Varramista, la verticale, quel syrah diverso da tutti gli altri

La storia di un vino è racchiusa nel suo prezioso dna. C’è tutto lì dentro, la mano dell’uomo, il clima di quell’anno, lo stato di salute di ogni singola pianta, la “dote” delle uve raccolte e portate in cantina, gli effetti della vinificazione, i lieviti, le mille varianti tra contenitori e temperature; poi il tempo, le giornate, le settimane, i mesi, gli anni, fino al meritato riposo in bottiglia, dove avviene un’ulteriore trasformazione e dove incidono ancora i tappi, la microssigenazione, ma soprattutto le miliardi di combinazioni tra atomi che daranno luogo a un vino unico, fatto di piccole variazioni, a volte quasi impercettibili, ma inevitabilmente presenti in ciascuna bottiglia.
Questa storia riesci a coglierla soprattutto quando hai modo di degustare diverse annate di uno stesso vino, come è accaduto il 29 settembre alla Fattoria Varramista, in un luogo fatato e inimmaginabile situato a pochi chilometri dal Comune di Montopoli in Val d’Arno e dall’industriale Pontedera, nella provincia di Pisa.

Un’isola felice, la cui storia ha origini lontane, dai Medici ai Conti Capponi che l’hanno governata per 5 secoli (dal 1406) fino al 1885, quando divenne proprietà della nobile famiglia genovese Gentile Farinola.
Nel 1953, il dott. Enrico Piaggio – che sette anni prima aveva fatto brevettare la mitica Vespa, frutto del genio dell’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio – decise di acquistare la villa con le terre annesse, dal marchese Folco Gentile Farinola, e farla diventare residenza sua e di sua moglie Donna Paola Antonelli. Una scelta non casuale, sia per il fascino di questa storica dimora, sia per la vicinanza con Pontedera, dove risiedeva la Piaggio.
Il legame con la famiglia Agnelli era già molto forte e nel 1959, proprio a Varramista, avvenne quello che allora era certamente considerato il matrimonio più celebre dell’epoca, fra Antonella Bechi (figlia di Donna Paola) e Umberto Agnelli (figlio di Edoardo e ultimo di sette fratelli).

Una residenza che ha visto personaggi illustri come Alessandro Manzoni, il conte Emilio Pucci di Barsento, Marcello Mastroianni, il conte Clemente Zileri dal Verme, la contessa Franca Spalletti Trivelli e molti altri.
Nel 1990 fu Giovanni Alberto Agnelli (che intanto era diventato presidente della Piaggio), figlio di Antonella, a utilizzare Varramista come residenza stabile, ed è a lui che si deve la riconversione dei vigneti. Va detto che qui la coltivazione della vite ha una tradizione secolare, già ai tempi dei conti Capponi si produceva vino a base sangiovese.
E con Giovannino ci fu una vera rivoluzione, perché, anche grazie al fondamentale contributo dell’enologo Federico Staderini, dopo attente analisi dei terreni, il syrah divenne l’uva d’elezione, quella che dava i migliori risultati, a fianco però di sangiovese e merlot (a cui sono stati aggiunti successivamente grenache e cabernet sauvignon.

Mi piace l’approccio sincero di Federico Staderini, non racconta storie che non esistono, ma ammette chiaramente che i terreni di Varramista non sono poi così vocati per la viticoltura, che ci starebbe meglio il grano, ma è anche vero che quando conosci il tuo nemico, sai anche come porvi rimedio, mediante ricerche, analisi, scelte varietali e di cloni, ecc., su uno spazio vitato di circa 8 ettari. Sono ormai 30 anni che lavora per Varramista e 36 che gira la Toscana,
non solo, ma agli inizi del terzo millennio, insieme all’amico Vincenzo Tommasi decide di studiare dei terreni che si trovano nel Casentino tra Pratovecchio e Poppi, guarda caso un’altra sfida non da poco, visto che allora di quel territorio non era stato scoperto ancora il potenziale. Terreni che erano stati segnalati dal nonno di Vincenzo, detto Schegge, un uomo che con i suoli aveva costantemente a che fare per lavoro. E cosa ci volevano impiantare? Pinot nero! E avevano ragione. Oggi il Cuna di Federico Staderini è uno dei pinot nero più interessanti di tutto lo stivale.
Questo per dire che se c’era una persona in grado di tirare fuori a Varramista dalla sabbia prodotta dallo sgretolamento dell’arenaria pleistocenica e dalla ghiaia marina, da un terreno situato poco sopra il livello del mare e in prossimità dell’Arno, un grande vino, questo era proprio lui.

