Ilaria, sogni e progetti della sesta generazione della famiglia Felluga

Quando si parla di Collio non è difficile per gli appassionati del nettare di Bacco collegare questo lembo di terra del nord-est dell’Italia ai grandi vini che escono dalle cantine dei tanti bravi produttori della zona. Specialmente le tipologie bianche sono riconosciute anche al di fuori dei confini regionali come autentiche eccellenze se si parla di qualità del prodotto.
Ma nulla nasce per caso. Se il Collio e i suoi vini hanno raggiunto questi risultati, lo si deve alla lungimiranza e al duro lavoro di tante famiglie e di tenaci personaggi che hanno creduto nel territorio.
Se si parla di famiglie che hanno fatto la storia di queste terre, i Felluga sono certamente una delle realtà più longeve ed apprezzate, una dinastia di viticoltori che nel Collio ha fatto al tempo stesso le proprie fortune ma anche quelle del territorio che li ha visti protagonisti.
La romantica ed entusiasmante storia dei Felluga inizia nella seconda metà dell’Ottocento quando in terra d’Istria, al tempo sotto il dominio asburgico, le prime generazioni della famiglia iniziarono ad avvicinarsi al vino, producendo e commercializzando la Malvasia e il Refosco.
Un punto di svolta lo si ebbe nel 1924 con Giovanni che si trasferì con la moglie Elisa a Grado per dare ulteriore sviluppo al commercio del vino prodotto in Istria, nel tentativo di conquistare anche nuovi mercati.
Per Giovanni ed Elisa la vita non è fatta di solo vino. Ne sono la riprova i sette figli che verranno alla luce e che rappresenteranno il futuro della famiglia. Futuro vitivinicolo rappresentato principalmente da Marco e Livio, figure carismatiche che sceglieranno di intraprendere strade diverse e costruirsi le proprie aziende personali.
Il percorso professionale di Marco lo porterà nel 1956 a fondare a Gradisca d’Isonzo l’azienda Marco Felluga a cui seguirà nel 1967 l’acquisto di Russiz Superiore a Capriva del Friuli, sicuramente una delle più belle tenute del Collio.

La sua vita, oltre a vino ed azienda, sarà illuminata da un’Alba radiosa e solare, la compagna di una vita, che darà alla luce tre figli, Patrizia, Roberto e Alessandra.
E sarà Roberto che intorno agli anni ’90 avrà l’onere e l’onore di proseguire e migliorare i successi del padre, diventando primo responsabile delle due principali aziende di famiglia e quinta generazione della famiglia di viticoltori.
Roberto è stato una delle figure più importanti e lungimiranti del panorama vitivinicolo regionale, spinto da una fede cieca a riguardo delle potenzialità del suo territorio, il Collio.
Persona competente, sempre cordiale e a modo, anche se deciso nell’esporre le proprie idee e i propri principi, nel novembre del 2021 ha dovuto purtroppo lasciare, a causa di una malattia, la vita terrena quando ancora giovane avrebbe avuto ancora tanto da dare alla sua famiglia e al suo territorio.
Questo triste evento ha accelerato il percorso professionale della figlia Ilaria che ha dovuto prendere il testimone dall’amato papà alla guida delle aziende di famiglia, anche se le basi per la successione erano già state impostate.

Ilaria oggi giovane ventisettenne, terminati gli studi superiori, decise di fare una esperienza all’estero per poi tornare a casa per laurearsi presso l’Università di Viticoltura ed Enologia.
Iniziò nel frattempo ad affiancare il nonno e il papà in cantina, scoprendo un profondo amore per un’attività che, a tutti gli effetti, faceva parte del suo DNA.
Oggi è lei a condurre le aziende di famiglia, la Marco Felluga e la Russiz Superiore, con la stessa dedizione e passione che hanno sempre caratterizzato la sua famiglia, mettendoci però anche la freschezza di idee e innovazione, tipica della sua età.
