Podere Marcampo, agriturismo, vino, buon cibo e un pizzico di sana follia

Qualche milione di anni fa, a San Cipriano, poco distante da Volterra, c’era il mare. Fin qui non c’è da stupirsi più di tanto. Quando arrivi a Podere Marcampo, però, la prima cosa che noti è un succedersi di collinette segnate da evidenti venature, dei calanchi insomma, ovvero rocce argillose prive di vegetazione (e come potrebbe attecchire!) erose dalle piogge, che scendono a valle formando quelle caratteristiche scie chiare.
Ci troviamo, dunque in un contesto dove alcuni metri sotto c’è il sale lasciato dal mare, mentre nei primi metri un bel concentrato di argilla mista all’immancabile sabbia. Suoli poveri, dunque, poverissimi, dove persino il favino fatica a crescere (negli States vengono chiamati badlands, terre cattive, non a caso).

Chi si metterebbe mai, quindi, a produrre vino in un luogo del genere? Se andiamo a sondare le caratteristiche genetiche di certe popolazioni, non fatichiamo a pensare che se c’è qualcuno così caparbio e testardo che potrebbe farlo, ebbene questo deve essere per forza un abruzzese.
E infatti Genuino e Ivana vengono da quella regione, montuosa e tosta, dove si è abituati gioco forza a vivere in condizioni estreme. Parliamo degli anni ’70, per la precisione 1971, quando Genuino, dopo vent’anni di servizio nell’Arma dei Carabinieri decide di cambiare completamente vita e dedicarsi con la moglie a quella passione che da sempre lo aveva accompagnato: il vino e la buona cucina.

La nuova vita inizia con “Il Vecchio Mulino”, il primo ristorante in frazione Saline di Volterra (oggi poco più di mille abitanti), nota appunto per le saline, formatesi per via di sorgenti di acqua salata dette “moie”.
Nel 2001 aprono un altro ristorante nel centro storico di Volterra che porta il cognome di Genuino, Del Duca, nel frattempo il vino diventa uno stimolo sempre più imprescindibile, del resto chi fa ristorazione non può non sentirne il richiamo.
L’occasione per la svolta definitiva arriva due anni dopo: un casolare davvero messo male, un rudere del ‘700 abbandonato dagli anni ’50 in un territorio spettacolare. C’è tantissimo lavoro da fare, ma la passione e la genetica abruzzese abbattono qualsiasi ostacolo.

Il Vecchio Mulino viene ceduto e il podere Marcampo viene acquisito con terre annesse; la ristrutturazione è a tutto tondo, il casolare diventa un vero e proprio agriturismo, con annessa piscina (tre camere da letto matrimoniali, due appartamenti bilocali e una suite trilocale); l’incontro con l’agronomo Stefano Bartolomei è fondamentale, sebbene all’inizio lui tendeva quasi a scoraggiare Genuino, dicendogli “guardati intorno, non c’è quasi vegetazione, è pieno di argilla, è una terra inospitale, come vuoi che ci cresca la vite? Neanche il favino!”. Ancora una volta la testardaggine abruzzese di Genuino non si lascia intimorire, comincia una lunga opera di rigenerazione dei terreni attraverso quintali e quintali di letame, alla fine, dopo varie analisi della situazione, Stefano gli propone di piantare merlot, una delle uve più capaci di adattamento anche a terreni così magri e difficili.

Ci vogliono 4 anni per arrivare al primo vino di casa Del Duca, il Giusto alle Balze 2007, e da quel momento non si torna più indietro, ormai la strada è stata spianata. Nel frattempo anche l’enologo Enrico Bortolini porta il suo contributo, mentre la figlia Claudia impara un po’ tutto, dal marketing all’accoglienza e al lavoro in vigna e cantina. La differenza generazionale, quando una famiglia funziona, porta nuova linfa, anche in situazioni conflittuali, l’importante è trovare la chiave affinché i due mondi possano incontrarsi ed esprimere il meglio di ciascuno, come in effetti sta avvenendo in casa Del Duca.