Quella mattina di mercoledì 29 settembre c’era uno splendido sole, delle temperature autunnali neanche l’ombra, unico segno evidente le numerose foglie cadute dagli alberi circostanti la villa.
La sera prima, con altri colleghi stampa, abbiamo visitato San Miniato e cenato al Ristorante Pepenero dello chef Gilberto Rossi, che ha dimostrato di avere una mano particolarmente felice con le carni (qualcuno lo ricorderà anche quando cucinava al Relais & Chateaux La Collegiata di San Gimignano).
Insomma, dopo un piacevole riposo nel vicino agriturismo “La Frasca”, eccoci pronti per affrontare 15 annate, poi divenute 17 (inserite successivamente la 1997 e una seconda versione della 2018, in magnum con aggiunta del 40% di raspi), del mitico Varramista IGT Toscana.

Le annate proposte erano:
1995, 1996, 1997, 1998, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2012, 2013, 2015, 2016, 2018 e 2019.
Ho a lungo meditato, guardato e riguardato le mie schede dei 17 vini e, per una volta, ho deciso di non fare la solita degustazione verticale con voto annesso, perché ciò che ho respirato è qualcosa di veramente speciale, non mi piace ridurlo a mera presentazione di profumi e sapori. Perdonatemi, quindi, se salterò da un’annata all’altra, spero ne capirete le ragioni.
Quello che, invece, mi preme raccontare è lo sguardo d’insieme, il percorso evolutivo non solo dovuto al passare degli anni, ma anche al continuo lavoro di Staderini per ottenere un vino sempre più comunicativo e profondo.
Di fatto, nel periodo dalla 1995 alla 2019 sono accadute tante cose; ad esempio fino alla 2003 il vino era composto da syrah e sangiovese o merlot secondo la qualità delle annate. Mano a mano che sono andato avanti nella degustazione, ho scoperto un syrah talmente diverso da tutti quelli che ho conosciuto in Toscana, elegante, finissimo, mai sovraccarico, che l’assenza delle altre varietà si è rivelata la scelta migliore.

Uno degli aspetti del Varramista che ho più apprezzato è la riconoscibilità delle annate, non c’è mai stato alcun intervento mirato a correggere o migliorare in modo evidente le caratteristiche di ciascun millesimo. La sua grandezza è emersa proprio con le annate considerate minori.
Così è stato bellissimo notare come la 2002 (composta da sangiovese all’80% e syrah al 20%) avesse un colore più scarico e una tonalità tra granata e aranciato, una materia più esile e, ciò nonostante, estremamente godibile e toccante, con un tannino perfetto, che certo non ti aspetteresti da un’annata tanto piovosa, e una miscellanea di sensazioni di notevole eleganza; una delle annate dove ho sentito maggiormente la florealità, probabilmente merito del sangiovese, poi un sottobosco ampio che non scendeva su terziari estremi, rivelando un vino ancora integro e davvero suggestivo.
La 2003, figlia invece di una delle annate più calde del primo decennio, è stata l’ennesima conferma di quanto questo millesimo sia stato sottovalutato (e penalizzato) in molte zone d’Italia. Come ho avuto modo di notare assaggiando tanti Barolo, Barbaresco, Brunello, Taurasi, persino un discreto numero di Amarone, la 2003 si è rivelata sia in grado di tenere il tempo, sia di evolvere trovando grande equilibrio e profondità. Così è il Varramista 2003, certamente meno elegante di una 2001 o di una 2004, ma generoso e ancora fresco, tanto da riuscire a inserire in un frutto maturo un afflato di arancia rossa.

Andando indietro nel tempo, voglio soffermarmi sulla 1996, un’annata che in molte zone ha dato esiti altalenanti, alla sua uscita fu difficile da comprendere; una sua peculiarità era quella di chiudersi e aprirsi a intervalli irregolari, sensazione confermata dai ripetuti assaggi negli anni successivi. Ma quando alzava la persiana, spesso emergeva un vino intenso, complesso, affascinante. Ho trovato così anche il Varramista, inizialmente restio ad esprimersi, ma lasciato qualche minuto nel calice, ha iniziato a parlare, rivelando note di humus, pepe, ribes nero, mallo di noce, ancora arancia, poi mirtillo, prugna, cenere, rosmarino, liquirizia, radici. Austero e penetrante.
E che dire della 2005, altra annata particolare per i vini rossi, meno “facile” della 2004 e della 2006 (che purtroppo non era presente in quest’occasione), ma non per questo meno interessante. Qui il frutto è emerso con decisione, vivo e rinfrescante, accompagnato da verbena e cenni di tabacco, anche pepe verde, ma soprattutto al palato è emerso il carattere di vino essenziale, progressivo e ben lontano dall’essere arrivato a fine percorso.

