La bella addormentata nel bosco di Montalcino: Lisini

Sì, sì… sì, sì… si fanno tanti grandi Brunelli su quel massiccio selvatico di Montalcino che si erge a dominare la Maremma con le sue vigne meridionali nascoste nei boschi. Ville e castelli immersi in un territorio impervio come pochi, specie percorrendo sui suoi fianchi meridionali la strada bianca fra i boschi di leccio tra Castelnuovo dell’Abate e Sant’Angelo in Colle per poi imboccare la strada di Castiglion del Bosco, zona di rifugio dei partigiani, sacra alla Resistenza e ai comunisti che ci hanno dedicato la vita per la libertà e poi hanno governato il territorio finché han potuto, ben guidati da un leggendario Ilio Raffaelli, un sindaco proiettato nel futuro come pochi ma con i piedi ben saldi nel bosco dove aveva fatto il carbonaio prima di servire altrimenti la sua comunità. Bosco, bosco, bosco… daini, cinghiali, istrici, scoiattoli e lepri per chilometri e chilometri con le rocce lamellari del galestro affioranti fra le buche fangose di una “provinciale” che è tale soltanto di nome, ma è una strada bianca di campagna in realtà, senza nemmeno pali della luce o del telefono a ricordare che siamo nel terzo millennio e qui si è fermato invece il tempo in un’atmosfera di fiaba che altrove non si trova più.
Un’estensione enorme di vegetazione di montagna allo stato primordiale, selvatica, spesso impraticabile, ma che comincia proprio sopra la distesa dei grandi vigneti affacciati sull’Orcia e che riceve ogni giorno per tutto l’anno la benedizione delle brezze marine del Tirreno e qualche volta le infuocate raffiche estive di scirocco. Questo è un territorio particolare. Quando ci s’intrufola nel bosco sulle mulattiere dove faticano anche i fuoristrada a quattro ruote motrici, specialmente d’inverno, si consiglia il segno della croce, non si sa mai. Eppure in questo ambiente da corsi di sopravvivenza sono state edificate pievi e costruiti casolari in tempi remoti e qua e là sono ancora evidenti tracce degli etruschi. Intorno alle pievi, alle torri, ai casolari sperduti nel bosco di questa zona meridionale e accidentata del territorio di Montalcino non mancavano le piccole vigne, ma solo per il consumo famigliare di uva e di vino, come mostra una ricostruzione storica dell’uso dei terreni del 1822 (nella cartina sono segnate in rosso).
A quel tempo le grandi vigne per uso commerciale erano tutte concentrate nella zona settentrionale e più fresca. I terreni intorno all’antica via consolare, la Cassia, erano più facilmente lavorabili, dato che erano composti in gran parte da marne argillose abbastanza sciolte che costituivano il fondo dell’antico mare, da flysch cretacei e da sabbie che costituivano le spiagge di un’isola rocciosa, e una volta emersi erano divenuti declivi molto più dolci e arrotondati. Dopo i disboscamenti necessari per renderli adatti alle diverse attività dell’agricoltura, sono sorti poderi un po’ dappertutto in questa zona dell’alta Val d’Arbia ai piedi di Montalcino, solcata da numerosi corsi d’acqua e perciò fonte di ricchezza per i contadini, i braccianti, almeno fino all’abolizione della mezzadria. Qui sono sorte le vigne più antiche, quelle che davano già da diversi secoli un ottimo vino bianco, amabile e leggero apprezzato anche dai papi e dai re, il Moscadello, e un vino rosso piuttosto ordinario che però valeva e costava venti volte di meno e si serviva solo nelle osterie del luogo.
Quando Clemente Santi e il conte Tito Costanti, con il loro enologo Riccardo Padelletti, decisero di investire grossi sforzi per fare un vino rosso buono, da concorsi, modificarono i sistemi di allevamento e conduzione delle viti, selezionarono il clone di sangiovese allora più adatto e stabilirono le prime regole enologiche in un Trattato di vinificazione del Brunello. Da allora, però, i cambiamenti climatici spostarono l’attenzione di tutti i pionieri di questo vino diventato finalmente buono verso l’estesissimo bosco che si affaccia sulla Maremma e non era ancora sfruttato. Le grandi famiglie storiche piantarono finalmente grandi vigne circondate dai lecci, come mostra la ricostruzione storica dei terreni di un secolo e mezzo dopo, del 1954 (sempre segnate in rosso). Qui i suoli sono il frutto dello scasso e della decomposizione delle rocce, in prevalenza di galestro e di alberese, ma più in alto anche di arenarie. Ilio Raffaelli, carbonaio nel bosco e partigiano, ha sempre sottolineato come il rapporto di 4 ettari di bosco per ogni ettaro di vigna vada tutto a beneficio del Brunello che nasce appunto circondato dalla freschezza delle piante selvatiche e ventilato dalle brezze marine che salgono fin qui dal Tirreno.
Quando è stato sindaco per vent’anni di fila si è battuto come un leone per fondare con 25 produttori, tra cui Elina Lisini, il Consorzio di Tutela del Brunello, ottenere le DOC e poi la DOCG, perché ha sempre creduto che queste condizioni pedoclimatiche di rara ampiezza e ricchezza biologica, ben conosciute fin da piccolo nel bosco, riescono a influire sulle uve coltivate nei boschi e sui loro vini che vi acquistano in modo differente (a seconda della posizione, dell’esposizione o dell’altitudine) maggiore corpo, ricchezza, potenza, finezza, struttura, acidità.
