Aquila del Torre: un’oasi di vino e natura fra le colline di Savorgnano

Amo il vino perché mi dà gioia, emozione, ed è in grado di aggregare le persone in momenti di sana convivialità. Ma se da un lato lo considero un qualcosa da prendere con la giusta leggerezza, quando si parla di natura e rispetto dei suoi delicati equilibri divento tremendamente serio.
Se penso che in questo momento storico, l’uomo dalla chioma d’orata che guida la nazione più potente del pianeta, ha più volte negato il problema del riscaldamento globale definendolo un’invenzione dei cinesi per colpire le produzioni statunitensi, ha definito le rinnovabili un crimine contro l’umanità e gli investimenti per la protezione ambientale degli sprechi di denaro, beh un po’ preoccupato lo sono.
Ma se da un lato guardo con ansia, politiche che potrebbero influire sulla nostra vita presente e sul destino delle generazioni future, mi ricarico di energia positiva quando vedo tante persone che invece hanno idee completamente opposte e con il loro lavoro, oltre a garantirsi la propria sussistenza, fanno un opera che porta benefici importanti per il benessere comune.
L’azienda che andremo oggi a conoscere fa della biodiversità e del rispetto per l’ambiente uno dei suoi cavalli da battaglia, perché fare buoni vini è certo importante ma lo è altrettanto il modo e la filosofia che si persegue per raggiungere questo obbiettivo.

Ci troviamo a Savorgnano del Torre nel territorio di produzione dei Colli Orientali del Friuli, un’area da sempre vocata alla coltivazione della vite.
Qui ha sede l’azienda Aquila del Torre che può contare su circa 18 ettari vitati circondati da più di 60 ettari di bosco.
L’azienda è a carattere famigliare ed è oggi condotta da Michele Ciani, giovane viticoltore dalle idee illuminate.
La nascita di questa bella realtà, immersa nel verde delle colline di Savorgnano, è abbastanza recente e risale al 1996 quando il papà Claudio decide di lasciare l’officina meccanica che aveva a Udine e, assieme al nonno, investire tempo e risorse in questa affascinante avventura acquistando il primo lotto di terreno al quale, successivamente, seguiranno degli altri, fino ad arrivare all’attuale proprietà.
Il nome viene ereditato dal passato, e vede l’aquila rappresentare il simbolo del Friuli mentre il Torre è il torrente che scorre fra queste terre.

La situazione di partenza su cui i Ciani si trovano a lavorare non è l’ideale per una viticoltura di qualità. I vigneti preesistenti sono sommersi dai rovi e ci sono tipologie come Gamay e Sangiovese che sicuramente non fanno parte della tradizione friulana a differenza di altre come il Picolit, il Tocai e il Merlot che invece possono rappresentare un ottimo punto di partenza.
La prima parte del lavoro quindi si incentrerà sullo studio delle tipologie da preservare e sui vigneti che dovranno essere invece espiantati per poi passare a pianificare una riorganizzazione dei terrazzamenti e l’ottimizzazione della viabilità all’interno della proprietà.
Le pendenze su cui sono adagiati i vigneti è notevole, per questo i terrazzamenti sono stati pensati monofilare, garantendo l’esposizione ottimale della pianta.
Accanto a questo, si rese necessario uno studio geologico per riuscire a portare l’acqua fuori dai vigneti garantendo drenaggi ottimali.
Dopo la riorganizzazione dei vigneti, nel 2004 fu necessaria la ristrutturazione della cantina, originariamente disposta su più livelli, che fu accorpata in un unico piano di lavoro per facilitare le varie operazioni.
Fin dall’inizio la direzione verso la quale procedere fu chiara: fare di Aquila del Torre una vera oasi naturale in cui far coesistere viticoltura e natura.
Il bosco circostante permette l’accesso nei vigneti di innumerevoli famiglie di insetti benefici in un contesto dove è massiccia la presenza di erbe spontanee, favorite anche da pratiche agronomiche rispettose dell’ambiente.