La 1997, invece, è un’annata sulla quale i media puntarono molto, erano i tempi dei vini acquistati “en primeur”, sulla fiducia. In realtà, pur con le dovute eccezioni, sono emersi alcuni limiti di tenuta e una maggiore pesantezza espressiva; il Varramista si è comportato piuttosto bene, con le sue note di sottobosco, macchia mediterranea, frutto sotto spirito, ma con meno slancio al palato, leggermente “seduto”, pur rimanendo un vino al momento godibilissimo. Ad esso ho preferito decisamente il “vecchietto” della batteria, classe 1995, un classico ingannatore, che servito da poco è sembrato decisamente maturo e terziario spinto; invece dopo una buona mezz’ora a tirato fuori una bellissima vena balsamica (non l’ho detto ma la balsamicità è uno dei leit motiv del Varramista), tabacco, cuoio, ancora una volta arancia rossa, poi funghi (non secchi), prugna, toni fumé; meno strutturato del ’97 al palato, ma ancora con una buona spinta acida e una dinamicità espressiva che affermano la sua ancora ferrea resistenza al tempo.
Nel 2001 la gelata di Pasquetta ha danneggiato irreparabilmente il sangiovese, così a fianco del syrah si è presentato il merlot. Ne è emerso un vino rotondo, morbido, non “piacione” (non è neanche lontanamente nella filosofia aziendale), giocato su note di mora, lavanda, grafite, leggero pepe. Al palato è più “docile”, senza spigoli, molto lineare e di indubbia piacevolezza.

Siamo lontani però dal Varramista odierno (syrah in purezza, 18 mesi in barrique 70% usate e 30% nuove), che trova nella 2018 una luminosa testimonianza, pur nella sua estrema giovinezza rivela una purezza espressiva magnifica, un’eleganza che si può accostare senza esitazione ai migliori Bordeaux. La versione magnum, che si differenzia per una decisa presenza di raspi in vinificazione, appare spiazzante per una evidente nota vegetale, ma l’intento di Staderini è chiaro: si tratta di un vino che deve confrontarsi con i cambiamenti climatici, con le temperature sempre più estreme che portano a maturare troppo e troppo in fretta sia le uve che i vini. La presenza dei raspi contribuirà a dare forza ed energia, una palafitta che consentirà al vino di evolvere a lungo senza cedimenti. Del resto oggi il ritorno all’uso dei raspi è sempre più frequente, sta dimostrandosi un valido supporto enologico naturale. Al momento, non lo nego, bevo più volentieri la versione normale, ma l’assaggio della magnum ha evidenziato un nerbo e una potenzialità superiori.

Un altro millesimo che sento la necessità di raccontare è il 2013, uno dei più coinvolgenti di tutta la batteria, che ha estratto dal cilindro la rosa, la viola, la lavanda, l’amarena, la visciola, il cioccolato, il cassis e molto altro, in un contesto di rara bellezza. Bocca succosa, grande apertura espressiva, tannino perfetto e flusso continuo di sensazioni.
Ci sarebbero ancora molte cose da dire, anche perché tutte le annate meriterebbero di essere raccontate, ma la lettura rischia di appesantirsi troppo.
Chiudo ricordandovi che accanto al Syrah Varramista, ci sono altri quattro rossi aziendali, dei quali abbiamo avuto modo di degustarne due di assoluto interesse: lo Sterpato (sangiovese in botte grande di rovere per 24 mesi, cabernet sauvignon e merlot in barrique per lo stesso tempo), vino piacevolissimo e irresistibile a tavola; il Frasca (sangiovese in botte grande di rovere per 16 mesi, syrah e merlot in barrique per un anno), più complesso e ampio, elegante e di carattere.
Colgo l’occasione per ringraziare Claudia Marinelli, che ha curato l’evento con la bravura e la professionalità che da sempre la contraddistinguono.
Roberto Giuliani
Pensionati al tavolino
Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino,
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne,
il tempo ed il governo.
Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso
tra le braccia della morte
Fabrizio De André, La città vecchia (1965)