Proprio sulla strada bianca nel bosco tra Castelnuovo dell’Abate e Sant’Angelo in Colle si trovano le vigne immerse in quella vegetazione selvaggia che sembra fuori dal mondo civile e pure dal tempo, per via dei ritrovamenti di tracce etrusche, se non fosse per gli enormi trattori di una grossa proprietà podiata locale che si lanciano a velocità incredibili come in un autodromo e che sono da evitare spesso all’ultimo momento, se si riesce a scampare all’infarto. Superato il pericolo, il paesaggio si distende.
Siamo a 8 km circa dalla fortezza di Montalcino, ma fra queste forre è tutto un altro mondo. A destra e a sinistra la bellezza delle vigne mozza il fiato fino al cancello di Casanova Lisini (coordinate GPS Lat. 42.998793 N, Long. 11.473352 E) che è uno dei luoghi dove è nato il Brunello di Montalcino. L’edificio è ricordato nei documenti fin dal ‘500, è un’antica fattoria e presenta un elegante loggiato a mattoni sovrastato da una torre. La famiglia Lisini, attuale proprietaria, continua la tradizione della famiglia Clementi, qui presente dal XVI secolo, con cui si era legata per matrimonio nel 1846 e oggi Carlo Lisini Baldi manda avanti una tradizione vinicola che ha visto numerosi premi e riconoscimenti nell’800 e nel ‘900. Gli uffici sono sempre aperti, ma poiché abita a Firenze, per visitare con lui la tenuta e le cantine è meglio fissare un appuntamento. Sono circa 160 ettari di suoli argillosi nell’enclave di Sesta, di cui 24 coltivati a vite alternate a boschi e oliveti a più di 350 metri d’altitudine s.l.m. e che godono di un’ottima esposizione e di un microclima mitigato dalle brezze della Maremma e caratterizzato da poche precipitazioni piovose, nonché da altrettanto rare nebbie.
La splendida esposizione a meridione e la buona escursione termica tra giorno e notte completano le condizioni ambientali ideali per la coltivazione del sangiovese grosso, unico vitigno presente, le cui uve raggiungono un’eccellenza e una qualità uniche, perché sono allevate e vendemmiate da personale addestrato, natura ed ecosistema, limitando al minimo indispensabile i trattamenti fitosanitari, così da arrivare a raccogliere grappoli sani ma pregiati. E in cantina la filosofia di attenzione alla naturalità è la stessa, così sono capaci di esprimere al meglio ogni sfumatura organolettica nei vini ai quali danno vita. La professionalità e la mano leggera di enologi e cantinieri valorizzano già nella selezione prima dell’ammostamento tutto ciò che il microclima dell’annata e i suoli sono capaci di esprimere nelle uve. In cantina i Lisini sono considerati i puristi del sangiovese perché se lo possono permettere. Vinificano infatti secondo l’impostazione classica, cercando di mantenere lo stile elegante e sobrio che ha reso il loro marchio famoso nel mondo. Niente forzature né barriques, per la maturazione s’impiegano botti di rovere di Slavonia di dimensioni variabili tra 15 e 52 ettolitri.
Dal Brunello di Montalcino al Brunello Riserva, dal Rosso al ”San Biagio”, quelle della cantina Lisini sono fra i più raffinati ed eleganti vini del versante meridionale della denominazione, fino ad arrivare perciò a citare doverosamente anche la selezione Ugolaia, che nasce da un vecchio vigneto a corpo unico di un ettaro e mezzo e rappresenta da anni
uno dei vini bandiera di Montalcino. Mi sono comprato però il Brunello di Montalcino 2012, prodotto in circa 30.000 bottiglie e maggiormente diffuso. Proviene dalla selezione massale di sangiovese in purezza allevato a cordone speronato basso (circa 70 cm da terra) in vigne di età diverse, dalle più vecchie con densità di 3.300 ceppi per ettaro fino alle più recenti con densità di 5.400 ceppi per ettaro. Ne è uscita la media per pianta di meno di un chilo e mezzo. di colore rosso rubino luminoso con una trasparenza non molto elevata (non è filtrato né chiarificato). La fermentazione è avvenuta in tini di cemento vetrificato e di acciaio con controllo di temperatura tra 24 e 26 °C, per un periodo che è variato dai 20 ai 26 giorni. Analisi chimiche e follature a mano giornaliere, svinatura con pressatura soffice, fermentazione malolattica, niente chiarificazione né filtrazione. Maturazione in botti di rovere di Slavonia di capacità variabile da 20 a 50 ettolitri per 42 mesi e ulteriore affinamento in circa 30.000 bottiglia per almeno altri 6-8 mesi.
All’attacco presenta una piacevole morbidezza e un’equilibrata freschezza. Leggero goudron, sottobosco, humus, frutti di bosco molto maturi come prugna, mora, corniola e sambuco nero, poi note di ciliegia nera seguite da un tocco di cipresso bagnato, ginepro, liquerizia e macis, cioè l’involucro rosso intenso, carnoso e raffinato della noce moscata. La struttura robusta è ottimamente bilanciata dall’ottimo tenore alcolico del 14,5%. I tannini sono ammorbiditi molto bene e stupiscono quegli aromi sensuali ed eccitanti che ogni innamorato trova nei baci e nel corpo della propria donna. Di potenza affascinante, nel finale è morbido, di lunga persistenza e lascia in bocca un seducente ricordo di amarena che esalta le pietanze a base di carni rosse.
È ideale per ricette strutturate e saporite di selvaggina di pelo e cacciagione di piuma, per esempio con la lepre alla cacciatora, le pernici al tartufo, i tordi arrostiti con i fegatelli, ma diventa perfetto, se accompagnato dai famosi pecorini stagionati di Pienza, anche come vino da meditazione. E d’alcova.
Azienda Agraria Lisini
Sant’Angelo in Colle, 53024 Montalcino (SI)
tel. 0577.844040, fax 0577.844219, cell. 366.6338677
sito www.lisini.com, e-mail azienda@lisini.com