Nel 2010 l’azienda ha iniziato il processo di conversione e nel 2013 è stata certificata biologica. La passione e gli studi di Michele per tutto quello che riguarda la natura e gli equilibri fra tutti i suoi elementi lo hanno portato ad abbracciare i concetti della biodinamica. Al sovescio e all’inerbimento spontaneo si sono affiancate altre pratiche, come la distribuzione dei principali preparati durante il corso dell’anno, per esaltare e garantire la fertilità del suolo.
Questa nuova filosofia ha portato, giocoforza, un grande cambiamento nel modo di lavorare e nella mentalità delle persone che operano in azienda.
I 18 ettari di vigneti, che affondano le radici nei terreni ricchi di marne e arenarie ad un’altitudine che varia dai 175 ai 350 metri, sono soggetti a forti escursioni termiche che contribuiscono al corredo aromatico dei vini, caratterizzati da ottima acidità, sapidità e tipica mineralità.
Le uve che provengono da vigneti la cui età media è di circa 40 anni, vengono raccolte manualmente e vinificate separatamente con la preparazione del pied de cuve con lieviti spontanei per la fermentazione e lunghi affinamenti sulle proprie fecce nobili. Non si fa diraspatura e i grappoli vengono pressati con i raspi.

Riguardo i vini in commercio, si è deciso di puntare sui monovitigni con produzioni annuali di circa 60mila bottiglie.
Il Picolit, nella sua versione classica dolce e nell’Oasi senza residuo zuccherino, è il fiore all’occhiello dell’azienda. A questo si affiancano il Tocai Friulano, il Riesling Renano e il Sauvignon in una versione base vinificata in acciaio e in una riserva da uve che godono di esposizioni eccezionali e che fermenta e affina in carati di rovere francese.
Fra le tipologie a bacca rossa, vengono prodotti il Merlot e il Refosco dal Peduncolo Rosso in una versione base in acciaio e in una riserva vinificata in carati di rovere francese.
Obiettivo dichiarato è che tutti i vini debbano rispecchiare il territorio di provenienza ed essere autentici e genuini. La scelta del biologico e del biodinamico deve portare, oltre alla qualità, anche un’energia differente, emozioni che gli altri vini non sono capaci di dare.
L’azienda Aquila del Torre è relativamente giovane perché, rispetto ad altre realtà storiche, vent’anni di attività non sono molti, ma è bello vedere come alla base del lavoro di questa cantina ci sia tanta passione e rispetto, sia per la natura sia per la storia della tradizioni friulane.
Papà Claudio ha posto le basi e adesso Michele sta proseguendo il suo lavoro con tanta passione e tante idee che gli permettono di distinguersi in Friuli e che non possono non garantire un futuro roseo a questa bella realtà fra colline di Savorgnano.

DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
Savorgnano è una zona bella e vocata per la viticoltura di qualità ma si trova in posizione più decentrata rispetto alle zone più rinomate del Collio e dei Colli Orientali del Friuli.
Quali sono le principali caratteristiche pedoclimatiche di questo lembo di terra e che differenze ci sono con le zone che hanno come epicentro Cormons e Cividale?
Se parliamo dal punto di vista agronomico, a Savorgnano le colline sono più pendenti, quindi quella del terrazzamento è una scelta obbligatoria.
Il terrazzamento ti impone dei ragionamenti per riuscire a trovare la quadra e devi fare delle scelte sulle varietà da impiantare e le densità per ettaro da realizzare.
La memoria storica degli anziani ci racconta che il Picolit e il Tocai Friulano sono sempre stati protagonisti di queste terre e dei suoi terrazzamenti, mentre altre tipologie, come il Cabernet, fanno fatica a raggiungere le maturazioni necessarie per esprimersi al meglio, perché questa è una zona fresca.
Dal punto di vista meteorologico, i nuvoloni arrivano dal mare, la pianura friulana non crea impedimenti e in corrispondenza delle montagne poi scaricano la pioggia. La zona di Nimis è più estrema e le precipitazioni sono elevate, mentre Savorgnano, essendo più decentrata, ha livelli minori di piovosità, anche se la tendenza è quella di assistere a scrosci d’acqua molto intensi che fanno abbassare subito le temperature.
Notevoli le escursioni termiche (18-20 gradi ad agosto) che sono benefiche per lo sviluppo aromatico di tipologie come il Sauvignon e il Riesling, mentre l’eccessiva acqua deve essere tenuta a bada con drenaggi che ne facilitino l’eliminazione.
Savorgnano è un po’ fuori dalle rotte classiche, con il fiume Torre che ha fatto un po’ da spartiacque e linea di separazione con i comuni vicini.
A mio parere Savorgnano e le zone limitrofe si prestano a poter diventare un piccolo bio-distretto, visto che le dieci aziende che ci sono, o lavorano in biologico e sono in fase di conversione, questo grazie anche alle caratteristiche del territorio che permette un certo modo di lavorare.
I vini sono sicuramente diversi da quelli ad esempio della vicina Buttrio perché si sente il clima più freddo. I produttori hanno capito che devono lasciare da parte il loro ego e non perseguire strade troppo estreme. Qui non siamo ad Oslavia e le macerazioni non sono nelle nostre corde, dobbiamo produrre vini che rappresentino questo territorio, minerali, freschi con finezze che qui è possibile raggiungere.
Savorgnano sta vivendo un cambio generazionale e ci sono più giovani che si dedicano alla viticoltura, e questo è un bene per poter apportare dei cambiamenti che possano portare verso la direzione sperata.

