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Fonterenza vola sul vulcano con il suo Pettirosso

Vigneti Campi di Fonterenza Montalcino

Percorrendo la Maremmana verso Montalcino s’incontra un paesaggio aperto come pochi, un anfiteatro che sale verso il Monte Amiata in cui si respira un’aria di campagna in quegli spazi immensi ondulati fra le distese dei grandi vigneti che accompagnano la strada provinciale a snodarsi con calma. Bum! Colpo di freni all’unico vero tornante, un paio di km prima del borgo di Sant’Angelo in Colle. È proprio da lì che s’inoltra nel bosco la mulattiera che si arrampica verso l’antico podere Fonterenza, che deriva il suo nome dall’antica fonte d’acqua che scaturisce sotto il poggio su cui è appollaiato e va a scorrere nella forra di un fitto bosco di lecci. Ci si arranca per 400 metri in salita fra ghiaia, detriti di roccia e buche a non finire fino a riemergere al sole proprio al casale (GPS 43.002535 N 11.453398 E). È dura viverci d’inverno, ma anche in Valganna e in Valsesia non ne abbiamo certo pochi di posti tanto fuori dall’inciviltà dell’asfalto eppure così immersi nella “civiltà del bosco”. È anche difficile immaginare che nasconda una cantina, se non per il tank di acciaio inossidabile che s’intravvede sotto una tettoia, sorvegliato dall’amico a quattro zampe Blacky.

Margherita e Francesca Padovani
Margherita e Francesca Padovani

In effetti, era stato acquistato nel 1975 da una famiglia milanese con due gemelline che potevano trascorrere tutta l’estate in mezzo alla natura sul poggio solatio che si erge sopra il Borro di Fonterenza ed era famoso per i “birri matti”, gli arieti balzani degli allevamenti dell’antica tenuta. Francesca e Margherita Padovani sono così cresciute sviluppando una gran passione per quella terra e vi si sono trasferite nel 1997, con la mamma Silvana Biasutti che però non si ferma mai, nemmeno al suo blog Cronache dalla Campagna, e continua a fare la globetrotter (parole sue: “Quando decidi di andare è meglio che tu non ti volti indietro; altrimenti potresti rimanere di sale“). Qui hanno iniziato a rimboccarsi le maniche e a sporcarsi le scarpe e le mani nell’oliveto di proprietà, ma non c’erano vigne e perciò Margherita, che era stata la prima a trasferirsi qui e a lavorare nel frattempo per altre aziende, ha cercato altrove il posto più adatto e lo ha trovato lontano, dall’altra parte del territorio comunale, a una ventina di km di strada, però in posizione eccezionale, quindi ci ha piantato la prima vigna nel 1999 e poi, con Francesca, le altre nel 2002 e nel 2005.

Da quel giorno è iniziata un’avventura che io personalmente, nella mia vigna di Alghero in agro di Mamuntanas, di fronte alla fatica e ai sacrifici che mi si presentavano nel 1988, non sono stato proprio capace di continuare. Invece loro, da quel giorno, si sono caparbiamente messe a viaggiare avanti e indietro tutti i giorni da un versante all’altro del Poggio Civitella per curare e accudire personalmente ogni pianta, facendosi i calli con zappa, cesoie, falcetti, segacci e cassette, imparando dal proprio lavoro quotidiano e anche dai consigli ricevuti e filtrati da altri agricoltori e vignaioli, tra cui anche i francesi Thierry Puzelat (Clos du Tue-Bœuf, nella regione del Centro-Valle della Loira) e gli Overnoy nella regione del Giura di Pupillin, così sono riuscite a produrre il loro primo Brunello di Montalcino nel 2004. Sono ragazze milanesi, sì, ma di quelle bell’e toste.