Col passare degli anni il vigneto si ingrandisce, raggiungendo i 5 ettari, il merlot è stato affiancato dal sangiovese, poi da ciliegiolo, vermentino e pugnitello. Oggi i vini prodotti sono 6 (ma è nell’aria anche un altro progetto, vedremo…): il sangiovese Severus (prima annata 2012), il merlot Giusto alle Balze (2007), il Genuino (2009, 80% sangiovese, 20% merlot), il Marcampo (2007, 50 e 50), il vermentino Terrablu (2015) e, ultimo nato, il rosato Creterosa (2021, pugnitello e ciliegiolo). Dal 2019 l’enologo è Luca Rettondini.

I VINI E LA DOPPIA VERTICALE
Il 7 e 8 giugno sono stati l’occasione per poter assaggiare tutti i vini al momento in commercio, più una interessante verticale di Giusto alle Balze 2010, 2014, 2015, 2017 e 2018, e Severus 2015, 2016, 2017, 2018 e 2019.
Devo dire che, nonostante la verticale fosse il cuore di questo incontro (eravamo una dozzina di partecipanti), il primo assaggio è stato fra i più stimolanti della giornata, anzi il doppio assaggio di Terrablu 2021 e 2018, un vermentino che ha messo subito in evidenza cosa vuol dire subire l’influenza di un territorio e della sua storia geologica. Il 2021, sebbene sia molto giovane, ha già una bella trama espressiva che dagli agrumi alla ginestra, dalla mandorla alla pera con guizzi verso il rosmarino; ma il 2018 ha rivelato quanto sia importante aspettare, una filosofia che stenta ancora a farsi strada nei vini bianchi, ma che invece dovrebbe diventare la norma, a partire dalle varie anteprime che si fanno nel nostro Paese, che si tratti di Vernaccia di S.Gimignano o di Oristano, di Soave o Gavi, di Vermentino toscano o sardo, di Fiano di Avellino o Greco di Tufo, di Biancolella o Grillo, di Trebbiano spoletino o Garganega, di Catarratto o Greco bianco.

Ci riusciremo? Potremo finalmente vedere nelle carte dei ristoranti vecchie annate di vini bianchi italiani come avviene da tempo per quelli francesi? Spero di sì. Ancora una volta mi trovo di fronte a un vino bianco che, con tre anni in più di bottiglia, ha mostrato una stoffa e un’eleganza davvero trascinanti, tanto da avere chiari richiami al riesling, nelle note di idrocarburi e pietra focaia, ma anche allo chardonnay per ampiezza fruttata e struttura profonda ed equilibrata, con note quasi burrose e una sapidità fitta.

Durante l’ottimo pranzo nel ventennale locale di famiglia, il Ristorante Enoteca Del Duca, sito in via del Castello, 2 a Volterra, preparato dal bravo chef Alessandro Calabrese (notevole il Lonzino di cinghiale marinato, melone e fiore di zucca, la qualità del cinghiale era eccellente e le palline di melone davano piacevole freschezza al piatto; perfetto lo gnocco di patate, melanzana e passata di datterini, gustoso ed equilibratissimo; straordinario il Piccione selezione Laura Peri, salsa olandese e vegetali, carnoso, succulento, di una bontà trascinante), abbiamo potuto degustare fra gli altri il rosato Creterosa 2021, pugnitello e ciliegiolo in ugual misura, qui sono la bevibilità e il gioco di piccoli frutti a colpire, un rosato con quel giusto nervosismo che stimola l’appetito e finisce in tempi pericolosamente brevi.
Ma veniamo al clou della giornata, la verticale.

PREMESSA: questa degustazione va letta tenendo conto non solo dell’evoluzione dei vini, ma soprattutto di quella aziendale, è evidente che le prime annate risentivano della mancanza di esperienza, ma i progressi sono evidentissimi e testimoniano quanto la mano dell’uomo sia fondamentale e incida moltissimo sul risultato finale.
Giusto alle Balze 2010: granato profondo, naso che si apre in progressione, inizialmente sembra un po’ evoluto, poi si riprende e propone note di prugna, marasca e mora matura, grafite, funghi, tabacco, cuoio, humus, cioccolato, liquirizia; al palato ha ancora una certa tensione tannica, va detto che è maturato in barriques nuove e probabilmente la ragione è proprio questa; ha ancora una discreta freschezza, sapido e di buona persistenza, non sembra abbia molta vita davanti ma nel complesso ha retto piuttosto bene, peccato per questo squilibrio fra tannino contratto e corpo decisamente maturo, non credo potrà mai raggiungere la giusta sintonia.

