Marco Felluga: i miei primi 90 anni

Quando si parla di Collio non è difficile per gli appassionati del nettare di Bacco collegare questo lembo di terra del nord-est dell’Italia ai grandi vini che escono dalle cantine dei tanti bravi produttori della zona.
Specialmente le tipologie bianche sono riconosciute al di fuori dei confini regionali come autentiche perle di bontà.
Ma nulla nasce per caso. Se il Collio e i suoi vini hanno raggiunto questi risultati, lo si deve alla lungimiranza e al duro lavoro di tanti personaggi che hanno creduto nel territorio in tempi in cui era più facile dedicarsi ad altre attività più sicure e remunerative.
La storia ci ricorda che queste zone sono state teatro dei due terribili conflitti mondiali e sappiamo come le guerre lascino in eredità tanta miseria e povertà. Al Collio la seconda guerra mondiale aveva lasciato anche divisioni sociali e territoriali con l’assurda modifica dei confini fra Italia ed ex Jugoslavia che aveva separato geograficamente comunità da sempre legate da un unico filo conduttore.
In un contesto non florido, sono sempre le menti più illuminate, quei personaggi dotati di un intuito al di fuori del comune, che riescono a farsi strada diventando una sorta di guida per tutto il territorio e Marco Felluga è sicuramente stato, e lo è ancora, un punto di riferimento importantissimo per il Collio e la sua crescita.
Da imprenditore e leader carismatico ha portato un grandissimo contributo affinché colline ricche di vigneti diventassero quel Collio oggi riconosciuto e lodato da tutti.
Marco Felluga ha fatto nascere e crescere due aziende che sono fra le migliori del comparto vitivinicolo; la Marco Felluga e la Russiz Superiore, oggi condotte dal figlio Roberto.

Il 28 ottobre 2017, Marco ha raggiunto una tappa importante della sua vita: i suoi primi 90 anni.
Per celebrarlo degnamente, il figlio Roberto ha organizzato una grande festa di compleanno che si è tenuta nel suggestivo scenario della cantina di Russiz Superiore a Capriva del Friuli dove ha riunito amici e famigliari. Oltre alle dovute celebrazioni, ha voluto anche dedicargli un libro, scritto da Walter Filiputti, e un vino: il Collio Bianco Gran Selezione 50/90, anteprima assoluta di quello che diventerà il vino al vertice della piramide qualitativa delle future etichette a partire dalla vendemmia 2018.
Una simile ricorrenza mi ha spinto ad incontrarlo per ripercorrere con una intervista le tappe del suo lungimirante operato e di una vita vissuta sempre con lo sguardo rivolto al futuro.
28 OTTOBRE 1927
Era il 1924 quando papà Giovanni e mamma Elisa si trasferiscono da Isola d’Istria a Grado per dare ulteriore linfa e nuove prospettive alla loro attività di commercio del vino.
Quattro anni dopo nasci tu. Siamo nel pieno di una crisi economica, anni non facili anche dal punto di vista politico, in pieno fascismo, viatico di anni terribili che ci porteranno alla seconda guerra mondiale.
Volendo usare una metafora, come la vite che dà il meglio di se in terreni difficili e poveri di risorse, anche tu in un periodo storico ed economico non florido sei riuscito a porre quelle basi che ti hanno poi permesso di percorrere un percorso professionale e una vita famigliare ricca di gioie e soddisfazioni.
Vale quindi la regola che quando si hanno meno mezzi a disposizione si mette maggiormente in moto il proprio ingegno o nel tuo caso quali sono stati i segreti del tuo successo?
È un dato di fatto come abbia iniziato la mia attività in un periodo non facile e nel quale non c’erano grandi risorse, ma l’elemento fondamentale è stato la grande passione che da sempre ha caratterizzato il mio operato, un vero e proprio innamoramento per quello che reputo uno dei più belli mestieri del mondo.
Anche se i sacrifici sono stati tanti, le soddisfazioni che ho ricevuto hanno gratificato sempre il mio lavoro.
1938
È l’anno in cui la tua famiglia decide di trasferirsi da Grado a Gradisca d’Isonzo per ampliare e seguire da vicino mercati del vino che stavano diventando sempre più interessanti.
Che ricordi hai di quei tempi quando ancora bambino iniziavi a prendere confidenza con le cantine e un mondo che sarebbe diventato il tuo pane quotidiano da lì a pochi anni?