Non è un caso che, anziché accomodarsi all’uso più facile della chimica di sintesi, abbiano scelto di farsi un mazzo così, adottando l’agricoltura biologica e poi biodinamica, cercando quell’armonia con il territorio nel rispetto degli equilibri naturali delle piante e della terra nei circa 40 ettari dell’azienda, certificata ICEA. Tutti i lavori compiuti nelle vigne sono effettuati manualmente seguendo le fasi lunari e il calendario biodinamico; si combattono le malattie della vite attraverso l’utilizzo di zolfo bagnabile e solfato di rame, alternati da anti-oidici e anti-peronosporici naturali coadiuvati dall’utilizzo d’infusi, macerati o tisane di diverse piante, tra le quali achillea, camomilla, equiseto, ortica e salice. Niente pesticidi né chimica di sintesi e, poiché coltivano l’uva in modo naturale, in cantina la trasformano nel modo più semplice in vini onesti, prediligendo le lunghe macerazioni e l’affinamento in botte. Nota bene: ogni giorno affrontano stradine di curve e controcurve, buche e fango se piove e molti animali selvatici da evitare. Una dispersione che rende proibitivi i costi di gestione, ma che in realtà costituisce una ricchezza biologica notevole che deriva da una notevole diversità fra i suoli delle varie parcelle: argille, scisti argillosi, galestro, galestrino, arenaria sommitale, blocchi di quarzite, limo…

Sono circa 6,5 ettari di oliveto e 4,2 ettari vitati a sangiovese atto a diventare Rosso di Montalcino o Brunello di Montalcino, il resto è bosco. Come ho accennato, queste vigne si trovano però lontane, ai confini orientali del comune di Montalcino, sulla stradina tra Podernovi e I Barbi, situate a un’altitudine di 420-450 metri s.l.m. sul versante settentrionale del poggio di San Polo che si apre sullo stupendo, esteso, panorama verso San Quirico d’Orcia.

Sono 2 macro-parcelle: la Vigna del Bosco (1,6 ha su suolo argilloso e scistoso, allevamento a guyot bilaterale, 4.000 piante per ettaro) e quella lungo la Strada che è suddivisa in 4 parcelle più piccole: Vigna della Strada (0,5 ha su suolo franco argilloso, anch’essa a guyot bilaterale e 4.000 piante per ettaro), Vigna del Lupo (0,5 ha su galestrino e argilla, allevamento a guyot bilaterale e alberello a candelabro di viti inizialmente di cabernet sauvignon sovrainnestate nel 2012 a sangiovese con marze proprie, 5.600 piante per ettaro), Vigna dell’Alberello (0,5 ha su galestro con tracce di quarzo, ad alberello libero, 4.901 piante per ettaro) e Vigna della Quercia (1,1 ha, su suoli di arenaria, galestro e tufo ricchi di scheletro e suoli calcarei, esposti a nord, nord-ovest e nord-est, 4.900 piante per ettaro di cloni sperimentali di sangiovese allevati ad alberello libero e a candelabro).

Ho avuto la gradita sorpresa di leggere così tanti articoli e post scritti sul Brunello e sul Rosso di Montalcino vinificati in quel di Fonterenza da amici che stimo molto, perciò mi sembra inutile aggiungere al coro una voce in più, che non cambierebbe nulla nei commenti positivi e nei riconoscimenti. Mi preme piuttosto sottolineare che l’energia e la passione di Francesca e Margherita non si sono limitate a quegli eccellenti, ma dal 2010 vengono abbondantemente profuse anche in una nuova impresa, sulla stessa strada che hanno imboccato la Fattoria dei Barbi a Scansano e la cantina Vasco Sassetti a Montenero: una terza via che proietta Montalcino in Maremma. Fin dal Medioevo Montalcino è stato un nodo stradale fondamentale per l’accesso alla Maremma dalle vie Francigena e Cassia e un importante centro di scambio commerciale con i territori intorno a quel vulcano spento che è il Monte Amiata. Ai tempi dei Lorena, Montalcino era stato inizialmente proposto, infatti, come capoluogo della nascente Provincia Senese Inferiore, ma nel 1766 il Granduca di Toscana scelse piuttosto la più povera Grosseto per svilupparla un po’ e il Regno d’Italia confermò questa cittadina come capoluogo dopo gli applausi a scena aperta che vi raccolse Mussolini in visita, mentre a Montalcino venne sonoramente fischiato. È stata perciò soltanto la suddivisione amministrativa a stabilire una linea di confine sul fiume Orcia, non tenendo conto però delle osservazioni degli abitanti: “Ma sono proprio tanto diversi i terreni di qua e di là dell’Orcia?“. Questo fiume si è scavato il suo bacino erodendo in profondità suoli argillosi come quelli che affiorano tra il poggio di Montalcino e la via Cassia e infatti alcuni vignaioli ilcinesi non ci hanno messo molto a proiettarsi a far vino anche in Maremma, tra cui le gemelle Padovani sulle pendici dell’Amiata. Esemplari in fatica e in delicatezza. In tutti i loro prodotti si sente che non ci sono forzature in oliveto, in vigna e in cantina.

