In casa Roccafiore a Todi il Grechetto rivela tutte le sue doti

E sì, è tempo di rivalsa, stanno guadagnando terreno a colpi di eventi e dimostrazioni, il muro dei luoghi comuni si sta lentamente ma inesorabilmente sgretolando: anche i vini bianchi italiani hanno l’anima longeva, si tratta solo di prenderne definitivamente coscienza, da parte di chi li fa come di chi li beve.
Ci vuole tempo, inutile illudersi, ma la lista dei vitigni a bacca bianca e dei territori vocati per ottenere vini capaci di sfidare il tempo si allarga di anno in anno. Per molti non è più una scoperta, ma c’è ancora tanta gente, persino fra i produttori, che non è ancora convinta di queste potenzialità.
I segnali però arrivano forti e chiari da molte regioni italiane, soprattutto nel centro-sud, un esempio evidente è la Campania, che sta dimostrando in modo inequivocabile che, alla già consolidata capacità evolutiva del fiano, oggi si possono accostare senza timore di smentita il greco di Tufo, la coda di volpe e persino la sottovalutata falanghina.
Il Lazio potrebbe rappresentare un altro esempio, la zona dei Castelli Romani ha una vocazione eccellente per i bianchi, ci sono tutte le condizioni per dimostrare come in quell’area possano emergere bianchi capaci di evolvere oltre dieci anni senza tentennamenti, lo dimostra un sempre maggiore numero di piccole realtà che stanno lavorando molto bene in questa direzione.
L’Abruzzo ha dimostrato da tempo grazie a personaggi come Edoardo Valentini ed Emidio Pepe, che anche i loro bianchi non temono le rughe.
E poi c’è l’Umbria, prima di tutto con l’Orvieto, che coinvolge anche alcuni importanti comuni del Lazio: Bagnoregio, Castiglione in Teverina, Civitella d’Agliano, Graffignano e Lubriano, tutti in provincia di Viterbo. Anche questa denominazione sta cambiando registro, ci sono aziende che già oggi sono in grado di proporre degli Orvieto di classe con alle spalle un buon decennio e, a volte, anche di più.
Ma il polmone verde d’Italia ha al suo arco molte altre frecce da scoccare, un valido esempio arriva dal trebbiano spoletino, un’uva tipica di quella piccola zona che sta riscuotendo grande interesse, e poi c’è il grechetto, che fa parte della composizione delle principali Doc della regione, dall’Orvieto, al Montefalco, dal Lago di Corbara ai Colli del Trasimento, dall’Assisi all’Amelia, fino al Todi, una delle denominazioni che consente di produrlo anche senza il supporto di altri vitigno, ovvero un grechetto al 100%.
Dei circa 12.500 ettari vitati in Umbria, quasi un terzo è occupato dal grechetto, segno che è una varietà storicamente presente in gran parte della regione. Ovviamente sotto il termine “grechetto” si nascondono diverse varietà, non sempre accomunabili ad esso, ma ci sono due cloni che sono stati accertati con l’esame del DNA, il g5 di Todi (che sembra affine al pignoletto) e il g109 di Orvieto, quest’ultimo trova una corrispondenza con il greco di Tufo.

Ed è proprio in nome di questo vitigno che il 3 e 4 settembre 2015 si è svolto l’evento “CENTOPERCENTO GRECHETTO“, presso l’azienda →Roccafiore di Todi, in occasione della sua decima vendemmia. L’azienda, oggi seguita dal giovane e dinamico Luca Baccarelli, è la promotrice dell’evento, al quale sono stati invitati numerosi giornalisti e opinion leader per confrontarsi sulle potenzialità del grechetto, sia in solitudine che al fianco di altri vitigni locali e internazionali.
Il cuore della manifestazione era rappresentato dalla degustazione effettuata la mattina di sabato 4 nella cantina Roccafiore, 13 vini a base di solo grechetto provenienti dalle principali aree vitivinicole della regione con una tutt’altro che secondaria “appendice” laziale.
La degustazione è stata introdotta dal bravo Giampiero Pulcini, esperto degustatore umbro che ha alle spalle esperienze e collaborazioni con Sandro Sangiorgi (Porthos), Alessandro Masnaghetti (Enogea), penna ricercata da numerosi blog enoici, ed è fondamentale presenza trainante per le attività degustative che si svolgono presso DivinArte a Mentana (RM).
Durante la degustazione erano presenti anche buona parte dei produttori, che hanno avuto modo di presentarsi e raccontare la loro filosofia, i metodi e le tecniche adottati in vigna e cantina. A seguire si è svolta una tavola rotonda moderata da Jacopo Cossater, alla quale purtroppo non ho potuto partecipare.