La vostra azienda è certificata Biologica ma seguite anche i dettami della Biodinamica.
Quali sono le differenze sostanziali fra questi due modi di approcciarsi alla viticoltura e queste diversità poi si riflettono anche nei vini, una volta in bottiglia?
La certificazione biologica è un regolamento europeo, fatto a Bruxelles, e chi fa le leggi è meno calato sulla realtà agricola e quindi sono regole che ci arrivano dall’alto e che devi rispettare alla lettera senza troppe fantasie personali.
La biodinamica è invece più esperienza condivisa, ricerca della fertilità del suolo.
I paletti del biologico mettono al bando l’uso di sistemici, puntano al rispetto per il suolo perché non sono permessi diserbanti e prodotti chimici vari, e l’obiettivo è di arrivare ad avere vini con meno conservanti, limitando al minimo indispensabile i solfiti, grazie alla qualità elevata della materia prima che arriva in cantina.
È chiaro che si tratta di cose sterili perché non si parla di interpretazione della persona e applicazione delle sue idee, sono dei paletti rigidi a cui devi attenerti e basta.
Il certificatore quando viene qui dà un’occhiata alla campagna, fa dei prelievi sulle foglie per verificare il contenuto di rame, controlla se gli acquisti che hai fatto in azienda combaciano con quelli che hai poi utilizzato e verifica il rispetto del regolamento.
La biodinamica invece ti impone l’osservazione della tua azienda con occhi diversi, devi pensare all’organismo agricolo, pensare a che scelte si debbano fare per far sì che ci sia un equilibrio nelle tue vigne, e per assurdo il ruolo della pianta passa in secondo piano perché si parla principalmente di fertilità del suolo.
La biodinamica è osservazione. Entrare nell’idea dell’impulso che deriva dall’uso dei preparati, nel capire che effetto mi ha dato un certo preparato che ho usato. Si tratta di affinare la propria percezione personale a discapito delle regole, di osservare come la foglia si accartoccia, di come segue il sole, come reagisce il suolo, quando ci cammini sopra, in termini di compattezza o sofficità. Di base, se tu parti bene con il biologico e hai delle buone pratiche agricole, con il passaggio alla biodinamica amplifichi i buoni risultati ottenuti, infatti Demeter, l’ente preposto, certifica solo chi è già biologico.
Dal punto di vista della materia prima, l’uva che arriva in cantina è molto più fermentescibile, la risposta enologica è diversa, magari più lenta, ma sicuramente più lineare.
In linea generale sicuramente c’è meno interventismo e devi essere solo un buon osservatore lasciando che il mosto faccia il suo percorso che lo farà diventare poi del buon vino.
Girando per le fiere della Francia, assaggiando certi vini alla cieca, mi accorgevo che certi prodotti mi davano delle belle emozioni, poi andando a conoscere i produttori scoprivo che erano biodinamici. Non voglio parlare esclusivamente di bontà del prodotto in senso assoluto, ma delle reazioni fisiche che questi vini sono in grado di donare al tuo organismo.

