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News dal mondo della birra

IBF 2012: Cronache brassicole di un week end romano

Locandina Italia Beer FestivalRoma, sabato pomeriggio: finalmente è arrivato il sole, fin troppo, considerando il programma della giornata. Mia piacevole responsabilità mi impegna infatti nell’Italia Beer Festival, occasione per ritrovare o scoprire le proposte dei migliori birrifici del panorama artigianale italiano.
Appuntamento che, da appassionata, non potrei mai lasciarmi scappare, ma che questa volta si arricchisce di una piacevole nota, la compagnia di un amico neutrale, o quasi, sommelier prestato dal mondo enologico, appassionato di tutto ciò che c’è di buono e naturale nella vita. Sono molto curiosa di conoscere le sue considerazioni in merito e di condividere l’esperienza con un approccio diverso dal solito.
Senza dilungarmi in una breve storia della birra artigianale e della sua lavorazione, che scritta così ha la stessa valenza di una ricerca su una buona enciclopedia, ma sempre con un benevolo pensiero nei confronti di Suor Ildegarda, botanica tedesca che nel 1110 circa rivela le proprietà del luppolo per la conservazione della bevanda e di Pasteur, chimico e biologo che tra le innumerevoli e fondamentali ricerche annovera anche importanti studi sulla fermentazione dei lieviti, mia ardua impresa, tra una birra e l’altra, è quella di descrivere ciò che mi è piaciuto (o meno) dell’edizione di quest’anno di un festival così importante, senza cadere in inutili tecnicismi.
Pertanto, dicevo, pomeriggio soleggiato, cambio di location, per la prima volta è l’Atlantico ad ospitare la manifestazione, struttura forse per alcuni adatta ai concerti ma certamente meno per un evento del genere.

L’arrivo non è dei più invitanti: biglietto di entrata, oltre ai gettoni da acquistare per le degustazioni; scelta secondo me non propriamente azzeccata. Ma procedo ancora scevra da pregiudizi. Il cortile esterno, provvisto di tavoli in legno, non è invece provvisto di coperture, la parte interna sprovvista di adeguata aerazione, ecco perché il continuo passaggio da aria malsana a sole accecante non ha reso la visita tra le più confortevoli.
Ma noi siamo lì per la birra, non ci facciamo scoraggiare e per quanto possibile, cerchiamo di privilegiare alcuni sensi a discapito di altri. Gli stand presenti all’interno contano 22 produttori, un’ottima selezione: tra nomi consolidati come Foglie d’Erba, Opperbacco, Toccalmatto, Brewfist, altri che si stanno facendo largo, Birranova, Turan, ma anche esordi assoluti come Retorto e BQ.
Nei nostri propositi iniziali c’è l’idea, quasi utopistica, di un percorso degustativo verticale, per sapori e struttura. Ma gli amici birrai, che amano ancora una volta stupire, non ce l’hanno permesso, uscendo fuori da schemi stilistici, giocando con luppoli e creazioni, anche se, devo ammettere, senza esaltanti novità.

La sala interna dell'AtlanticoMa veniamo ai fatti squisitamente brassicoli.
Conferme certe da parte di nomi ormai forti, Foglie d’Erba, con la sua “Cherry Lady” semiacida con ciliegie (vincitrice del premio di migliore produzione del festival), in grado di creare file e pellegrinaggi di accoliti, superba.
Opperbacco. Per loro, valido lo stesso discorso, a parte la novità barricata della 10 e lode, una scura ispirata alle trappiste belghe, affinata in botti di Montepulciano, che ha riscosso un gran successo di pubblico e critica, anche se rimasta più equilibrata ai nostri palati in versione classica. Seppur controcorrente, ad aver l’ultima parola è il gusto personale, ma in ogni caso, pur sempre di birra di una certa eleganza trattasi.
Toccalmatto, (come anche l’esordiente BQ) ha invece passato le sue birre nel Randall, una sorta di filtro pieno di fiori di luppolo, utilizzato per donare un aroma aggiuntivo a birre che già in partenza si presentano molto luppolate. Qualcuno ha avuto l’ardire di paragonarlo ad una grande tisaniera a stantuffo, visivamente rende l’idea, ma di certo l’effetto è notevolmente diverso.
Per quanto riguarda le Stout, birre scure dai malti tostati, da segnalare la Pecora Nera di Geco, dall’ottimo equilibrio di sentori caramellati, di caffè e cioccolato, ma a nostro avviso scarsamente sostenuto da adeguata struttura alcolica, forse perchè effettivamente di bassa gradazione, o perché servita a pompa e pertanto scarbonata. Sulla stessa tendenza, i vicini di stand di Math, con la 27, buona al naso e nelle note finali con un aroma tostato e amaro, ma dal corpo ancora fin troppo esile. Ancora Geco ha imbottigliato la sua Scarfiun, dall’aroma vinoso e lievemente acido, anch’essa con ciliegie (qui specificate, le pregiate di Bareggio), invecchiata nove mesi in botte.
Foglie d'ErbaDal Sapore di Rimini, novità invece molto attesa, tanto da creare sotterranei passaparola, preassaggi epici nei pub romani, quasi da apparire semi clandestini, la Ryeccomi del birrificio Amiata: una Indian Pale Ale con la segale, piuttosto amara, creata in collaborazione con il mastro birraio americano Mike Murphy, leggenda vivente per i cultori, tra i primi a diffondere l’utilizzo dei luppoli americani in Italia. Che aggiungere al mito? Assaggiatela, ne vale la pena.
Tra le sorprese, l’esordiente Retorto, fondata da un ex Toccalmatto, con buone birre, in particolare la Morning Glory, un American Pale Ale, luppolata ed amara, e la Daughter of Autumn, Scotch Ale, piuttosto corposa con una predominanza di aroma torbato.
Altri esperimenti, più o meno riusciti hanno coinvolto il salentino Birranova con la Son of a Beer, light IPA, antipasto della Fine del Mondo (birra più ben corposa in uscita a fine anno) ottenuta dal lavaggio delle trebbie della sua cotta. Risultato? Un corpo medio, bevibilità molto gradevole a soli 2,7 gradi. Una sfida, così come definito dallo stesso produttore di Turan che forse non tutti ameranno, la Oops, birra al cardamomo, davvero molto speziata. Miglior riuscita forse per il birrificio Svevo, che ha utilizzato farro e lenticchie, ingredienti in grado di suscitare perplessità nei puristi, ma in realtà dalla resa fresca e abbastanza piacevole.
Per il resto, altre valide conferme, seppur senza sostanziali novità, come nel caso di Brewfist di cui personalmente non aggiungerei altro, se non consigliarla a chi non l’ha mai provata.
Purtroppo però, ci sono dei però…

