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La pizza è da sempre una delle mie pietanze preferite. Ogni occasione è buona per deliziarmi con questo semplice prodotto che identifica l’Italia nel mondo, e devo ammettere che è proprio raro restare delusi, la pizza si fa bene quasi dovunque, magari se si è proprio sfortunati si incoccia in un pizzaiolo che strappa una risicata sufficienza, ma mediamente la qualità e la mia soddisfazione sono sempre medio alte. Le medesime sensazioni le provo quando vado in un territorio dove non è la pizza a farla da padrone, bensì il vino. Devi essere proprio sfortunato all’ennesima potenza, vederti attraversare davanti una colonia di gatti neri, rovesciare a terra e rompere un intero camion di specchi, passare sotto una fila di scale, per riuscire a trovare un posto dove bere male in quell’autentico luna park della degustazione che è il territorio del Collio. Il produttore che andremo a conoscere oggi, non rappresenta l’eccezione alla regola, infatti, anche in questo caso saranno le emozioni e le elevate sensazioni sensoriali a farla da padrone. Che dura la vita nel Collio, sempre costretti a bere solo degli ottimi vini… Ci troviamo a Capriva del Friuli, un piccolo paese a pochi chilometri da Cormons, centro nevralgico di tutta l’area, in un territorio dolcemente collinare, a stretto contatto con la vicina Slovenia, ricco di cultura e di testimonianze storiche. Il personaggio che ci allieterà con la sua storia e i suoi vini è Marco Perco, titolare dell’azienda vinicola Roncus. Come quasi sempre mi capita, incontrando gli uomini della vigna, trovo una naturale cortesia e disponibilità in Marco, pronto ad illustrarmi i segreti della sua azienda, la filosofia produttiva e tutti i prodotti che escono dalla sua cantina. L’azienda si trova su una terra che ha visto crescere tre generazioni della sua famiglia. Il nonno era un mezzadro che lavorava i territori appartenenti alla Curia arcivescovile e pagava l’affitto con il prodotto della terra, un’agricoltura misera dove il vino era solo una piccola parte dell’intera produzione. Qualche precursore della zona iniziò un’opera di valorizzazione del vino, avviando la trasformazione delle aziende da agricole a produttrici di quel prodotto che aveva iniziato a rendere di più visti i nuovi numerosi estimatori. Ed è cosi che negli anni ’80 la famiglia rileva la proprietà. Marco entra in scena negli anni ’90, perito agricolo inizia ad occuparsi in prima persona dell’azienda, spinto dall’amore per la terra e per il vino, e questo lo porta alle prime produzioni e ai primi imbottigliamenti.
Agli inizi l’operato del suo lavoro si dirige verso un vino più tecnologico, entrando in contatto con vari personaggi del mondo enologico, inizia poi a sviluppare una diversa filosofia di produzione che lo porterà agli ottimi risultati che sta oggi ottenendo con tutti i suoi prodotti. La sua filosofia lo porta a sviluppare una viticoltura che Marco ama definire “rustica”, nel rispetto dell’ambiente, dove il lavoro in vigna deve rappresentare il fattore determinante per ottenere vini di qualità. Inerbimento dell’intero vigneto con flora spontanea, assenza di concimi, trattamenti di difesa solo a basso impatto ambientale, vendemmia con raccolta di uve completamente mature ed eseguita a mano, sono gli elementi fondamentali della filosofia di produzione dell’azienda Roncus. La qualità si ottiene principalmente in vigna, mentre in cantina l’importante è non fare danni, qui a seconda di come uno decide di lavorare, si riesce a dare solo una propria personalità al vino. Marco ama fare vini che rappresentino il territorio e non si lascino travolgere dalla standardizzazione del gusto. Non utilizza lieviti selezionati, perché ritiene che anche se questi permettono di ottenere profumi raffinati ed esotici e fermentazioni più lineari, rischiano di standardizzare il prodotto. Ecco perché si affida a tutto quello che offre la natura, i lieviti provengono dalle bucce e da tutti quei microorganismi che popolano la cantina. Le fermentazioni sono spontanee, anche se non è esclusa qualche piccola correzione nel caso il popolo di lieviti autoctoni non riesca a portare a termine interamente il suo lavoro. Non vengono utilizzate barriques, altro elemento che può portare a quella standardizzazione non amata dal nostro protagonista. I vini, una volta terminata la fermentazione, rimangono per molto tempo a maturare sui propri lieviti, e il risultato finale è un prodotto con una spiccata mineralità e sapidità che con il passare degli anni assume anche una piacevole complessità. Vini che rappresentano il territorio ed hanno una vita molto lunga, vini longevi che però mantengono sempre una freschezza e vitalità tipiche della giovane età. I circa 10 ettari vitati dell’azienda sono dislocati per la maggior parte all’interno della zona Doc Collio e in minima parte nella Doc Isonzo, parte in pianura e parte in collina. Sono gli appezzamenti locati in collina quelli che emozionano di più per il paesaggio naturale che sono in grado di donare e perché qui sono presenti viti che arrivano anche a 70 anni di longevità e che dànno vita al vino di maggior prestigio. Ci troviamo dinanzi a tanti piccoli crus che fanno pensare alla Borgogna. Tanti microclimi diversi che permettono di ottenere uve rappresentanti di uno specifico “terroir” e porta bandiere della qualità assoluta.