C’è un personaggio che rappresenta la tua guida spirituale se si parla di biologico e biodinamico?
Ci sono principalmente due personaggi che sono stati importanti per la mia formazione. Tornando indietro con la memoria, ai tempi dell’università, ricordo che avevo deciso di fare la tesi di laurea sulla biodinamica, ma il professore di viticultura mi indirizzo verso altri argomenti, più convenzionali.
Però decisi comunque di fare un’esperienza in questa direzione e andai in Alsazia durante il tirocinio. Lì ho incontrato il primo personaggio che mi ha trasmesso valori e conoscenze importanti: Olivier Humbrecht, titolare del Domaine Zind-Humbrecht dove opera da decenni seguendo i dettami della biodinamica. Olivier è riuscito a darmi una profonda scossa. Entrando nei suoi vigneti ti accorgevi che il terreno era completamente diverso da quelli che ero abituato a vedere. La cosa impressionante era che, nonostante fosse circondato da produttori convenzionali, le differenze in sofficità fra i terreni erano palesi e all’interno dei suoi vigneti c’era una sorta di magia, con colonie di insetti utili che popolavano le sue vigne mentre erano assenti in quelle confinanti.
Per non parlare poi della cantina, con botti colme di vino dell’annata precedente con fermentazioni che erano ancora in corso e che non preoccupavano minimamente Olivier perché il suo pensiero era quello di far fare al vino il suo percorso, alla ricerca dell’equilibrio, in maniera autonoma, senza interventi.
L’altra persona di riferimento è stata Saverio Petrilli di Tenuta di Valgiano, un toscano dal grande carisma che mi ha dato tante indicazioni e consigli preziosi su come partire. Mi ha fatto capire che non c’è niente di difficile nel lavorare secondo le metodologie del biodinamico, un vero maestro nel settore, un divulgatore che in modo semplice di dà le chiavi per entrare in un mondo così affascinante.

Attractive Horse è una rete che riunisce alcune aziende agricole friulane che si stanno dedicando all’allevamento e addestramento del cavallo per la lavorazione del suolo.
Quali finalità e obbiettivi persegue questo progetto visto che alla rete aderisce anche la vostra azienda?
Voglio iniziare a risponderti raccontandoti un aneddoto che forse sai già: la Maison Louis Roederer ha 40 ettari lavorati con il cavallo dai quali ottiene la matrice principale per il rinomato Champagne Crystal, giusto per rimarcare come il suo uso in Francia non sia una moda o abitudine prettamente famigliare, ma è una consuetudine praticata anche nelle zone vitivinicole più rinomate.
Tornando alla nostra realtà friulana, anche in questa tematica c’è stato lo zampino di mio padre che ha avuto modo di conoscere Ilario Bortuzzo, proprietario di una scuderia di cavalli da tiro pesante rapido, e mi ha fornito l’assist per iniziare ad interessarmi all’argomento.
Da studi, viaggi e ricerche, ho scoperto che in Francia è diffusissimo il “contoterzismo” e vengono lavorati centinaia di ettari con il cavallo, con l’impiego di tantissime donne che probabilmente hanno più affinità e sensibilità con l’animale.
Seguendo l’esempio della Francia è nata l’idea di riproporre questo modello in Friuli per produzioni agricole per le quali possa rappresentare un valore aggiunto, anche se nella nostra terra, in passato, era maggiormente utilizzata la vacca.
È nato quindi il progetto della rete di impresa che riunisce alcune aziende agricole friulane che si stanno dedicando all’allevamento e all’addestramento del cavallo per la lavorazione del suolo in ambito agricolo.
Una volta addestrato, il cavallo è in grado di dare numerosi benefici in termini ambientali e a goderne è il terreno che resta soffice e non eccessivamente compatto come accade dopo il passaggio dei mezzi meccanici. Vedere lavorare i cavalli in parallelo, su filari diversi, con lo stesso passo di 2-3 km/h costante, con le rondini che ne seguono le gesta come fanno i gabbiani con i pescherecci, è uno spettacolo assoluto.
I tempi di lavoro dell’animale sono maggiori ma un’andatura più lenta e costante permette un controllo maggiore delle attività che si stanno effettuando. I costi per allevare e mantenere un cavallo, se rapportati nell’arco temporale di un decennio, sono inferiori rispetto alla spesa per l’acquisto e la manutenzione di un trattore.
Fra i benefici ci sono sicuramente, oltre agli aspetti agronomici, quelli ambientali per il ridotto inquinamento atmosferico.
La rete Attractive intende quindi diventare punto di riferimento per la formazione, per il lavoro conto terzi e fornisce l’aiuto necessario per reperire le attrezzature e metterle in opera trainate dal cavallo.
Noi siamo alla ricerca di altri vignaioli che vogliano dedicare degli appezzamenti al lavoro con il cavallo, visto che l’obiettivo è quello di far lavorare gli animali per tutto l’anno e non solo in determinati periodi.