La cantina è sempre a Fonterenza, ricavata sotto l’abitazione in quei locali che una volta erano adibiti a stalle e granai, ed è divisa sapientemente in due settori: quello di vinificazione e quello di maturazione e affinamento. Le uve, all’arrivo in cantina, vengono diraspate, pigiate sofficemente e pompate nei tini troncoconici di legno per i DOCG, DOC e IGT o in fermentini d’acciaio inox e mastelle aperte da 10 quintali per quelli da tavola. Le fermentazioni s’innescano spontaneamente, non si usano coadiuvanti enologici né trattamenti chimici o fisici e, a seconda dell’andamento dell’annata di vendemmia, si adottano tecniche diverse per intuizione e sensibilità: rimontaggi, follature manuali, délestage (svuotamenti e riempimenti), immersioni del cappello alla piemontesina, eccetera. Anche per la maturazione in legno dei vini si utilizzano contenitori diversi, dai tini-botte di rovere (18-50 hl), botti di rovere di Slavonia (11-35 hl), tonneaux e barriques e per l’affinamento senza passaggio in legno si utilizza l’acciaio inox.

Il Pettirosso è un vino da tavola che ha sostituito il Sangiovese IGT Toscana a partire dalle prime 448 bottiglie dell’annata 2010 imbottigliate l’8 maggio 2012. Non può indicare l’annata in etichetta, ma quello che ho comprato direttamente al podere è del 2016, imbottigliato il 9 maggio 2017 in 5.596 borgognotte e 31 Magnum (in etichetta scrive 5.600). Dal 2015 soltanto il 10% delle uve proviene dai vigneti di proprietà in territorio di Montalcino, mentre il 90% proviene da vecchie vigne del 1920 sul Monte Amiata, dall’altra parte del fiume Orcia, affittate a Montegiovi. Le gemelle Padovani, visto il successo popolare di questo vino fresco e gustoso (e anche del Biancospino, un taglio di trebbiano e malvasia), hanno in progetto di piantare a breve un altro vigneto da affiancare alla Vigna Matta sul monte Amiata. In alcune annate viene utilizzata anche una piccola parte di uve autoctone (ciliegiolo, canaiolo, colorino, malvasia nera) e in quello del 2016 che ho bevuto il taglio è stato tra l’80% di sangiovese e il 20% di ciliegiolo da uve vendemmiate e selezionate a mano tra il 15 e il 25 settembre.

Macerazione di 15 giorni e fermentazione innescata naturalmente in un fermentino di acciaio inox e mastelloni da 10 ql fino alla temperatura massima di 30 °C. Fatta la malolattica, è stato affinato solo in acciaio inox per circa 8 mesi. Tenore alcolico 13,3%, acidità totale 5,13 g/l, solforosa totale 40 mg/l, solforosa libera 10 mg/l, acidità volatile netta 0,30 g/l, Ph 3,56. Non è filtrato.

Rubino denso nel colore, all’attacco emergono aromi freschi di fragolina di bosco, mora di rovo, ciclamino e anche ortica. In bocca è gustoso e succulento, amaricante e salmastro come la brezza che arriva lassù dal tirreno maremmano, si sentono le alghe al sole sulla battigia, ma anche i letti di foglie secche di leccio del sottobosco e l’argilla pulita e bagnata. Tannini ben domati, difficile trattenersi nel bere con questa freschezza. Finale morbido con un tocco di liquerizia e geranio. È vino da tutto pasto, ma da me è convolato a nozze con le specialità milanesi più semplici, gorgonzola cremoso dolce, luganega cruda, salumi freschi, cassoela, cotenne e fagioli. Sarebbe il compagno ideale in tazza attorno a un gran bel falò.

Fonterenza s.a.s.
Località Fonterenza 99, Sant’Angelo in Colle, 53024 Montalcino (SI)
Tel./Fax 0577.844248, cell. Francesca 338.4620489, cell. Margherita 347.3157605
e-mail: francescapadovani@hotmail.com, margheritapadovani@hotmail.com
sito www.fonterenza.it

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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