Valpolicella Doc: un possibile punto di riferimento per il futuro del vino italiano di qualità
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Indubbiamente la presentazione di tre relazioni, gli interventi del presidente del Consorzio e amministratore delegato del Gruppo Italiano Vini (GIV) Emilio Pedron, dell’impeccabile coordinatore e giornalista veronese Fabio Piccoli, del Presidente della Camera di Commercio di Verona Fabio Bortolazzi, del Presidente di Verona Fiere Luigi Castelletti, del Presidente del Banco Popolare di Verona e Novara Carlo Fratta Pasini, del presidente dell’Unione Italiana Vini (UIV) Andrea Sartori, l’apparizione infine del ministro Alemanno con i suoi supporters, hanno spinto la mattinata di sabato ben oltre l’orario prefissato, mettendo a dura prova l’attenzione del numeroso pubblico; ma c’è da dire che Enrico Finzi, che ha dato il suo contributo proprio nella fase finale, ha saputo risvegliare molto bene l’interesse dei partecipanti con il suo linguaggio colorito e trasmettere un’energia che si è manifestata con chiarezza nel lungo applauso finale. Dalla ricerca di Astra, emergono dati per certi versi confortanti, proprio per quanto riguarda i vini del veronese: risulta infatti che agli italiani piace molto il vino rosso, e una percentuale maggioritaria predilige i vini morbidi, abbastanza leggeri, digeribili, gradevoli da bere, qualitativamente sani (sono cioè preferiti i vini garantiti da un disciplinare, che ne attesta la qualità e la territorialità), facilmente abbinabili, a prezzi onesti e contenuti e, incredibile ma vero, negli ultimi anni sono in netto aumento le preferenze per i vini legati alla tradizione. In pratica interessano sempre meno le bombe enologiche, i cult wine, i vini concepiti per sbancare ai concorsi e nelle guide. Tutto questo sembra andare magnificamente incontro alle caratteristiche del Valpolicella, un vino che, nella versione normale (cioè senza l’utilizzo della pratica di ripasso), ci offre proprio requisiti di piacevolezza, bevibilità, alcolicità contenuta e rapporto qualità/prezzo davvero esemplare. E se i consumatori nazionali sembrano essersene accorti da tempo, Enrico Finzi mette in evidenza l’anomalia di un radicato disinteresse in tutto il Triveneto proprio per questa tipologia di vino. Insomma, paradossalmente dove viene prodotto, il Valpolicella sembra non essere sufficientemente sostenuto. Il relatore evidenzia l’importanza di una strategia di marketing capillare, di un recupero dell’orgoglio da parte dei produttori e della popolazione della zona verso i vini veronesi, recupero indispensabile in un momento assai favorevole come questo, che vede una vera e propria riscossa su tutto il territorio nazionale di vini sostenibili e di qualità, peculiarità che certo non mancano al Valpolicella. Non è infatti un caso se oltre 3,6 milioni di italiani bevono questo vino (su 6,3 milioni che bevono vino dell’area veronese), la cui Doc occupa una superficie di quasi 5.000 ettari e coinvolge circa 130 aziende vinicole fra privati e cooperative, oltre 1.500 produttori di uva conferita (di cui 1.350 soci di cooperative), garantendo una capillare distribuzione su tutto il territorio e una vasta possibilità di scelta. Ma dalla ricerca di Finzi emerge anche che la qualità del vino veronese non è più sufficiente a garantirne il successo, è invece fondamentale investire in un rapporto più diretto fra il produttore e il consumatore, stimolandone la fildelizzazione attraverso un dialogo più diretto e operando uno snellimento di tutto il processo di distribuzione e vendita (il vecchio detto “dal produttore al consumatore” è sempre valido).
Nel pomeriggio, attorno alle 15,30 è iniziata la degustazione libera dei vini di Valpolicella: a disposizione dei giornalisti 23 Amarone 2002 e 32 Valpolicella delle annate 2003, 2002, 2001, di cui vi darò maggiori ragguagli nel prossimo articolo. Ci tengo però a dire sin da ora che mi auguro fortemente che il Valpolicella, soprattutto nella versione “Ripasso”, non commetta più l’errore in futuro di emulare il fratello maggiore (l’Amarone), che mantenga una personalità distinta e miri a conservare ed esaltare quelle caratteristiche di eleganza, serbevolezza e piacevolezza che gli hanno permesso di essere apprezzato da milioni di consumatori. La chiave per il futuro del vino è questa, non serve più produrre vini opulenti, pesanti, inabbinabili, costosissimi e, soprattutto, omologati e privi di quella fondamentale ricchezza data dall’armonia fra il territorio e l’uomo. |
Dopo la risoluzione della controversia che vedeva l’azienda vinicola Masi unica proprietaria dei marchi “Ripasso” e “Vini di Ripasso” (vedi
La ricerca sulla filiera del Valpolicella effettuata dal prof. Pomarici evidenzia alcuni aspetti critici del sistema e del disciplinare (ma qui apriamo una ferita profonda su tutta la normativa enologica nazionale). Il fatto, ad esempio, che ben 225 imbottigliatori operano al di fuori della zona di produzione (ovvero il 46% dell’intera produzione nel 2004), di cui 116 nel Veneto, 72 in altre regioni italiane e ben 37 all’estero, non pone a favore di una tracciabilità e garanzia dell’integrità del prodotto. Un altro elemento che fa riflettere è l’ancora scarso interesse per la visibilità sul web: il 31% delle aziende vinicole non ha il sito e solo il 4% effettua il commercio elettronico (aggiungerei che molte aziende, pur avendo il sito, non lo tengono aggiornato e non si curano di verificare con puntualità la presenza di e-mail, nda). Un discorso a parte merita la questione del prezzo dei vini: attualmente, proprio perché il prodotto passa per troppe mani prima di arrivare al consumatore, è molto difficile controllarne gli eccessi di ricarico, con la conseguenza che il processo di riduzione dei prezzi finisce per operare all’inverso, colpendo proprio il primo anello della catena, quello dei produttori d’uva, che si trovano a non poter più garantire una qualità elevata della materia prima a causa di un margine di guadagno sempre più basso. Tutto questo mentre aumenta la concorrenza di altre regioni italiane come la Puglia e la Sicilia, per non parlare di quella estera proveniente dal Nuovo Mondo. E’ quindi bene prendere in considerazione nuove strategie, orientandosi alla realizzazione, attraverso la sinergia fra le diverse realtà territoriali, di un modello economico che preveda un’offerta composita di beni e servizi strattamente legati al territorio e qualitativamente equivalenti, come propone Pietro Berni nella sua relazione, mediante il cosiddetto “Paniere di beni e servizi territoriali“, un modello nuovo, ancora in fase di ricerca, che potrebbe offrire al consumatore un più generale livello di soddisfazione, attraverso un insieme di opportunità qualitativamente appetibili nell’ambito di una stessa zona, il tutto sotto un unico marchio: “Valpolicella”.