I ricordi sono quelli di un bambino che giocava in cantina in maniera spensierata senza farsi troppi pensieri su quello che sarebbe stato il futuro. Certo che girando in mezzo alle botti si trovava sempre qualche bottiglia aperta e quindi le miei prime degustazioni sono iniziate in età precoce, anche se forse il primo vero assaggio lo ho fatto quando facevo il chierichetto e aiutavo il sacerdote a scegliere il vino giusto per celebrare l’eucarestia.

1950
La prima formazione alla scuola enologica di Conegliano in un periodo in cui in Friuli mancavano conoscenze e cultura sia in materia enologica sia in tecniche di cantina.
Il paese era uscito da poco da una guerra che aveva lasciato macerie e ferite non facili da rimarginare.
Ma se da un lato le risorse erano poche, dall’altro c’erano grandi spazi di manovra e mercati ancora vergini a disposizione di chi avrebbe avuto il coraggio e la voglia di mettersi in gioco.
Si può dire che sono questi gli anni in cui hai posto le basi per quella che sarebbe diventata la tua grande esperienza imprenditoriale nel mondo del vino?
Negli anni ’50 lavoravo ancora assieme a mio fratello Livio e solo nel 1956 abbiamo deciso, di comune accordo, di dividerci e ho iniziato a lavorare da solo. Sicuramente si tratta di un periodo importante nel quale ho posto le basi per quella che sarebbe diventata la mia vita imprenditoriale e professionale.
30 APRILE 1955
… Io non aggiungo altro. Hai qualcosa tu da raccontarci?
Beh è una data importante perché è il giorno in cui mi sono sposato con Alba, la donna della mia vita con cui ho avuto tre bravi figli. Ecco se devo trovare una nota triste a questo mio novantesimo compleanno è proprio il fatto che non ci sia più Alba a festeggiarlo assieme a me.
1956
Sono anni in cui parlare di vino significava parlare di grandi quantità, vendute prevalentemente in damigiana, che dovevano soddisfare i consumi, tre volte superiori rispetto ad oggi, di assetati consumatori del nettare di Bacco.
In questo anno nasce l’azienda Marco Felluga. Nonostante non avevi ancora vigneti di proprietà, ma solo conferitori di uve, avevi già chiaro qual era la direzione da seguire, la percezione che il futuro doveva portare verso la commercializzazione del vino in bottiglia aumentando di pari passo, di molto, i livelli qualitativi?
La percezione su quale fosse la strada da seguire era data dagli anni che si stavano vivendo e dallo sviluppo economico che stava migliorando le condizioni economiche degli italiani. Questa nuova primavera per il nostro paese portava anche ad un aumento dei consumi e una maggior richiesta di prodotti esclusivi ed elitari, e il vino di qualità in bottiglia era sicuramente uno di quei prodotti che i consumatori iniziavano a cercare ed apprezzare.
1956-1958-1960
Tre annate importanti che rappresentano sicuramente le vendemmie più ricche di emozioni e soddisfazioni. Ma non sto parlando di uva e vino bensì della nascita di Patrizia, Roberto e Alessandra, i tuoi tre figli.
C’è una caratteristica del tuo carattere, un tuo modo di agire e proporti, che pensi di aver trasmesso distintamente a ciascuno di loro?
Poi, detto fra di noi (tanto nessuno, a parte qualche lettore, lo verrà a sapere) c’è qualcosa, alle soglie dei 90 anni, che vorresti dire ai tuoi figli e ancora non lo hai fatto di persona?
Parto con la premessa che forse sono stato un po’ severo con loro, ma nulla toglie la gioia e la fierezza di aver avuto tre bravi figli. Forse una volta era più facile fare il genitore perché c’era un rispetto maggiore dei ruoli rispetto a quello che si può vedere oggigiorno, dove i genitori sono troppo accondiscendenti e difendono incondizionatamente i propri figli togliendo autorità a quelli che sono gli educatori fuori dall’ambiente famigliare.
Quello che posso dire ai miei figli è che ho cercato di insegnare loro l’amore per il lavoro e l’importanza della moralità in tutti i campi della vita e vorrei che queste regole appartenessero sempre al loro modo di vivere e lavorare.