Andremo quindi a conoscere Ilaria, la sesta generazione della famiglia con una intervista che rappresenta anche un canale di collegamento ininterrotto con le idee e gli insegnamenti lasciati in eredità da papà Roberto.
DIALOGANDO CON ILARIA FELLUGA
In una delle tante chiacchierate con tuo padre, a fine 2016, gli chiesi cosa volesse mettere nel cassetto come una delle cose belle che gli erano successe in quell’anno e lui mi disse:
“Una delle cose che mi riempiono di orgoglio e soddisfazione è che mia figlia Ilaria abbia iniziato a studiare enologia all’università di Udine. Ha scelto questa strada senza costrizioni o imposizioni, frutto solo di passione verso questo mondo che fa parte del nostro DNA famigliare. Si sta appassionando sempre di più e mi ha chiesto di aiutarla a conoscere le diverse realtà aziendali. È l’inizio di un percorso che andrà avanti nel tempo e che dovrà riservarle anche esperienze diverse, magari all’estero. Quello che sembra certo è che il lavoro della sesta generazione dei Felluga è già iniziato.
Queste parole fanno oramai parte del passato perché la tua strada è già intrapresa, ma pur essendo nata in una famiglia di viticoltori, quello per il mondo del vino è stato amore a prima vista o c’è stata una scintilla particolare che ti ha dato la certezza che questo era veramente il mondo in cui avresti voluto lavorare e quali sono state le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare raccogliendo un’eredità stimolante ma sicuramente impegnativa per le tempistiche giocoforza ristrette a cui gli eventi ti hanno costretta?
Devo dirti con estrema sincerità che non c’è mai stata nessuna pressione e non mi è mai stato detto che essendo figlia unica avrei dovuto continuare per forza a lavorare in questo mondo e gestire nel futuro prossimo le aziende di famiglia. Ho sempre avuto carta bianca in fatto di decisioni e questo è stato fondamentale perché mi hanno trasmesso la passione per questo lavoro in modo naturale e spontaneo.
La scintilla che ha fatto iniziare tutto parte da lontano. Ho vissuto tanti anni in Liguria perché mia madre è ligure e quando i miei genitori si sono separati ero alle elementari, sono restata quindi a vivere con lei e andavo da mio padre per le festività e il periodo estivo.
Diventata grandicella, una volta finite le scuole superiori, ho deciso di prendermi un anno per me per riflettere su cosa avrei voluto effettivamente fare nella mia vita e mio padre mi disse che se avessi voluto prendermi questo anno sabbatico il suo consiglio era di andare in Inghilterra, almeno così avrei colto l’occasione per imparare una lingua e migliorare l’inglese. E così feci e me ne andai a Londra e già dai primi mesi capii che era stata la scelta giusta.
Quando ero lì oramai da un po’ di mesi, mio padre mi disse che sarebbe dovuto venire a Londra per una cena con un importatore e mi chiese di accompagnarlo dandomi appuntamento al ristorante per quella che sarebbe stata la mia prima cena di lavoro ufficiale. Ricordo che mi presentai in abbigliamento molto sportivo con jeans e tea-shirt pur se era un ristorante stellato dove tutti erano vestiti in modo elegante. Arrivai da sola e quando entrai la cosa che mi sorprese fu la calorosa accoglienza dello chef entusiasta dei nostri vini che aveva già assaggiato e si sposavano perfettamente al menu che aveva creato per l’occasione. Era contentissimo di aver conosciuto mio padre e il proseguo della serata fu fantastico, ricco di belle emozioni.
Il risultato di quella serata fu che dopo un paio di giorni ritornai a casa con mio padre e mi iscrissi al corso di viticoltura ed enologia. Era scoccata la scintilla.
