Gianluca Morino: “la vera Barbera è il Nizza!”
Fotografie di Enzo Trento

In una società in cui i mass media tecnologici la fanno da padroni, Gianluca Morino, un vero e proprio “vignaiolo 2.0”, è stato uno dei primi ad utilizzare strumenti e social per comunicare il suo modo di essere viticoltore.
Tra una potatura, un travaso o un imbottigliamento, il titolare dell’azienda astigiana →Cascina Garitina di Castel Boglione è costantemente connesso, attento a leggere e a commentare con spiccato piglio critico news italiane ed estere legate al mondo del vino, ragion di più se riguardano il suo amato/criticato territorio astigiano.
Morino è stato uno degli artefici della “rivoluzione” della Barbera d’Asti, non condividendo in primis il disciplinare di produzione della tipologia Superiore, e prodigandosi insieme a una dozzina di produttori nella nascita nel 1994 dell’associazione Vigne del Nizza, confluita nella Produttori del Nizza il 19 novembre 2002 a seguito del riconoscimento ufficiale della sottozona Nizza. Dopo anni di lavoro e di rigido rispetto delle direttive di coltivazione e produzione stabilite, gli sforzi collettivi delle 43 aziende associate hanno raggiunto il 1° luglio di quest’anno l’obiettivo prefissato fin dalla nascita, ovvero il riconoscimento ufficiale del Nizza Docg, la “vera Barbera d’Asti”, che potrà nascere in 18 comuni dalla vinificazione esclusivamente di Barbera da vigneti con una resa massima di 70 quintali per ettaro e un affinamento minimo di 18 mesi di cui 6 in legno: un primo tassello di un vino che ha tutte le carte in regola per diventare un grande vino rosso del Piemonte, con una produzione che ha le potenzialità di crescere dalle attuali 500.000 alle oltre 4,5 milioni di bottiglie, considerando che la superficie dove si potrebbe produrre il Nizza Docg è di ben 720 ettari!
Gianluca ha le idee chiare su ciò che deve rappresentare il domani della Barbera d’Asti.
“Il Nizza diventerà in futuro il punto di riferimento per la Barbera, perché ha un programma condiviso da tutti i produttori aderenti al progetto e la qualità media del vino è alta con un filo conduttore unico e facilmente individuabile. Abbiamo dato molta importanza all’eleganza e alla beva, riducendo o adeguando l’affinamento in legno, a volte anche a costo di stravolgere gli abituali sistemi di affinamento. Le indicazioni dell’associazione sono di produrre il Nizza evitando di fare la Barbera d’Asti Superiore. Abbiamo i numeri per crescere e la qualità da affiancare i grandi vini italiani come il Barolo, l’Amarone della Valpolicella o il Brunello di Montalcino!”.
L’idea di cambiare impronta alla Barbera del suo territorio risale agli anni di scuola.
“Da quando avevo 5 anni ho sempre pensato di fare il vino da grande. Ho preso le redini dell’azienda nel 1992, finita la Scuola Enologica di Alba, anche per proseguire le origini della mia famiglia, iniziate dalla mia bisnonna Margherita agli inizi ‘900. Per un paio d’anni abbiamo venduto sfuso gran parte delle uve di proprietà, finché nel 1994 imbottigliammo per la prima volta il Barbera Bricco Garitta dopo il primo diradamento della zona in accordo con mio papà Pasquale, che già da tempo voleva mutare l’impronta aziendale ma era stato sempre stoppato dal nonno Giovanni.
Quali sono e sono state le difficoltà più grandi?
“Possiamo dividere i problemi in decenni: dal ‘94 al 2000 grandi difficoltà a vendere la Barbera, i clienti ci chiedevano il Dolcetto perché secondo loro la Barbera era un vino difficile da bere.
Da 2001 ho iniziato a lavorare con l’estero in maniera più professionale e meno estemporanea e lì le difficoltà sono state nel capire come fare per “internazionalizzarsi”, problematica risolta offrendo non solo le bottiglie ma tutto un servizio di consulenza e di appoggio di contorno, come ad esempio banalmente rispondere in tempi brevi alle mail di richiesta di informazioni.
Altra difficoltà è stata cercare di dare un’identità univoca non solo al vino ma anche alla bottiglia e all’etichetta, obiettivo centrato nel 2001 al secondo tentativo, con l’etichetta di taglio trasversale per dare un’immagine della collina, di un pensiero positivo sempre in crescendo, di colore giallo perché inusuale e quindi facilmente memorizzabile e riconoscibile sugli scaffali.
Una certa difficoltà si ha sempre nel commercializzare i miei vini a nuovi clienti perché la Barbera d’Asti in certi Stati è legata alla fama di avere un prezzo molto basso e quindi non sono disposti a spendere di più. Il problema che certi Paesi possono tranquillamente fare a meno della Barbera perché banalmente non la conoscono, non conoscono quindi le sue vere caratteristiche e abbinabilità con i loro piatti.