La mescitaTerminate le considerazioni gustative, alcuni aspetti ci hanno lasciato, ancora prima che delusi, alquanto perplessi e con un po’ di amaro in bocca, di certo non quello della birra! La principale lacuna nell’organizzazione ha riguardato aspetti erroneamente considerati marginali, ma che tali non erano.
A stupire è stata la povertà, e non scriverò quasi totale inesistenza, di un programma vero, di azioni collaterali direbbe un addetto marketing; a me sarebbe bastato qualche laboratorio, seminario, una presentazione del panorama del settore e delle sue prospettive, per avvicinare e magari appassionare anche chi di questo ambito non è propriamente avvezzo (fidelizzato potrebbe sostenere l’addetto di cui sopra, ma in questo contesto risulterebbe un po’ troppo freddo, proprio come certi assaggi che ci sono capitati, del tutto sbagliati).
Il Festival si svolgeva, inoltre, in concomitanza con altri due interessanti appuntamenti dedicati al settore: Indipubs a Firenze e Il Senso della Birra a Viareggio, ma con il vantaggio ulteriore della presenza diretta del più ampio numero di produttori nazionali.
Proprio questo è stato scarsamente sfruttato: credo sia facile immaginare quanto i racconti di un produttore sui suoi metodi di lavorazione, il perché delle sue scelte, l’impegno e la fatica profusa – e a giustificare il tutto, semplicemente una grande passione per la birra artigianale – possa trasmettere qualcosa in grado di andare oltre un semplice incontro di gusti.

10 e Lode di OpperbaccoE poi la conoscenza genera curiosità. E fa venir sete. E fame.
Nel frattempo infatti si arriva alla sera, si è assaggiato, si sono scambiate considerazioni interessanti data anche la compagnia stimolante, si è parlato di metodi artigianali, naturali, biologici, anche nella gastronomia, quando il languore nello stomaco sale fino alla testa generando una domanda: cosa posso avvicinare di vagamente commestibile? Spero vivamente che il camioncino attrezzato nello spazio esterno non sia l’unica risposta disponibile, ma vedo girare intorno a me solo cartocci con hot dog e sparuti pretzel oltre ad annunci su un cartellone di pasta pret-a-manger.
A quel punto un altro ragionamento si fa spazio tra le nostre considerazioni: perché in questo caso all’artigianalità del buon bere non è stata accostata anche una maggiore qualità nella proposta gastronomica? Magari attraverso l’esposizione di prodotti naturali, genuini – azzardo! – biologici, o specialità regionali, seguendo la scia di copertura territoriale dei birrifici presenti. Sono certa avrebbe saputo coinvolgere un target (e qui utilizzo il termine tecnico) diverso, in grado di apprezzare i sapori e gli elementi che differenziano la produzione brassicola artigianale di cui si sente sempre più parlare, da quella industriale.
Comunicazione e coinvolgimento sono pertanto mancati, rendendo l’evento un po’ sterile e limitato ai soli conoscitori, tra i quali, molti, delusi della mancanza di novità sostanziali.
Al termine della giornata, asciughiamo il nostro bicchiere – scelta ibrida di un calice inutile anche come cimelio, nessun logo da riportare a casa in ricordo dell’evento – e ci avviamo al parcheggio.
In bocca sapori ormai persi tra chiare, scure, acide e amare, in faccia il tramonto e in testa bei pensieri. Le considerazioni fatte hanno lasciato infatti spazio al piacere di un pomeriggio passato tra piacevoli chiacchiere in compagnia di nuove conoscenze davvero interessanti, come amici con la passione del vino prestati per un giorno alle cugine luppolate. Pensandoci ancora, non credo affatto che questo sia stato il migliore approccio che il settore possa offrire, spero quindi si possa ripetere presto un’esperienza del genere, anche perché devo ancora scoprire il genere di birra che meglio si accorda ai gusti di Roberto Giuliani. Sarò un’inguaribile romantica, ma credo ne esista una per ciascuno di noi!
(Presto detto, almeno per quanto riguarda l’IBF romano, non ho dubbi sulla Cherry Lady che mi ha conquistato senza ma e senza se, RG).

Hilary Antonelli

Appassionata di birra artigianale, con un debole da anni per Franconia e West Coast USA coltiva quotidianamente la sua passione tra pub, amici publican, birrai e non, e viaggi fino all'altro capo del mondo. Lasciando poco spazio alle mode, il suo posto preferito era e resta il bancone del pub. Tra una birra e l'altra si occupa di promozione e tutela del Made in Italy agroalimentare nel mondo.

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