Frequentavo le lezioni all’Università e devo dire che sono stata molto fortunata perché poi potevo mettere in pratica in azienda, da subito, tutte le cose che studiavo ai corsi. Altra cosa importante, visto che oltre all’Italia siamo presenti in 57 paesi esteri, fu quando a un certo punto papà mi disse che dopo aver visto la parte tecnica del lavoro era arrivato il momento di iniziare a viaggiare con lui in giro per il mondo a promuovere i vini e incontrare i clienti, e sono andata in Russia, in Kazakistan, in India, negli Stati Uniti solo per citare alcune destinazioni.
Nel periodo del Covid abbiamo dovuto invece concentrarci soprattutto sulla parte relativa all’accoglienza, in quel periodo giocoforza solo locale, ma lavorando già in prospettiva delle riaperture che ci sarebbero state. Abbiamo rifatto il sito internet facendolo diventare un mezzo molto interattivo per prenotare facilmente visite e degustazioni. Abbiamo ideato degli eventi alternativi dove il protagonista non era soltanto il vino con l’obiettivo di attirare la gente locale visto che non ci si poteva muovere fra le regioni.
In concomitanza con la malattia del papà ho iniziato poi ad occuparmi un po’ dell’amministrazione e poi quando nel novembre del 2021 è venuto a mancare, ho iniziato a seguire al 100% la parte amministrativa.
Non è stato semplice perché il papà aveva in mano il controllo totale delle aziende, ma il fatto di essere stata inserita con netto anticipo e aver lavorato in affiancamento a lui, è stato fondamentale, al pari della fortuna di avere nei punti chiave dell’organizzazione aziendale dei collaboratori preparati e con un bagaglio di esperienza eccezionale, persone che non sono dei dipendenti ma una vera e propria seconda famiglia.

Tuo padre è stato sempre molto attivo oltre che nella conduzione delle vostre aziende anche nell’ambito del Consorzio perché il suo sogno era quello di abbattere tutti i campanilismi per permettere una comunione di intenti e progetti fra tutti i produttori, unica via per garantire il benessere e la crescita dell’intera comunità.
Una delle critiche maggiori che da sempre vengono fatte ai friulani, è la cronica incapacità di “fare sistema”. Prese singolarmente ci sono tante ottime aziende che però non riescono a fare quadrato e lavorare assieme verso la stessa direzione aumentando la visibilità e potenza d’urto anche fuori dai confini regionali.
A che punto pensi sia ad oggi questo suo desiderio, e secondo te le nuove generazioni stanno dando un nuovo impulso positivo verso questa direzione, aiutati da menti fresche orientate meglio verso i mezzi informatici e il social marketing, tutti propulsori di un nuovo modo di lavorare e comunicare?
A mio parere c’è ancora un po’ di dualismo su certi argomenti.
Il Consorzio Collio sta cercando di lavorare nella direzione giusta alla ricerca di un obiettivo comune, ma al suo interno ci sono sempre certe isole separate che magari spingono per altre cose. Ne sono un esempio la discussione attuale sui vini macerati da inserire all’interno del disciplinare che non ha trovato una linea comune in fase di votazione, o il discorso del Collio Bianco da produrre esclusivamente con uve autoctone o il progetto del marchio Collio-Brda in un’unica denominazione transfrontaliera.
Insomma, nel pentolone c’è tanto che bolle e tanti gli argomenti importanti da affrontare, ma quando ci sono tante teste, inevitabilmente ci sono anche tante idee e quindi non posso che dirti che siamo ancora in una fase di stallo e non si può parlare ancora di una totale e granitica unione fra tutti i produttori.
Però è anche vero che se parliamo di nuove generazioni la situazione è diversa.
Ad esempio è stata creata una rete per la valorizzazione e promozione del Pinot Bianco come da desiderio di mio nonno Marco che aveva da sempre il sogno di valorizzare un vitigno eccezionale che però conoscevano in pochi, e in collaborazione con il papà ha creato un gruppo di lavoro di sei aziende famigliari, accomunate tutte dalla grandissima attenzione che pongono verso l’’ambiente, che credono nelle potenzialità del Pinot Bianco, e che hanno iniziato un percorso promozionale con cene e degustazioni in giro per l’Italia, in attesa di varcare anche i confini esteri.
