Christian McBride & Inside Straight: tecnica, swing, ma manca ancora qualcosa
Non ci sono dubbi, oggi la qualità artistica, la preparazione tecnica, la conoscenza profonda dei grandi maestri sono patrimonio di molti musicisti jazz, esteri come italiani. Ci sono anche vere e proprie perle, fenomeni capaci di estrarre dai loro strumenti tutto lo scibile, non ci sono angoli inesplorati. C’è però un elemento che nessuna scuola, nessuna accademia potrà mai dare perché appartiene esclusivamente alla sfera delle esperienze personali, della sensibilità che distingue un grande artista da un bravo artista.
Di sicuro oggi non mancano gli strumentisti preparati, gente che sa destreggiarsi con facilità in ogni situazione musicale e questo non è poco. La cattiva musica diventa fenomeno raro.
McBride rientra sicuramente nella sfera dei grandi talenti, il suo modo di suonare è sicuro, il contrabbasso non ha segreti nelle sue mani, ogni fraseggio, pur con qualche compiacimento narcisistico, ha una sua ragione d’essere. Pensando a contrabbassisti del calibro di Charlie Haden, Charles Mingus, Scott LaFaro, Ron Carter, viene naturale constatare che McBride (che vanta esperienze con musicisti del calibro di McCoy Tyner, Sting, Freddie Hubbard, Dianne Reeves, Chick Corea, Pat Metheny ecc.) viaggia su un terreno espressivo forse ancora troppo goliardico, gli piace stupire con la velocità dei passaggi, al contrario di un Haden essenziale ma dal tocco commovente, di altissima poesia.
Ecco, quello che non sono riuscito a percepire – magari è un mio limite – nel concerto di ieri sera alla Casa del Jazz, in via di Porta Ardeatina a Roma, è questa capacità di elevazione, di approfondimento interiore che supera l’estro tecnico preferendo ad esso un linguaggio magari più scarno ma di grande intensità emotiva (mi viene in mente lo straordinario “The Melody at Night, With You” partorito da Keith Jarrett dopo quella lunga mallattiache lo aveva tenuto forzatamente lontano dalla tastiera). Forse, di quel gruppo composto da Steve Wilson al sax, Peter Martin al piano, Warren Wolf Jr. al vibrafono, Ulysses Owens Jr. alla batteria e McBride al contrabbasso, è proprio il sassofonista, guarda caso il più anziano, che mi è parso più in grado di toccare momenti alti, seppur mai del tutto liberati.
Questo non sottrae nulla ad un concerto comunque validissimo, piacevole, vibrante, dove forse il momento più coinvolgente e appassionato è arrivato con una bellissima interpretazione di Sofisticated Lady di Duke Ellington.
Il gruppo ideato da McBride, a titolo di cronaca, era incompleto, infatti il pianista “di ruolo” è Eric Scott Reed e il batterista Carl Allen, che potrete trovare, invece, nel cd che ha dato origine al concerto: “Kind of Brown”, dedicato al grande contrabbassista Ray Brown.
Nel gruppo è emerso quello che, per me, era il maggior talento, ovvero il giovane vibrafonista Warren Wolf, grande agilità e scioltezza e una capacità di “trattare” lo strumento con assoluta padronanza.
Del cd citato vi segnalo una chicca, l’ultimo brano “Where Are You?”, composto da Harold Adamson e Jimmy McHugh nel 1937 per il film “Top of The Town”.




