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Flavio Toniolo e l’Euganea sede ai pampinei clivi

L'azienda di Flavio TonioloIl sole caldo nel cielo limpido fa quasi dubitare di essere a novembre, ma ormai le vendemmie non sono più quelle di carducciana memoria, quando a San Martino i tini ribollivano ancora. I Colli Euganei sono una realtà sui generis nel panorama viticolo veneto. Hanno un clima tendenzialmente più caldo di altre zone, con una vegetazione a metà tra la macchia e il bosco tipicamente prealpino, distinguendosi dalle pianura e contemporaneamente dalle altre zone collinari. Non hanno mai creduto molto negli autoctoni, forse non avendo il privilegio di custodire varietà antiche come le garganeghe tra Vicenza e Verona, o i prosecchi trevigiani.
Eppure nobili e borghesi padovani ben sapevano che su queste colline si facevano buoni vini, come scriveva anche il Conte Senator Dandolo, nelle sue “Istruzioni pratiche sul modo di ben fare e conservare il vino” (1812), dicendo “Sul Padoan, sul Visentin, se fa | Vin che piase in Ponente e anca in Levante”.
Forse allora, in questi anni di “mode del vino” – in cui si passa dagli internazionali marcatissimi e slegati dai luoghi di provenienza, alla ricerca spasmodica dell’autoctono (passando per i più popolari prosecchi) – produrre senza far eccessiva mostra di sé degli ottimi vini da vitigni internazionali o da meno conosciuti vitigni locali e antichi, non attira molto consumatori, blogger o giornalisti. Quale migliore occasione quindi, dell’invito dell’amico Enrico, figlio del proprietario Flavio Toniolo, ad assaggiare i vini che stanno andando incontro ad affinamenti e stabilizzazioni, per conoscere meglio “l’Euganea sede ai pampinei clivi”, come descritti già da Marziale?

Insomma, la storia e la cultura del vino qui di certo non mancano, e pure il caro Petrarca se n’era reso conto, reinventandosi viticoltore! La storia dell’azienda affonda le proprie radici negli anni più difficili per la nostra viticoltura: quelli a cavallo tra ‘800 e ‘900. Antonio Toniolo, nonno di Flavio, introdusse la coltura della vite ai piedi del Monte Cimisella, in un’area molto particolare dal punto di vista pedoclimatico. Al tempo il vino veniva portato in botti di grande capacità, caricato sui carri, in città.
La generazione seguente, con Attilio, lasciò il proprio positivo segno, specializzando l’attività dell’azienda, bonificando alcuni terreni, dando così la forma quasi definitiva all’azienda. Ecco arrivare così Flavio, che inizia il commercio del vino in bottiglia, dota l’azienda di tecnologie per rendere le vinificazioni di qualità per non sprecare il potenziale racchiuso nelle uve.
In preparazione è la quarta generazione: Enrico attualmente studia all’Università di Padova Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e, lavorando già in azienda, ne continua il processo evolutivo.
Ubicata a Galzignano Terme, l’azienda si estende con i vigneti su una superficie di 15 ettari, nella loro totalità all’interno del Parco Regionale dei Colli Euganei – istituito nell’89 e comprensivo di 18.964 ettari, ha lo scopo di tutelare e valorizzare ambiente, prodotti e paesaggio – e nell’area DOC Colli Euganei – questa in essere dal 1972.
I vari vigneti al suo interno sono realtà ognuna diversa ed unica: la combinazione di differenti esposizioni, di differenti tipologie di suolo (dai suoli scuri, un tempo caratterizzati da condizioni anossiche, ricchi in sostanza organica, a quelli più calcarei sulle pendici dei colli, spesso molto sottili, o di origine vulcanica) ma soprattutto di differenti condizioni microclimatiche dovute all’interferenza di colli e vallette (non ci sono orientamenti o esposizioni predominanti, come in Valpolicella, o altre zone viticole ai piedi di rilievi montuosi) che modificano venti e umidità, e in questo sta forse la bellezza inafferrabile e indefinita dei Colli Euganei.