1964
Nasce il Consorzio Collio che ebbe come primo presidente il Conte Douglas Attems che tenne le redini del comando per ben 35 anni prima di passarti il testimone nel 1999.
Erano anni nei quali si era capito che valorizzando il territorio si sarebbe difeso e migliorato anche il benessere delle famiglie del posto.
Le linee guida puntarono quindi verso una legislazione rigida e severa che mirasse alla qualità come unica via percorribile, ponendo paletti rigidissimi per tutto quello che concerneva la gestione dei vigneti e le tecniche di produzione.
Tu al momento della nascita del Consorzio, non essendo ancora proprietario di terreni, non partecipavi direttamente alle votazioni, ma avevi sposato appieno la necessità di avvalersi di una legislazione rigida e severa.
Hai preso in mano le redini del Consorzio nel 1999. Quali ricordi ti porti appresso del periodo della tua presidenza?
Quello che posso dire con assoluta certezza è che è stato un periodo bellissimo, dove ho fatto tantissime importanti esperienze e conosciuto tante persone che ancora oggi mi porto nel cuore. Nessun importante risultato si raggiunge da solo ma è frutto sempre del lavoro di squadra, ed io ho avuto dei bravi collaboratori che mi hanno aiutato a promuovere le iniziative che hanno permesso di far crescere il Collio e far conoscere così la bontà e il potenziale dei suoi eccezionali vini.
1967
Inizia un nuovo progetto che è anche il realizzarsi di un sogno: acquisti una delle più belle tenute del Collio: Russiz Superiore.
Un paziente lavoro sui terreni e sui vigneti, che vengono in gran parte reimpiantati con una densità di 3000 ceppi/ettaro per il tempo molto elevata, permette di fare di questa zona il teatro ideale per fare una viticoltura di elevata qualità, e vedrà nel 1975 la prima vendemmia imbottigliata.
Si può dire che sia l’acquisto di Russiz Superiore l’iniziativa imprenditoriale più importante che hai intrapreso e quella che ti ha reso più fiero del tuo lavoro per i risultati raggiunti?
Sicuramente l’acquisto e la valorizzazione di Russiz Superiore è stata una delle cose di cui vado più fiero. I risultati ottenuti sono stati importanti e quanto seminato allora ha permesso di avere oggi una azienda che ci rende fieri e che produce dei vini apprezzati in Italia e anche all’estero.
1968
Il Collio ottiene la DOC. Per quegli anni fu un risultato importante, di valore storico, essendo la prima DOC del Friuli Venezia Giulia e una delle primissime in Italia.
Il ruolo delle denominazioni è oggi un po’ offuscato e non rappresenta come un tempo, in molte zone dello stivale, il vero termometro che misura la qualità dei vini e la bravura del produttore.
Cosa pensi a tal riguardo visto che proprio tuo figlio Roberto si sta battendo da molto tempo per far ottenere al Collio la DOCG?
Il Collio deve essere DOCG. Era una cosa che si poteva e si doveva fare già molto tempo fa. Nel caso del Collio non si tratta solo di un vino che passa a DOCG ma di un intero territorio e di una cultura che si identificano con la più alta denominazione presente nell’ordinamento di classificazione italiano.
1980
Collio terra di grandi bianchi ma tu hai sentito la necessità di produrre un rosso importante.
Un sapiente mix di Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc dà vita al “Carantan” che ancora oggi esce dalle cantine Marco Felluga di Gradisca.
A ruota, e giusto ricordarlo, dalla cantina di invecchiamento di Russiz Superiore (finita di costruire nel 1988) uscirà un’altra chicca enologica: il “Rosso degli Orzoni” altro blend di stile bordolese per le uve che lo compongono.
Cosa ti ha spinto a questa scelta e pensi che anche oggi ci sia lo spazio commerciale per le tipologie rosse del Collio?
Il nome del Collio da sempre viaggia di pari passo con la grandezza dei suoi vini bianchi. Le tipologie rosse, specialmente al di fuori dei confini regionali, non hanno avuto mai grande appeal ed interesse. Però adottando una viticoltura nuova in vigna, abbassando le rese mirando solo alla qualità, abbiamo visto che potevamo produrre anche degli ottimi vini rossi.
2001
Nel nuovo millennio, in mercati che si stanno rapidamente evolvendo, capisci che non basta più fare buoni vini, ma bisogna anche saperli comunicare, destinando parte dei proventi a tutto quello che è inerente all’immagine e alla comunicazione.