Queste sei aziende, oltre alla nostra, sono Venica&Venica, Livon, Castello di Spessa, Toros e Pascolo, e questa coesione testimonia la volontà di fare sistema coinvolgendo anche le nuove generazioni che sono ampiamente rappresentate e portano avanti il progetto comune mettendo la propria freschezza di idee e innovazione a disposizione della causa comune.

Se il Collio e i suoi vini hanno raggiunto grandi risultati, lo si deve alla lungimiranza e al duro lavoro di tanti personaggi che hanno creduto nel territorio in tempi, quelli post-bellici della Seconda Guerra Mondiale, in cui era più facile dedicarsi ad altre attività più sicure e remunerative.
In un contesto non florido, sono sempre le menti più illuminate, quei personaggi dotati di un intuito al di fuori del comune, che riescono a farsi strada diventando una sorta di guida per tutto il territorio e tuo nonno Marco è sicuramente stato, e lo è ancora, un punto di riferimento importantissimo per il Collio e la sua crescita.
Da imprenditore e leader carismatico ha portato un grandissimo contributo affinché colline ricche di vigneti diventassero quel Collio oggi riconosciuto e lodato da tutti.
Marco Felluga ha fatto nascere due aziende che sono fra le migliori del comparto vitivinicolo; la “Marco Felluga” e la “Russiz Superiore”, e poi ha passato il testimone a tuo padre.
Quanto è stato importante avere accanto in questo ultimo anno e mezzo tuo nonno, anche solo come figura di riferimento, e sei riuscita a carpire anche da lui degli insegnamenti che ti sono utili per il proseguo del tuo lavoro?
La figura del nonno era, lo è oggi e lo sarà sempre fondamentale per me, perché siamo qui grazie a lui, grazie al suo lavoro, il suo impegno, la sua lungimiranza.
Lui è sempre presente in azienda, ovviamente non viene tutti i giorni perché con i suoi 96 anni ha giornate in cui magari è più stanco ma pensa che ha ancora la patente anche se per fortuna evita di andare in giro con la macchina perché i riflessi non possono essere quelli di una volta.
Personalmente trovo che mio nonno sia una persona molto attuale con cui si può parlare di tutto e quando ho bisogno di un consiglio, sia in campo lavorativo sia nella sfera personale, so che in lui riesco a trovare oltre che il nonno anche una sorta di amico.
Lui è essenziale per la persona che sono oggi.
Tuo padre aveva ereditato da tuo nonno sani valori, disciplina e dedizione per il lavoro, sempre però nel massimo rispetto per il prossimo e questi valori immagino che te li abbia trasmessi anche a te.
Molto attento alle tematiche ambientali e consapevole che per salvaguardare le risorse naturali della terra, non illimitate, fosse necessario adoperarsi tutti a tale scopo, aveva applicato le regole della sostenibilità e del rispetto per le leggi della natura nelle sue aziende, in tutte le varie fasi del ciclo produttivo.
Qual è il tuo pensiero su questi argomenti e quali secondo te i correttivi che si possono adoperare anche nel settore vitivinicolo per cercare di portare il proprio contributo alla causa comune?
È fondamentale ed eticamente necessario pensare al nostro futuro. È palese che le stagioni stanno cambiando di anno in anno e ogni singolo mese è diventato oramai imprevedibile. Se si lavora a contatto con la natura bisogna preservarla e fare di tutto per mettere in atto azioni in tal senso, e non deve essere un discorso di marketing ma un impegno concreto: questo era il credo del papà che ha dato una grande impronta alla sostenibilità della nostra azienda.
Da sei anni seguiamo un protocollo che si chiama ‘Viva’ che non si accontenta di ottenere una certificazione fine a sé stessa, ma deve perseguire degli obiettivi reali nel corso degli anni.