La degustazione
Rigorosamente alla cieca, è stata proposta in tre batterie da 4 vini (con un’aggiunta di un quinto vino nell’ultima), provenienti da 11 cantine. I vini sono frutto di una selezione effettuata in precedenza da una commissione su un numero di campioni ben più ampio, selezione che non intendeva presentare i migliori in assoluto ma quelli che meglio rappresentassero le diverse espressioni del grechetto.
• Grechetto 2014 – Le Poggette: proviene dal comune di Montecastrilli (TR) e ha colore giallo paglierino medio con nuances verdoline, affiorano note di susina, pesca gialla, agrumi appena maturi e sbuffi di erbe aromatiche. In bocca è sapido con un buon corredo di freschezza e una sottile presenza tannica, torna l’agrume accompagnato da toni di mandorla.
• Colli Martani Grechetto 2014 – F.lli Pardi: siamo nell’area dei Colli Martani, qui i riflessi verdolini sono anche più spiccati, al naso emergono inizialmente note vegetali che richiamano le fave e i baccelli dei piselli appena aperti, poi affiorano piacevoli sensazioni agrumate. Stesso profilo agrumato al palato, si sente tutta la gioventù del vino, freschezza e un frutto che via via si sposta verso tono esotici di banana e papaya, ribes bianco e uva spina.
• Grechetto 2014 – Raìna: ci spostiamo a Montefalco, terra di sagrantino ma anche capace di sfornare bianchi interessanti come questo, dal colore intenso, dorato lucente, lascerebbe supporre, anche dalle sensazioni olfattive, che abbia avuto un contatto con le bucce, ma non ho dati tecnici di riscontro; i profumi rimandano a frutti esotici, mandorla, erbe aromatiche, man mano che sale di temperatura si esprime sempre meglio.
Al gusto è generoso, sapido, persistente, con una materia decisamente interessante e promettente.
• Grek 2014 – Palazzone: i vini di Giovanni Dubini hanno un marchio di fabbrica, si riconoscono facilmente e il Grek non fa eccezione: paglierino intenso con sfumature verdi (a quanto pare in gioventù il grechetto le tira fuori sempre), spiccano note di pompelmo, papaya, timo e santoreggia.
Palato quasi salato, denso di frutto, lungo, tecnicamente ineccepibile.
• Grechetto Anticello 2014 – Cantina Cenci: anche in questo caso l’impressione è che ci sia stato un leggero contatto con le bucce, il colore appare oro chiaro luminoso, al naso fatica un po’ ad aprirsi, la temperatura di servizio e i calici scelti (Zalto) per questa degustazione non lo aiutano. Poi estrae dal cilindro piacevoli venature fruttate miste a sbuffi vegetali, domina comunque la componente citrina, anche al palato, dimostrando che il vino è ancora all’inizio del suo percorso, l’attesa è d’obbligo per apprezzarlo appieno.
• Fiero 2013 – Margò: Carlo Tabarrini dimostra, a mio avviso di essere un interessante interprete di questa varietà, lui ha scelto, è evidente, la macerazione a contatto con le bucce, il colore richiama il classico “orange wine”, decisamente intenso, di stile ossidativo anche se perfettamente controllato, rivela profumi di crosta di pane, melone maturo, arancia candita; in bocca c’è materia, tannino, è un vino ricco, strutturato e coinvolgente, nato per l’allungo nel tempo, ora se ne possono solo intuire le qualità future.

