da vivere però sempre con un pizzico di leggerezza ed ironia. Il suo sogno nel cassetto è quello di degustare tutti i vini del mondo e, visto che il tempo a disposizione è sempre poco, sta pensando di convertirsi al buddismo e garantirsi così la reincarnazione, nella speranza che la sua anima non si trasferisca nel corpo di un astemio.

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