Minore emissione di CO2. Minori consumi di acqua e di carburante. Nessun diserbo. Utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili sfruttando l’impianto fotovoltaico che rende indipendente tutta la cantina.
Anche in campagna ci avvaliamo della collaborazione del nostro agronomo Bigot per sperimentare soluzioni e correttivi che ci aiutino a risolvere le varie patologie che minano la salute dei vitigni. Operiamo la selezione massale delle viti che così meglio si adattano al territorio e al microclima. Utilizziamo concimi organici provenienti da animali che siamo sicuri non hanno preso antibiotici. Sperimentiamo e cerchiamo ti trovare anche a livello tecnologico delle soluzioni che non entrino in conflitto con i delicati equilibri della natura.
Il nostro motto è “mai sentirci arrivati “e mantenere sempre sostenibilità e ambiente al centro del progetto.

Il Collio è da sempre conosciuto per i suoi grandi vini bianchi, minerali, ricchi di struttura e profumi, ma tuo padre aveva anche intuito le grandi potenzialità che questi potevano avere in termini d’invecchiamento e longevità, e questo suo credo lo ha portato a creare dei vini capaci di deliziarci nel tempo e che hanno ottenuto riconoscimenti ed apprezzamento da critica e appassionati del settore.
Le tue idee e i tuoi progetti guardano sempre verso questa direzione?
Assolutamente sì perché il Collio viene riconosciuto sicuramente per la qualità dei vini bianchi ma soprattutto anche per le doti di grande invecchiamento che questi sono in grado di regalare.
Il nonno e il papà ebbero la forza di avvallare questo progetto che non era semplice da perseguire perché erano tempi in cui si bevevano vini a 3-4 mesi dalla vendemmia e ci è voluto un grande lavoro per riuscire a dimostrare che i vini del Collio si possono bere bene anche con diversi anni sulle spalle e hanno ampia varietà di abbinamento con i cibi.
Rispetto al passato, adesso sono gli stessi ristoratori che ci chiedono una carta di vecchie annate segno del profondo cambiamento in corso. Anche a livello internazionale oggi sono ben valutati ed apprezzati dai massimi esperti e guide del settore, e ne sono testimonianza le ottime votazioni e riconoscimenti che stiamo ricevendo.
La vostra storia famigliare di vocazione per il vino è nata nella seconda metà del 1800 a Isola d’Istria. È qui, infatti, che la dinastia Felluga muove i primi passi: una locanda e la produzione dei due primi vini di famiglia, la Malvasia e il Refosco.
Quali sono oggi invece i vini che rappresentano maggiormente oggi la vostra azienda e qual è il tuo vino preferito fra quelli che producete?
Partiamo con il dire che sono tutti figli tuoi e non si possono fare delle preferenze e così non scontentiamo nessuno.
Personalmente io amo tutti i vitigni autoctoni che rappresentano un territorio e la sua storia. Ne sono un esempio la Ribolla Gialla e il Tocai Friulano, vitigni che ci regalano grandi vini e sono quindi il nostro orgoglio.
Negli ultimi anni ho fatto un grande lavoro di comunicazione e promozione, sia in Europa sia nel resto del mondo, per l’inserimento degli autoctoni all’interno delle carte dei nostri importatori perché stanno riscontrando sempre maggior interesse da parte dei consumatori che cercano l’autenticità e sono stanchi di prodotti omologati.
Per avvalorare questo nostro obiettivo, quest’anno abbiamo fatto uscire due nuovi vini da monovitigno, un tempo utilizzati solo negli assemblaggi, che sono la Ribolla Gialla e il Refosco, perché ritengo che i vitigni autoctoni siano il futuro a cui un’azienda come la nostra deve guardare.
Per quanto riguarda il mio vino preferito, dipende molto dalle occasioni, con chi sei, dove sei e che umore hai in quel momento.