Fra i vini in commercio c’è anche il Riesling Renano che producete come tipologia monovitigno.
Ci puoi raccontare come mai avete scelto di puntare su questa tipologia, visto che di solito in Friuli è usata prevalentemente per gli uvaggi, e che sostanziali differenze ci sono in bottiglia con i Riesling delle migliori zone della Mosella o di altre aree vocate?
Nel 1999 mio padre ha dovuto decidere che vitigni piantare nelle zone più vocate delle nostre colline, e la gara a due è stata fra il Pinot Nero e il Riesling.
La scelta è caduta sulla seconda tipologia decidendo così di puntare su una varietà estrema, perché un po’ inconsueta per le nostre terre, nel posto più estremo di collina che avevamo. A differenza dei Riesling tradizionali, noi produciamo un vino secco, asciutto, minerale, aromatico, evitando quel residuo zuccherino e note eccesive di idrocarburi che normalmente sono presenti.
I nostri Riesling nascono principalmente per essere abbinabili alle pietanze, devono avere come loro peculiarità una fragranza che invogli alla beva e rappresentare il territorio da cui nascono.
La scelta, a posteriori, può ritenersi essere stata azzeccata perché siamo contentissimi della qualità e delle emozioni che riescono a regalare le circa 5000 bottiglie che produciamo ogni anno.