Negli Stati Uniti sono le stesse aziende americane che stanno facendo conoscere la Barbera prodotta in loco, vini con poco apporto di legno, e con questa azione ci stanno aprendo una strada che finora non siamo ancora riusciti a percorrere”.
Chi è stato il tuo punto di riferimento, colui che hai preso come guida da cui attingere i segreti del mestiere?
“A livello di strategia sul territorio è stato Tullio Mussa, fondatore dell’Enoteca del Vino di Nizza, ora Enoteca Regionale, grande amico di Carlin Petrini, uno studioso che ci ha fatto un po’ da chioccia proponendo ad esempio le prime degustazioni alla cieca. E’ sempre stato convinto che la spinta dei piccoli produttori potessero far bene al movimento.
Dal punto di vista professionale ritengo siano basilari gli studi enologici, i costanti e frequenti confronti tra produttori così come l’assaggiare altri vini non limitatamente al nostro territorio.
Ho il rammarico di non aver fatto esperienze lavorative all’estero, che invece consiglio alle mie figlie, a cominciare da Gaia che sta per iscriversi all’Università di viticoltura e enologia”.
Che cosa ti piace di più e di meno del tuo lavoro?
“Non amo la contrattazione sul prezzo e i frequenti viaggi all’estero, anche se preferisco descrivere i miei vini fuori dai confini, dove c’è meno poesia o pettegolezzi ma si mira di più al business.
Potessi scegliere rimarrei in cantina e in vigna: è bellissimo il contatto con la natura, così come stupendo seguire la trasformazione dell’uva in vino.
La storia della vita va di pari passo con l’evoluzione dell’uomo, da nomade a stanziale, passaggio che è stato segnato iniziando a piantare delle viti. La vite è il simbolo della vita e della rinascita: Noè sceso dall’Arca piantò una vite!”.
Qual è il vino rappresentativo della tua azienda?
“Il Nizza senza dubbio, e non solo perché sono stato presidente dell’Associazione Produttori del Nizza per 9 anni. Il mio “900 Neuvsent” è in onore della mia bisnonna e ai primi anni del ‘900 con la lotta per l’emancipazione femminile, anni in cui c’erano pochissimi soldi e si viveva con il baratto. Vado fiero anche della Barbera d’Asti Villalta, senza solfiti aggiunti, con la quantità totale scritta in etichetta che non supera mai i 10 mg/l, ovviamente imbottigliato con tappo a vite completamente ermetico Tin Foil.
Il complimento più bello che possono fare a un mio vino è che rispecchi il territorio, che rispecchi il mio carattere”.
Qual è il tuo giudizio sul mondo del vino in questo periodo?
“Quello italiano vive un momento di grande confusione, dalla comunicazione al consumatore. Siamo un movimento troppo chiuso, basti pensare che non si vuole scrivere in etichetta chiaramente gli ingredienti.
In Italia inoltre c’è poco approccio del vino al business, che secondo me farebbe bene al vino, mentre qui il mercato spesso è affidato alla passione o all’improvvisazione commerciale”.
Sono i produttori che fanno il mercato o viceversa?
“Senza dubbio sono i produttori. Purtroppo non siamo ancora consci del nostro enorme potenziale: chi ha fatto la moda della Red Bull o della Coca Cola, o per stare più vicini a noi quella del Blangé, se non i produttori?”.
Oggi si sente parlare sempre più spesso e confusamente di vini biologici, vini biodinamici e vini naturali. Quali sono le tue idee in proposito?
“Bisogna comunicare il vino in primis, non limitarsi a classificarlo in biologico, biodinamico o naturale. Oggi sembra che tutto sia bio, ma siamo così sicuri?
Il metabisolfito di potassio deriva dagli scarti della raffinazione del petrolio: aggiungendolo al vino come si può definire naturale?”.
Hai in cantiere qualche nuovo progetto per la tua attività?
“Relativamente al Nizza dal 2013 ho vinificato separatamente tre vigneti distinti: la vigna Cec in onore del vecchio proprietario, la Vignavecchia che data 1951 come anno di impianto e la Margherita, la più vicina all’azienda. Tre suoli differenti: nelle prime due ci sono selezioni massali di cloni di vite diverse mentre per la Margherita nel 2002 ho utilizzato solo il clone di Barbera AT84”.
Vino, e poi quali sono le tue passioni?
“La passione più grande nel baule è quello di promuovere il territorio, cercare di rendere la comunicazione univoca , sia all’interno che all’esterno.
Sogno di costruire un’applicazione che illustri il nostro territorio del Nizza a 360 gradi con tempestività, completezza e precisione: oggi è basilare utilizzare nel modo migliore le potenzialità che i social network e le tecnologie ci offrono!” .