Adesso con te, chiacchierando, il Pinot Bianco con la sua eleganza e delicatezza è il vino ideale per questo momento, però se sono a casa da sola la sera, e voglio rilassarmi, mi bevo un calice di Col Disore, il nostro uvaggio di punta prodotto con base maggioritaria di Pinot Bianco e poi Ribolla Gialla, Friulano e Sauvignon.
Prima la pandemia, adesso le incertezze legate al conflitto in Ucraina.
Com’è la situazione attuale dei del settore del vino per quanto riguarda le vendite e i rapporti con i partner commerciali?
Proprio stamattina con la ragazza che si occupa dei mercati esteri, abbiamo fatto un grandissimo excursus su quello che sono state le vendite dal 2019 a quest’anno e abbiamo verificato che l’Ucraina si è ripresa molto bene e stiamo lavorando tanto con loro.
Se devo essere sincera, quando è scoppiata la guerra, avevo paura di una crisi che potesse colpire in modo forte l’Europa, e invece dopo un momento di stallo c’è stata una grande crescita e credo che i russi, in parte, si siano spostati dalla Russia e che abbiano creato una nuova domanda nei nuovi paesi dove si sono trasferiti.
Ad esempio, Cipro e Malta sono paesi dove lavoriamo molto di più rispetto a qualche anno fa e quindi, in generale, anche se c’è stata all’inizio una certa incertezza provocata dalla guerra che ha provocato ad esempio l’aumento delle bollette, problemi di approvvigionamento delle materie prime, noi abbiamo sempre continuato a lavorare con soddisfazione anche dove si pensava avremo avuto qualche problema, quindi nel complesso non possiamo certo lamentarci anche se l’augurio è quello che il conflitto possa terminare quanto prima e ritornino a soffiare i venti della pace fra tutti i popoli.

Il Relais Russiz Superiore è uno spazio incantevole ricavato dalla ristrutturazione di antichi rustici annessi alla foresteria con sette camere (di cui una suite) in stile country. Pace e tranquillità per rilassarsi fra la natura incontaminata e godere di viste incantevoli sulle colline circostanti dove i vigneti e il bosco sono i protagonisti assoluti.
Quanto è importante per la vostra azienda l’accoglienza e l’enoturismo parallelamente alla normale attività di produzione vinicola?
Il turismo per noi è diventato importantissimo in tutte le sue componenti come lo sono le visite, le degustazioni e l’accoglienza con il pernottamento nel nostro Relais.
L’enoturismo è fondamentale per far conoscere la nostra azienda, il territorio, i nostri vini.
Poi è molto importante che vengano a trovarci anche i clienti ristoratori e gli importatori dalle varie parti del mondo perché vivere la realtà aziendale dal vivo, in prima persona, è differente da farsela raccontare magari dall’altro capo del mondo.
A livello di turismo siamo cresciuti tanto negli ultimi anni, e mentre una volta era un’attività marginale adesso ci impegna a tempo pieno e molte volte siamo anche costretti a non accettare qualche prenotazione perché abbiamo già raggiunto il numero massimo di ospiti che possiamo accogliere. Come presenze ovviamente i più numerosi in termini numerici sono gli italiani, seguiti dai vicini austriaci e tedeschi. Ultimamente si stanno rivedendo anche gli americani e a sorpresa tanti sloveni che sono la vera new entry dell’enoturismo.
Per noi è fondamentale accogliere bene il turista. Una frase che dico sempre alle ragazze che lavorano all’accoglienza è che devono immaginarsi che magari una persona viene a trovarci una volta nella vita e quella volta se la deve ricordare. Quindi bisogna coccolarlo, farlo sentire a suo agio, deve fare un’esperienza che gli deve rimanere impressa per sempre.
Qual è la tua maggiore qualità e su cosa pensi di dovere ancora lavorare e migliorare?