La produzione media è di circa 30mila bottiglie, con 6 tipologie di vino proposte, che ho avuto la fortuna di assaggiare. Il Pinot Bianco sorprende per la sua eleganza e finezza, il Friulano, tipico esemplare del territorio Friuli, avvolge i sensi con un corpo, una freschezza e sapidità che ammaliano, mentre il Sauvignon conquista per la sua aromaticità e i suoi profumi, che la tipologia di produzione rende meno marcati rispetto a quelli tipici del vitigno, ma non per questo meno sorprendenti. Tutte e tre le tipologie sono prodotte con uve perfettamente mature che subiscono una breve macerazione sulle bucce, fermentazione in acciaio e un affinamento “sur lie” di 18 mesi. Escono in commercio a quasi due anni dalla vendemmia. Altra tipologia bianca è il Collio, un vino fresco d’annata che trova come protagonisti un 40% di tocai friulano, altrettanto pinot bianco e una quota del 20% di sauvignon, anch’esso fermentato in acciaio con un affinamento sur lie di 6 mesi. Non è la complessità la sua caratteristica peculiare, ma ci regala un vino fresco ed immediato che sorprende per la sua piacevole bevibilità. Non manca naturalmente un degno rappresentante delle bacche rosse, l’uvaggio Val di Miez, composto da un 85% di merlot e la parte restante ricavata da cabernet franc per il quale si ricerca quando possibile una sovra maturazione, onde limitare la tipica nota erbacea. Vengono utilizzate per la maturazione botti di rovere di Slavonia da 500 litri dove il vino resta per 18 mesi prima di affinarsi in acciaio per altri 6 mesi. Il vino esce in commercio dopo due anni dalla vendemmia, ma il millesimo 2010 vedrà in vendita solo la tipologia Merlot visto che il Cabernet Franc, a causa dell’annata che ha regalato notevoli piogge, non ha potuto raggiungere la giusta maturazione, e così si è preferito non utilizzarlo alla causa del Val di Miez.
Ho lasciato volutamente per ultimo il vino che rappresenta il fiore all’occhiello dell’azienda, quello che ha regalato le maggiori soddisfazioni e i più alti riconoscimenti. Sto parlando dell’uvaggio Roncus Bianco Vecchie Vigne, che vede protagonisti gli autoctoni friulani, con un 70% di malvasia istriana, 20% di tocai friulano e 10% di ribolla gialla. Si tratta di un vino speciale che ha ricevuto ampi consensi e riconoscimenti. Le tre varietà utilizzate convivono in armonia fra di loro e sono tutte ricavate da viti che hanno più di 40 anni, con radici che riescono a garantire tutti quei microelementi che rendono uniche le uve prodotte. La malvasia istriana è lo scheletro del vino, quella che dona speziatura, aroma e freschezza. Il tocai friulano porta in dote la sua rotondità e piacevolezza, mentre la ribolla gialla conferisce acidità e carattere. Dopo una breve macerazione sulle bucce, la fermentazione si svolge in botti di rovere di Slavonia da 20 hl, dove il vino rimane per un anno, per poi passare altri due anni, sempre in compagnia dei propri lieviti, in acciaio, dove la fermentazione malolattica viene svolta totalmente. Alla fine in bottiglia ritroviamo un vino eccezionale, ricco e complesso, con un ventaglio di aromi e sensazioni di primissimo ordine. Un nettare dionisiaco capace di maturare negli anni, che nel corso della sua vita man mano arricchirà la sua complessità senza perdere la fondamentale freschezza che permette al vino di essere sempre piacevole in bocca. Avendo avuto la fortuna di assaggiare due annate, 2004 e 2007, posso garantirvi che l’evoluzione segue alla lettera quanto vi ho appena detto, una complessità in continua progressione, ma con una spalla di freschezza sempre piacevolmente presente. Insomma anche questa volta il Collio non ha tradito le mie aspettative e mi ha regalato la possibilità di conoscere un bravo vignaiolo e un uomo entusiasta del proprio lavoro e del territorio in cui è nato e cresciuto. Per chi non avesse la fortuna di conoscere di persona Marco, beh gli consiglio di provare i suoi vini, perché le emozioni e le sensazioni che ne riceverebbe, sarebbero la vera cartina tornasole della personalità e del modo di lavorare di questo simpatico uomo del Collio.
DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
Da dove deriva il nome Roncus da cui prende nome la tua azienda? Nel vecchio Catasto Asburgico di Maria Teresa d’Austria (Arciduchessa regnante d’Austria e regina d’Ungheria e Boemia vissuta tra il 1717 e il 1780) la casa colonica dell’Azienda era accatastata in Località “Roncuz”, ecco spiegata l’origine del nome dato all’azienda.
Il Collio è terra di grandi vini e di grandi maestri. Qual è stata la tua guida spirituale che hai preso a riferimento agli inizi della tua attività? Sicuramente la passione di mio nonno per l’agricoltura, ha influenzato il mio stile di vita, trasferendomi l’amore per la terra e per il vino. Poi ci sono stati tanti personaggi del nostro mondo che ammiro e da cui ho cercato di carpire qualche segreto, ma non ce n’è uno in particolare che posso considerare come mia unica guida spirituale.
Il Collio è una zona con un clima e una terra unici ed eccezionali che permettono di ottenere prodotti superlativi. Come mai questo terroir d’elite non ha ancora ottenuto la definitiva consacrazione e notorietà fuori d’Italia? Cosa devono fare i produttori del Collio per farsi maggiormente conoscere e apprezzare in Europa, in America e in tutti gli altri mercati emergenti? Si tratta indubbiamente di un territorio straordinario, con viticoltori capaci che producono vini superlativi, eppure quando si va all’estero, non conoscono bene la nostra zona, dove siamo locati geograficamente, per identificarci è necessario sempre dare un riferimento, ad esempio dire che ci troviamo ad est con la non proprio vicina Venezia. Secondo me bisogna imparare a fare quadrato e lottare per un obiettivo comune. E’ necessario superare gli antichi campanilismi ancora oggi esistenti. Bisogna sfruttare di più tutte le nostre grandi eccellenze, non accontentarsi della mediocrità. Il Collio deve imparare da grandi esempi come può essere la terra dello Champagne: tanti viticoltori, tanti prodotti, ma un unico marchio conosciuto in tutto il mondo (come hanno fatto in Franciacorta, ndr). Le eccellenze e i grandi personaggi del nostro territorio devono essere messi in vetrina, fare da traino a tutto il sistema Collio, solo così si riuscirà a catalizzare l’attenzione e diventare molto più visibili anche all’estero. La diversità non deve essere vista come un motivo di divisione, ma rappresentare pezzi di un mosaico che nel loro insieme possono formare una squadra unita e vincente. Ma deve esserci una completa sinergia con tutto il territorio, non solo con il settore del vino, anche perché i vantaggi ci sarebbero per tutti. Il turista non deve venire qui solo per i suoi vini, ma deve poter godere di un’ampia offerta, turistica, culturale, gastronomica. La strada da compiere è ancora lunga, ma spero che le nuove generazioni riescano a superare gli antichi campanilismi e capire l’esigenza di fare quadrato facendo diventare i singoli bravi musicisti del vino, quali sono i nostri viticoltori, un’orchestra che assieme riesca a suonare sinfonie indimenticabili capaci di raggiungere ogni angolo della terra.
Oltre che un bravo vignaiolo, chi è Marco Perco? Una persona che ama le cose semplici, a cui piace cucinare essendo un grande appassionato del cibo e della gastronomia in generale. Mi diletto per hobby a giocare a calcetto con gli amici, per divertirmi e restare un po’ in forma.
I tuoi vini escono dalla cantina dopo quasi due anni dalla vendemmia, quindi quelli di questa annata 2010 li potremo degustare nel 2012, nel 2013 il “Vecchie Vigne”. Ma che annata è stata questo 2010 che ci ha da poco lasciato, con tanta pioggia che è caduta proprio nel periodo delle vendemmie e che vini avremo il piacere di degustare? Sono sicuro che i bianchi saranno dei grandi vini, affascinanti e ricchi di sostanze aromatiche, profumi e freschezza, in quanto questa tipologia non è stata influenzata granché dalle bizze meteorologiche. I vini rossi invece hanno avuto qualche problema in più, specialmente quelli a maturazione tardiva, quindi non posso definirla una grandissima annata. Naturalmente è una considerazione personale, che riguarda la mia zona e la mia realtà in particolare. Poi, come sempre, sarà il tempo a dare il suo responso definitivo. Ad esempio un’annata come la 2002, molto piovosa e sulla carta modesta, poi ha dato dei vini sorprendenti.