Nasce il progetto che affida ad Oliviero Toscani il compito di promuovere il Collio e i suoi vini con delle foto provocatorie che dovevano dare una scossa all’opinione pubblica.
Come dimenticare la foto dove una ragazza di colore tiene in una mano una bottiglia e nell’altra un bicchiere di vino e a contorno la celebre esclamazione “L’unico bianco che amo”?
Si trattava di una idea rivoluzionaria per quegli anni che però non ha avuto il successo che meritava.
L’obiettivo iniziale era quello di dare un forte scossone a tutto il comparto con una sorta di provocazione e sicuramente la prima fase della campagna di Oliviero Toscani ha raggiunto l’obbiettivo creando interesse e curiosità in tutto il mondo del vino.
La seconda fase invece doveva abbassare i toni provocatori e intavolare un discorso che riguardasse esclusivamente il vino e nello specifico i bianchi del Collio, cercando di coinvolgere anche tutto il comparto dell’agroalimentare, allargando successivamente la promozione anche all’intera regione.
Ed è qui che sono sorti i problemi, con paletti posti dagli altri Consorzi e pressioni di chi voleva promuovere principalmente il marchio Collio.
Ecco forse a posteriori posso dire di aver commesso l’errore di incentrare inizialmente la campagna di promozione solo sui bianchi del Collio mentre puntando ad un marchio più aggregante che riunisse tutti i bianchi del Friuli avrei probabilmente trovato maggiori seguaci e forse il progetto avrebbe avuto miglior fortuna.
1994-2001
Acquisti prima il Castello di Buttrio (gestito ora dalla figlia Alessandra) e dopo l’azienda Zuani (gestita dalla primogenita Patrizia).
Se mettiamo che ora Roberto è a capo della Marco Felluga e di Russiz Superiore, si completa il progetto di affidare ai figli la gestione in proprio delle aziende, seguendo ognuno la propria filosofia ma senza che manchi la collaborazione come queste realtà fossero parti di un’unica azienda.
Sicuramente ora puoi goderti la pensione in tutta tranquillità visto che il futuro e la continuità del marchio Felluga è nelle buone mani dei figli e dei tanti nipoti che si stanno affacciando in azienda.
Indubbiamente la soddisfazione di vedere i propri figli che stanno continuando il tuo lavoro, dedicandosi alle proprie aziende, è motivo di grande orgoglio. Significa che sono riuscito a trasmettergli quei valori in cui credo, dove conta principalmente il lavoro e la passione e non le facili scorciatoie, di dubbio valore morale, che puntano solo al mero profitto e non alla crescita e allo sviluppo di un territorio.
1927-2017
Nel corso della tua vita hai avuto la fortuna di incrociare tanti personaggi del mondo del vino e non solo. Con quali di questi hai instaurato un legame particolare e quali sono diventati dei veri amici che ti porti per sempre nel cuore?
Di persone valide che poi sono diventate importanti nella mia vita ne ho incrociate parecchie. Se devo fare qualche nome, devo menzionare sicuramente Luigi Veronelli, Isi Benini e Walter Filiputti. Ma ce ne sono tantissime altre che meriterebbero di essere ricordate. L’amicizia vera è un valore che per me è sempre stato importante e che ho sempre cercato di coltivare trovando il tempo necessario, al di fuori del lavoro, per passare del tempo e divertirmi con i miei più cari amici.
Quando si compie un compleanno importante si tende a fare qualche considerazione importante e tirare qualche bilancio.
Fra tutte le innumerevoli cose che sei riuscito a fare in questi primi 90 anni, c’è ancora qualcosa che avresti voluto realizzare e non lo hai ancora fatto?
Una delle cose che mi sarebbe piaciuto fare, ma che sto comunque cercando ancora di portare avanti, è un progetto che raggruppi i produttori di Pinot Bianco, vitigno che nel Collio da risultati eccezionali anche se non sta trovando in questo momento i favori dei mercati.
Il mio desiderio sarebbe quello, oltre che promuovere il Pinot Bianco del territorio, di creare un movimento di discussione e confronto anche con le altre zone al di fuori dei confini regionali che sono vocate per la produzione del Pinot Bianco.
Stefano Cergolj