La gestione del vigneto è ragionata: lavorazione del terreno, trattamenti gestiti in maniera oculata. Gli assaggi dei bianchi, sulle fecce fini, in acciaio, infatti si rivelano illuminanti (anche se non mi dilungherò molto, per la natura stessa dell’assaggio: sono perlopiù “impressioni”).
Dallo Chardonnay 2012, con eleganti sentori di frutta matura e vaniglia, ricco e consistente, al più sottile Pinot Bianco, di esemplare eleganza e freschezza, nonostante la ricchezza alcolica inaspettata all’assaggio; passiamo alle basi per il Prosecco Spumante, grande acidità e carattere, con profumi lievi che verranno emancipati nella rifermentazione, e al Serprino, più fine al gusto, ma dai profumi decisamente più floreali ed espressi, davvero coinvolgenti. Proviene, come il Moscato, da vigneti collinari più ricchi in scheletro, e diventerà un vino frizzante, ideale accompagnamento della tavola quotidiana.
Chiudiamo il giro con un Cabernet Franc e un Moscato. Il primo è un 2011 rimasto dal taglio del Cabernet finito in bottiglia di cui vi racconterò prossimamente (da disciplinare può essere 60% sauvignon e 40% franc): pieno e maturo, ha solo un lieve ricordo del vegetale del vitigno (che spesso è dovuto a maturazioni incomplete), ed esprime tutte le potenzialità della zona per quanto riguarda i vini rossi.
Il Moscato, infine, considerato principe della zona, ed eletto infatti a DOCG non molto tempo fa, verrà spumantizzato anch’esso, sempre metodo Martinotti-Charmat: diverrà il vino ideale per concludere un pranzo, in particolare in occasione di festeggiamenti dove lo spazio ai dolci sia importante, e troverà supporto e controparte alla dolcezza nella fresca acidità, nei profumi dolci di agrumi e nella delicata dolcezza, già avvertibili nella base.
Le premesse in azienda per continuare a crescere e per farsi conoscere ci sono tutte. Ora non rimane che proseguire il lavoro, dopo il meritato riposo, per la preparazione dell’annata 2013, con le potature, la cura del vino e l’attesa del germogliamento.

Colli Euganei Chardonnay 2011Colli Euganei Chardonnay 2011
Gradazione: 12,5%
Prezzo B (da 5,01 a 7,50 euro)
Per quanti anni in Veneto (ma forse in tutt’Italia), lo Chardonnay è stato un perfetto sconosciuto? Eppure si produceva! Sì, si piantava Pinot, un pinot “giallo”, che poi qualcuno ha cominciato a metà Novecento a chiamare timidamente Pinot Chardonnay, ma è significativo che nel suo “I vitigni stranieri da vino coltivati in Italia”, il Mondini non lo citi mai.
In effetti qualcosa di vagamente giusto c’è, in quanto uno dei genitori di questo vitigno, originario di Chardonnay, paese dell’Haut-Mâconnais, è proprio il Pinot nero. L’interpretazione dell’Azienda Toniolo è molto gustosa, bevibile nel senso più alto del termine: gradazione alcolica adeguata, piacevolezza nel sorso: una bottiglia che non resiste molto, aperta!
Il colore è un giallo brillante, scarico. I profumi rievocano la complessità floreale e quella di frutta matura, delineando piano la vaniglia, la scorza di agrumi fresca, l’albicocca, un accenno di frutta esotica come l’ananas, e poi sullo sfondo una speziatura delicata, di noce moscata.
Al gusto freschezza e sapidità danno gusto al vino, che ha una struttura delicata ed equilibrata, persistente tanto basta da far venire voglia di berne ancora. Mi ritorna in mente l’assaggio da vasca del 2012: l’annata decisamente più calda ha conferito più corpo e alcol al vino, eppure l’eleganza non mancava, anzi: azzardavo l’ipotesi che un passaggio in legno avrebbe “elevato” il bouquet e educato maggiormente il vino alla crescita con l’ossigeno.
La vendemmia, manuale, vede l’uva dal vigneto – situato intorno ai 100 metri di altitudine – arrivare in cantina per la pressatura. Dopo l’illimpidimento, viene avviata la fermentazione a temperatura controllata, a cui segue un breve affinamento sulle fecce.
Recentemente l’AMIRA, in un concorso che prevedeva la scelta di un vino dai veri territori italiani in abbinamento (e nella composizione) ad una ricetta che vi consiglio, ha scelto proprio questo vino per i Colli Euganei.
Si tratta del “Petto d’anitra alla Corte Padovana”, ed in effetti il nome rimanda alla grande tradizione pavana dell’uso sapiente delle carni degli animali da cortile (e il primo che pensa che la vacca sia un animale da cortile lo mando a zappare dai Toniolo!): nella cottura, con dragoncello e un goccio di brandy, ad arricchire il piatto viene usato anche un poco di questo Chardonnay, che sfiora la quarta chiocciola, anche per la sua grande godibilità.@@@

Andrea Fasolo

Aspirante agronomo, laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e poi in Scienze agrarie, innamorato tanto della vite che del frumento, e tanto delle colture quanto della cultura che vi affonda le radici. Lo appassionano tutte le forme di agricoltura a basso impatto e ad alta fertilità, che mettono la terra al centro dell'agricoltura e del mondo che ruota attorno al più antico e nobile dei mestieri.

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