Avete ben 3 ettari adibiti a Picolit dalle cui viti producete il “nettare degli dei” in versione dolce ma anche l’Oasi che è un Picolit secco.
Cosa rappresenta per la vostra aziende questa tipologia tipica del Friuli e come mai avete scelto di produrre anche la versione secca?
Le viti che abbiamo piantato a Picolit provengono in parte dal materiale della selezione massale del vivaista e in parte dalla nostra selezione, utilizzando quindi il nostro miglior materiale.
Il Picolit è di casa nei Colli Orientali del Friuli e Savorgnano è sicuramente una delle terre elette per la produzione del “nettare degli dei”. Mio padre ha fatto la scelta di puntare molto su questa tipologia anche per ragione storiche.
L’idea del Picolit secco, mi è venuta assaggiando un vino similare che era prodotto dall’azienda Le Due Terre di Prepotto e che si chiamava “Implicito”. Era un vino secco dalle forti note ossidative che era riuscito ad uscire dal coro e aveva trovato grandi estimatori, fra cui anche il sottoscritto.
Molti produttori preferiscono fare degli uvaggi inserendo delle piccole parti di Picolit, ma visto che il nostro progetto era quello di puntare sui mono varietali, abbiamo deciso di fare un vino secco 100% Picolit andando contro il regolamento della DOCG e declassando il vino come “Bianco da Tavola”.
L’Oasi ci sta dando grosse soddisfazioni e il consumatore ha accolto con curiosità ed entusiasmo questa novità. E’ un vino che ci ha permesso di entrare in un certo tipo di ristorazione, un biglietto da visita utile anche per l’importatore estero per riuscire ad avere una chiave d’accesso in certi mercati. Anche se nell’etichetta non possiamo scrivere Picolit, nelle brochure, sul sito, cerchiamo di comunicare al meglio la sua natura creando informazione e curiosità.
Se parliamo di caratteristiche organolettiche, resta comunque il vino più abboccato fra i nostri bianchi perché se lo produci senza appassimento e lo fai troppo secco perdi il varietale e le caratteristiche tipiche del vitigno, naturalmente predisposto ad essere un vino dolce.
Quali sono i vostri mercati di riferimento per una piccola azienda come la vostra, e qual è la situazione attuale del mercato del vino se si parla di Biologico e Biodinamico?
Fortunatamente in Italia ci sono molte enoteche che fanno da ambasciatori al vino naturale, luoghi dove riveste notevole importanza la figura dell’oste che deve essere in primis un professionista appassionato e sapere come comunicare al meglio il vino che sta proponendo. Spesso i migliori alleati sono proprio quelli enotecari che vogliono venire di persona a vedere le vigne e la cantina e diventano così i nostri primi promotori.
A mio modesto parere, in Italia, essendo abituati a mangiare e bere bene, c’è meno curiosità ad affrontare i discorsi legati al biologico e al biodinamico e questo rappresenta un po’ un freno nell’evoluzione del pensiero globale.
Invece in Francia c’è già una preparazione culturale di base che permette di capire le differenze e quindi questo, come azienda, ti facilita la comunicazione.
Nei paesi del Nord Europa invece la gente è alla ricerca di cibi e sapori autentici perché sono abituati a mangiare e bere male, e quindi anche grazie al fatto che culturalmente hanno una maggiore vicinanza a tutto quello che concerne i temi della eco sostenibilità, vanno maggiormente alla ricerca di cibi e vini biologici e biodinamici e quindi è più semplice entrare in certi mercati.
Penso che attualmente paesi come la Danimarca, la Svezia, la Finlandia, la Norvegia, siano quelli che meglio si prestano ad apprezzare i nostri vini.
Partendo dalla Danimarca nel giro di tre/quattro anni il mercato tende poi ad espandersi a tutto il nord.
Ci sono altri paesi che potenzialmente sono importanti, e sicuramente gli USA sono uno di questi, anche se bisogna entrare principalmente nei mercati di nicchia e un po’ più esclusivi.
La Germania ha una buona cultura ma chiede prezzi bassi, mentre l’Austria è meglio predisposta a valorizzare certi vini, ed è più sensibile al rapporto qualità prezzo.
La Cina non è un mercato da prendere in considerazione in questo momento, per i nostri vini, perché pensa solo alla quantità senza alcun rispetto delle regole.
Poi ci sarebbe il Giappone che però ha principalmente una esigenza personale di ricerca dei sapori piuttosto che una vera propensione mentale all’idea del biologico e del biodinamico.

Arrivando in azienda ho visto in mezzo alle vigne qualche arnia che ospitava quelli splendidi e utili animaletti che sono le api.
Avete iniziato con loro qualche rapporto di collaborazione a medio lungo termine?
Facendo dei corsi sul vino ho scoperto che esiste anche l’apicultura biodinamica che ha una serie di regole che aiutano a rispettare al meglio le esigenze di questo utilissimo animaletto che quando è in allevamento forzato, per produrre quanto più miele possibile, non si trova sicuramente nelle condizioni ideali ed è limitato nella possibilità di sciamare causa le prioritarie esigenze produttive.
L’apicultura biodinamica invece enfatizza le sciamature e la loro abbondanza.
Nella nostra azienda non vogliamo fare apicultura biodinamica, ma nel concetto di organismo agricolo, abbiamo conosciuto un ragazzo che vuole produrre, con le sue api, la pappa reale, e le nostre vigne sono diventate uno dei bacini di raccolta del miele per le nutrici che poi elaborano la pappa reale per la regina. Era importante trovare un luogo con certe fioriture e adeguate esposizioni e la biodiversità che regna ad Aquila del Torre ha fatto al caso suo.
L’ape si sposta dove c’è più nettare, più zucchero, ed è qui che nasce un certo feeling con il Picolit. Questi preziosi animaletti portano un prezioso apporto di pulizia e cicatrizzazione che aiuta a prevenire i marciumi. Questa azione è utile ad esempio con il Sauvignon che avendo una buccia sottile, dopo una bella pioggia tende ad avere qualche chicco che si apre, e l’azione cicatrizzante delle api diventa essenziale, infatti non abbiamo mai avuto grossi problemi.
Il contributo delle api è un valore aggiuntivo verso una visione biodinamica, sempre avvalendosi della collaborazione di persone che fanno quello di mestiere, proprio come nel caso dei cavalli.
Per ogni tipologia di vino avete scelto uno stile grafico uguale ma con raffigurazioni differenti.
Cosa c’è alla base di questa scelta e quale messaggio intendete comunicare?
Tutto nasce dalla scelta di aver puntato sui mono varietali e nella ricerca dell’esaltazione delle differenze che ci sono fra le varie tipologie.
L’idea era quella di fare un’etichetta pulita e semplice, che potesse essere ben identificata, una volta esposta nei scaffali per la vendita, come appartenente alla nostra azienda nonostante ogni tipologia di vino sia rappresentata con dei personaggi differenti.
Tutti i personaggi sono antropomorfi, nel senso che hanno una componente naturale e una umana, a rappresentare il significato del vino che è un prodotto naturale interpretato dall’uomo.