Giusto alle Balze 2014: granato con vaghi ricordi rubini, l’attacco è meno intenso, più delicato, qui affiora il mirtillo, la mora in confettura, la parte terziaria è appena accennata, al palato l’acidità non manca, si sente un tessuto meno compatto e profondo, ma dal punto di vista della bevibilità è davvero notevole, molto in sintonia con le caratteristiche dell’annata. Qui siamo passati alla maturazione in tonneaux.
Giusto alle Balze 2015: rubino con cenni granati, profondo, naso più contratto inizialmente, frutta composita, speziatura dolce, non si sente nulla di ossidativo, pulito, di sostanza; al palato è fresco, ha un bell’equilibrio, il frutto è ancora dominante e la beva ne guadagna, un esempio di merlot da annata calda ma senza averne sofferto particolarmente, tratto terroso evidente, molto buono e stimolante.
Giusto alle Balze 2017: rubino profondo, anche qui abbiamo un’annata decisamente calda ma tutto sommato il vino non sembra averne sofferto granché; compatto nella trama fruttata matura, emerge una leggera nota di arancia sanguinella, mora, mirtillo, spezie fini, ginepro, mirto. In bocca si sente il calore dell’alcol, ha un po’ meno acidità del precedente o comunque si nota di meno, c’è una piacevole nota pepata, è un vino meno in equilibrio ma con ancora buone potenzialità evolutive.
Giusto alle Balze 2018: colore meno concentrato, bel rubino vivo, si sente un frutto più giovane e piacevole, mora, prugna, leggera ciliegia sotto spirito, qualche guizzo floreale, al palato si sente appena il legno, c’è rotondità ma anche un’acidità che sostiene bene il frutto, il tannino è più definito e poco aggressivo. Ha un’ottima bevibilità, nessuna pesantezza, scorre molto bene e lascia sensazioni piacevoli, suggestive, un giovane di razza.

Severus 2015: granato di buona profondità, naso di sottobosco, ciliegia matura, prugna, leggero terziario, al palato mantiene lo stesso profilo, toni un po’ scuri, austeri, buon ritorno fruttato, c’è ancora freschezza da vendere, sapidità, buona lunghezza.
Severus 2016: granato vivo con cenni rubini: naso che mantiene il profilo scuro ma con maggiore intensità e movimento, frutta rossa composita, speziatura delicata, leggero floreale secco; al palato ha freschezza, tannino di buona finezza, si sente che l’annata è di qualità, ha lunghezza e succo, in crescendo, può evolvere ancora.
Severus 2017: rubino granato non profondo: anche qui l’annata calda ha inciso sul risultato, frutto scuro, quasi sotto spirito, note di macchia mediterranea, liquirizia, in bocca torna evidente l’alcol, c’è una maturità di frutto che non trova corrispondenza nel tannino ancora teso, non del tutto risolto.

Severus 2018: rubino con unghia appena granata: qui c’è una più evidente florealità, note di erbe aromatiche, menta, timo, piccoli frutti non scuri, c’è una bella vivacità in bocca, freschezza, succosità, vino che ha molta strada davanti ma già ora si fa piacere per impatto sapido, fresco e buon equilibrio, forse il mio preferito perché è più snello, fine, elegante, un sangiovese di pregio.
Severus 2019: rubino profondo, naso giovane e appena caldo, ciliegia matura, visciola, leggero tabacco, al palato ha freschezza spiccata, tannino ancora giovane, buon tessuto, si sente che i vini hanno acquisito maggiore definizione e pulizia, anche questo è un bel bere anche se c’è da aspettare perché dia il massimo.

LA CHIOSA: si sente nell’aria il passaggio generazionale, nei vini come in famiglia, ma senza che l’uno neghi il contributo dell’altro, nessuna rivoluzione ma il normale accrescimento dato da esperienze che si confrontano e trovano il giusto equilibrio nelle loro inevitabili differenze. Un pregio che non tutte le famiglie hanno. Guardando Genuino, Ivana e Claudia, la sensazione è proprio quella di condivisione di un percorso, ciascuno con un proprio ruolo ben definito ma mai in contrasto con gli altri.
Roberto Giuliani