La prima annata di produzione del Collio Bianco Vecchie Vigne è stata il 1999. Qual è stata secondo te la migliore annata per questo vino o quella che ricordo con maggior piacere? Secondo me la prima annata e l’ultima sono sempre le migliori, quelle che ricordo con particolare piacere. La prima rappresenta il realizzarsi di un progetto nuovo che quindi è sempre bello ricordare. L’ultima annata, quella più recente, invece rappresenta sempre il raggiungimento di un nuovo traguardo. Si analizzano le cose positive e se eventualmente qualcosa può essere migliorato in futuro perché l’obiettivo e la speranza è sempre che l’annata successiva sia ancora migliore di quella appena passata.
Oggigiorno è sempre più difficile trovare vigne vecchie in quanto il ciclo vitale si è molto accorciato. Molti esperti sono concordi nel ritenere che i grandi vini possano nascere solo da viti dai vent’anni in su di onorato servizio. Il nome del tuo uvaggio, Vecchie Vigne, vuole essere una risposta a questo argomento? Se si vogliono fare dei vini profumati e piacevoli, non è determinante l’età delle viti. Ma quando si parla di grandi vini, complessi e destinati a durare nel tempo, beh penso che delle viti vecchie, con un apparato radicale sviluppato che esplora il sottosuolo alla ricerca dei microelementi, diventino strumento fondamentale per ottenere un grande vino. L’uvaggio “Vecchie Vigne” è il risultato di un lavoro che nasce da tanti piccoli appezzamenti dove viti vecchie, di annate differenti e tipologie differenti, convivono in un habitat rustico e senza troppe regole che riesce a regalarmi ogni anno uve eccezionali ed uniche. Solo la notevole esperienza e saggezza di queste vecchie viti, che si trovano pienamente a loro agio all’interno del territorio, è in grado di raggiungere simili traguardi.
Ho letto che pensi che sia attraverso i vini da uvaggio che il territorio viticolo del Friuli si esprime al meglio. Mi puoi spiegare il perché di questo tuo pensiero? Diciamo che si tratta di una questione storica e culturale. In un “terroir” come il Collio ci sono tanti vitigni tramandati dai nostri padri nel corso delle generazioni che dànno risultati sorprendenti. Ritengo che messi in sinergia, riescano a rappresentare in maniera completa il territorio in tutte le sue piccole sfaccettature e caratteristiche.
Biologico, biodinamico, vini veri, VinNatur, Triple A, tutte sigle e filosofie che puntano alla massima naturalità del prodotto. Tu fai un vino che si può definire “naturale” pur non abbracciando integralmente nessuna di queste filosofie. Ma cosa pensi a riguardo di questo argomento? Sono tutte filosofie e metodologie produttive che rispetto ma che non seguo in maniera integrale. Credo in una viticoltura che definisco “ruspante”, dove le viti crescono in un ambiente un po’ selvatico dove ogni organismo possa partecipare ed essere protagonista dell’unico obiettivo che mi prefiggo: fare delle uve sane. Per raggiungere questo obiettivo cerco di limitare al massimo l’uso di qualsiasi sostanza, evitando ogni sorta di eccesso ed intervenendo solo quando non è possibile fare altrimenti. Le uve sane sono più robuste e resistenti agli attacchi esterni, ma quando non riescono a difendersi da sole, in qualche modo bisogna cercare di aiutarle.
La pietanza per un matrimonio sensoriale perfetto da abbinare con il Vecchie Vigne. Ci sarebbero tanti abbinamenti che potrei citare, ma dico il baccalà perché è una pietanza semplice e che adoro.
Hai qualche nuovo progetto per il futuro prossimo della tua Azienda? Ne avrei tanti, ma devo trovare il tempo di tirarli fuori dal cassetto e realizzarli. Il mio obiettivo è quello di dimostrare sempre di riuscire a fare bene le cose nel tempo, mantenendo un alto livello qualitativo e l’apprezzamento della clientela. Quando un addetto ai lavori mi dà una pacca sulla spalla e mi fa qualche complimento sincero, penso che sia una delle gratificazioni maggiori, che vanno aldilà anche dell’importanza dell’aspetto economico.
Siamo agli inizi degli anni Novanta, la fortuna ti bacia e ti fa vincere una lotteria miliardaria. Pensi che la tua vita sarebbe stata la stessa, in mezzo alle vigne o avresti realizzato qualche altro progetto e inseguito altri sogni? E’ una domanda alla quale è molto difficile rispondere. Diciamo che se parliamo di ideologia, sono e sarò sempre un vignaiolo amante della terra e del vino. Poi essendo un essere umano, con i miei pregi e le mie debolezze, non posso negare che sarei potuto essere attratto da altre cose, forse più materiali e meno romantiche. Ma sono una persona che non ama vivere nel lusso e nella bambagia, sono dell’opinione che l’uomo deve sempre lottare e conquistarsi le cose, solo così può raggiungere la piena gratificazione.
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