Avete deciso di non unirvi a gruppi di vini naturali come Viniveri e Vinnatur ma avete aderito a FIVI.
Ci puoi raccontare il perché di questa vostra scelta?
Andando a degustare in certi eventi di vini naturali, vedevo che le persone che assaggiano e frequentano certi posti sono più o meno sempre le stesse. A mio parere ci sono degli estremismi, si professa di voler esprimere il territorio, ma con certe macerazioni spinte io non lo sento più e faccio fatica a distinguere anche la varietà, mentre resta solo ben rappresentato lo stile del produttore. Si corre il rischio di sentire più odori che profumi.
La nostra azienda non è incentrata sulla persona ma sul lavoro di squadra, puntando sul territorio per far sì che un Friulano sia differente da un Sauvignon o da un Riesling, valorizzando principalmente la varietà.
Questo non vuol dire che non apprezzi il lavoro di chi ha una filosofia diversa dalla mia e produce vini macerati, ma per il mio gusto personale, dopo uno due sorsi non trovo più quella piacevolezza che ti porta a finire la bottiglia in un batter d’occhio.
In FIVI ho notato da subito una bella apertura di idee fra i produttori, mi sono avvicinato al biodinamico anche grazie al fatto che all’interno di questo gruppo c’erano tanti bravi produttori che avevano abbracciato questa filosofia.
La pattuglia dei viticoltori regionali che hanno aderito a FIVI è nutrita, siamo una quarantina, e la cosa positiva è che molti sono i giovani e questo sta portando a dei cambiamenti di mentalità molto importanti.
Fra le cose che apprezzo di più c’è la possibilità di partecipare ai mercati dei vignaioli, sia regionali che quello nazionale di Piacenza, dove hai la possibilità di avere un contatto diretto con i clienti e puoi anche vendere le tue bottiglie, facendo un incasso importante, oltre alla normale promozione.
In questo contesto, non essendoci degli intermediari, il messaggio che tu vuoi trasmettere con i tuoi vini e le risposte della clientela sono immediate e questo ti fa avere subito la percezione se la direzione verso cui stai andando è quella giusta.
FIVI non ha come sua missione principale quella commerciale, ma è più una sorta di sindacato dei vignaioli, che come compito ha quello di aiutare ad alleggerire il produttore dalla burocrazia, permettendogli di fare principalmente il suo lavoro in vigna e in cantina.
Anche il fatto di avere un padiglione separato al Vinitaly è una cosa positiva perché adesso mi confronto con clienti che cercano proprio i vini e la filosofia che io voglio trasmettere.
C’è ancora un sogno da realizzare nel cassetto dei desideri di Michele Ciani?
Ad Aquila del Torre i confini di lavoro sono quelli e quindi grandi margini per fare altre cose e crescere in termini quantitativi di produzione non ce ne sono. C’è sicuramente il desiderio di valorizzare quello che abbiamo realizzato con amore e fatica.
Il mio desiderio maggiore è quello di far vivere l’esperienza a domicilio, per far capire agli appassionati cosa c’è dietro il lavoro di un’azienda che opera con una certa filosofia.
Il sogno sarebbe quello di avere una struttura che permetta alle persone di vivere sul posto le esperienze contadine, avendo la possibilità di annusare i profumi della terra cercando di offrire una ospitalità diversa da quella del classico B&B, con momenti di vera formazione e approfondimenti intimi e completi su tutto quello che è Aquila del Torre e la sua biodiversità.
Stefano Cergolj