Mi viene detto che sono una persona molto pacata e diplomatica e se mi trovo in certe situazioni, dove magari c’è un po’ di tensione, riesco a fare da mediatrice perché sono tendenzialmente una persona molto pacifica.
Un mio grande difetto è invece quello di essere molto permalosa. Sono caratteristiche che mi accumunavano al papà mentre la mamma ha un carattere diverso dal nostro essendo più impulsiva e meno paziente ma sicuramente non permalosa.
Quali sogni e progetti nel futuro di Ilaria Felluga e delle sue aziende?
Prima ti ho detto che il nostro motto è quello di non sentirci mai arrivati; quindi, ti dirò che noi ci troviamo sempre davanti a nuove sfide e nuove strade da intraprendere.
Parlando di sogni a breve termine, un progetto sarà quello di impiantare un vigneto di Malvasia per produrre un vino cha a me piace molto e che però non è mai stato presentato in etichetta, questo in sintonia con il desiderio di valorizzare i nostri vitigni autoctoni.
Un altro obiettivo è quello di aprire nuovi mercati dove storicamente è difficilissimo entrare e che non svelo ancora per scaramanzia, sempre puntando sulla qualità del prodotto, la tradizione e il rispetto per la natura.
Troppo lavoro e troppi impegni. È giunto il momento di staccare la spina e fare una vacanza. Verso quale paradiso ti piacerebbe partire e che bottiglia di vino, quale contributo musicale e che libro ti farebbero compagnia?
Di ferie è sempre dura parlarne perché il lavoro è sempre tanto in qualsiasi periodo dell’anno e soprattutto d’estate ci sono tante cose da fare: ci si prepara alla vendemmia e si mette in moto la macchina organizzativa, si inizia a fare la manutenzione ai macchinari. È un periodo caldo in tutti i sensi.
Quest’anno però mi sono concessa un fine settimana lungo e andrò in Puglia a trovare un’amica e cercherò di immergermi al 100% in tutte le cose che quei luoghi hanno da offrirmi. Questa mia amica produce anche vino quindi assaggerò sicuramente le produzioni del loro territorio.
Come canzone allegra adesso mi trovi un po’ impreparata, ma sicuramente una che parli dell’estate, spiritosa, visto che sarà un fine settimana fra amici. Adesso che ci penso, una canzone che sto ascoltando spesso, collegata anche al fatto che sto conoscendo tante belle persone, è Beautiful People di Benny Benassi. Molto bella.
Per quanto riguarda le letture, purtroppo mi piacerebbe leggere tanto ma il tempo libero è veramente poco e riesco al massimo a leggere qualcosina durante i viaggi in treno o in aereo. Ad esempio, in questo periodo sto leggendo il libro dedicato al fondatore di Netflix “L’unica regola è che non ci sono regole, Netflix e la cultura della reinvenzione” che mi ha dato qualche bel spunto, soprattutto nell’approccio del fondatore verso i dipendenti.
È passato oramai più di un anno da quando tuo padre non può più essere vicino a te e accompagnarti in questo importante percorso professionale della tua vita. Siamo sicuri che ti sta seguendo dall’alto facendoti sentire la sua presenza.
Cosa ti sentiresti di dirgli oggi, sicuri possa sentirti?
Oddio che domandona questa. Inutile dirti che lo penso tutti i giorni, sia nei momenti di gioia che nei momenti di difficoltà gli parlo perché è giusto che lo faccia. Lo so che è sempre con me e vede quello che faccio, però gli racconto sempre quello che succede.
Cosa gli vorrei chiedere? Tante cose, se potessi. Per rendere la domanda più leggera, ti dico che vorrei sapere cosa ne pensa della Ribolla Gialla e del Refosco che sono usciti quest’anno e dei quali siamo molto orgogliosi.
Però vorrei dirgli una cosa in particolare: se lui davvero non ci fosse stato io non sarei qui e che quindi gli devo tutto, questo assolutamente sì.
Stefano Cergolj