• Ametistas 2013 – Mani di Luna: per me una piacevolissima scoperta, Rocco Trauzzola era presente e ci ha raccontato la sua concezione di vino, molto tradizionale, in cantina le uve vengono vendemmiate in due fasi differenti, una prima parte a metà settembre e una seconda a inizio ottobre, pressate intere su torchio verticale, diraspate a mano e macerate sulle bucce per un periodo variabile fra i 3 e i 6 giorni. La fermentazione è spontanea e con lieviti indigeni, senza controllo della temperatura, per circa 2-3 settimane. Segue un affinamento sulle fecce fini per 8-9 mesi con ripetuti batonnage. I travasi e l’imbottigliamento seguono il calendario lunare biodinamico.
Ne scaturisce un vino che, onestamente, mi è piaciuto molto, più degli altri ha avuto bisogno di salire di temperatura per ripulirsi ed esprimere il corredo aromatico nel quale spicca l’arancia candita e la frutta secca, sfumature di croccantino, mandorla secca.
Bocca ricca, c’è volume, tannino quasi “rosso”, energia, vino in proiezione che già ora suscita qualche bella emozione.
• Alissa 2012 – Terre de La Custodia: altro vino che, per il suo colore ambrato luminoso, lascia supporre una macerazione a contatto con le bucce, rivela una buona complessità e profumi che ricordano gli idrocarburi.
Qui c’è la mano di Riccardo Cotarella, il vino è privo di solfiti aggiunti. Al palato esprime un’ottima materia, si sente il tessuto tannico, la sapidità, ha profondità e lunghezza.

• Colle Ozio 2014 – Leonardo Bussoletti: stesso vino in due versioni diverse, questo presenta un colore giallo paglierino con cenni verdolini, un bouquet vegetale e floreale fa da premessa a sentori agrumati di cedro e pompelmo.
All’assaggio si percepiscono due filoni fruttati differenti, uno più agrumato e fresco, l’altro più maturo con accenti appena dolciastri. Nel complesso è un vino piacevole ma forse un po’ semplice, senza particolare personalità.
• Colle Ozio 2014 – Leonardo Bussoletti: questa versione, al momento ancora sperimentale, si fregia di una macerazione sulle bucce di 24 ore. Il vino sembra guadagnare molto rispetto al precedente, ha colore oro chiaro con riflessi appena verdognoli, al naso fa ancora fatica ad aprirsi, ma non va dimenticato che la temperatura di servizio bassa non lo favorisce.
Al gusto si esprime molto meglio mettendo in mostra un bel frutto pieno e quasi masticabile, freschezza e persistenza mantengono le sensazioni vivaci e gradevoli.
• Fiorfiore 2013 – Roccafiore: possiamo tranquillamente dire che i padroni di casa fanno la loro figura con questo grechetto dal colore paglierino carico, emana effluvi floreali e di sambuco, frutta esotica.
Approccio elegante al palato, sapido, con una materia dinamica ed equilibrata, finale sapido, con la mandorla che a tratti conferma uno degli aspetti tipici di questo vitigno.

• Latour a Civitella 2010 – Sergio Mottura: certamente è ancora oggi il vino più noto e apprezzato a base grechetto, l’unico prodotto in alto Lazio presente nella batteria, con un bouquet intenso e di innegabile fascino dove le erbe aromatiche occupano un ruolo primario, accompagnate da toni di acacia, nocciola, melone invernale, pesca gialla.
Bello anche all’assaggio, dove dimostra come il legno possa essere ben assorbito con un buon affinamento in bottiglia.
• Latour a Civitella 2005 – Sergio Mottura: sarà che la 2005 è una delle annate che più amo, ma qui il Latour tocca vertici davvero elevati, impressione per il colore oro-verde chiaro, il gioco di spezie fini ed erbe aromatiche che si fondono al frutto e a sensazioni salmastre testimonia la grande finezza di questo vino.
Complesso al palato, profondo e molto sapido, fresco e pieno di vita, i dieci anni non li sente minimamente, anzi, dimostra di averli assorbiti senza colpo ferire, mostrando un finale praticamente interminabile.
Roberto Giuliani




