Piè di Mont: le bollicine del Collio ai piedi del Monte Calvario
Il Collio è terra di grandi vini e di grandi produttori, ma le sue colline non regalano solo incantevoli panorami e distese vitate. Qui sono ancora evidenti le testimonianze storiche di eventi che hanno segnato il destino, non solo del nostro paese, ma del mondo intero.
L’azienda che andremo oggi a conoscere è situata in una frazione di Gorizia, a Piedimonte del Calvario, in pieno Collio Goriziano. Il monte Calvario è stato teatro di aspri scontri e bombardamenti durante la Prima Guerra Mondiale. Seppur di modesta altura, il Calvario durante la Grande Guerra rappresentò un obiettivo strategico tanto per gli italiani, quanto per gli austriaci, perché dalla sua cima si potevano controllare allo stesso tempo Gorizia, l’Isonzo e la sua pianura, il Collio, i monti Sabotino e San Gabriele e i rilievi del San Michele.
I rispettivi eserciti si affrontarono a più riprese per conquistarlo o per respingere gli assalti nemici. Le perdite in entrambi gli schieramenti furono ingenti e devastazione e miseria accompagnarono queste terre per molti anni dopo la fine delle ostilità.

Ma oggi non sono qui per commemorare i cento anni che sono passati dall’inizio di questo sanguinoso e inutile (come lo sono tutte le guerre) conflitto.
Oggi il mio obiettivo è quello di celebrare la gioia e le emozioni che il nettare di Bacco riesce a donare quando alla base dei suoi successi ci sono la passione e la fatica di personaggi che amano il vino ma soprattutto il loro territorio.
Il nome dell’azienda, Piè di Mont, è la traduzione friulana della frazione in cui ci troviamo. La sua storia inizia con Paolo Rizzi che geometra in quel di Udine, per amore, si trasferisce in queste terre per sposare Majda Sirk, figlia di contadini della zona e in breve tempo s’innamora della campagna e del mondo del vino.
Inizia a lavorare in proprio realizzando impianti vigneto conto terzi per le migliori aziende del Friuli, piantando le barbatelle, come fa ancora oggi, usando solo olio di gomito e badile.
Ma ama il vino e in particolar modo le bollicine, così in cuor suo coltiva un sogno, quello di poter un giorno avere una propria azienda con il cui marchio produrre uno spumante Metodo Classico, tipologia che adora.

Il sogno diventa realtà quando con il figlio Roman inizia a pianificare nel dettaglio il vigneto che avrebbe avuto come missione quella di donare uve di grande qualità, ottimali per produrre una grande base spumante.
Ai piedi del monte Calvario, nel 2002, realizzano l’impianto. Un singolo vigneto di 1,2 ettari, esposto a sud-est, caratterizzato da fortissime escursioni termiche che favoriscono lo sviluppo dei profumi e il mantenimento dell’acidità. Le circa 7.500 piante sono divise tra Pinot Nero (20%) che si estende nei primi filari della collina e a salire, Chardonnay (60%) e Ribolla Gialla (20%), quest’ultima disposta nelle file più alte del rilievo.
Una vigna curata come il giardino di casa, le cui uve doneranno la cuvée da cui nasceranno gli spumanti.
La vendemmia 2006 è l’inizio di questa giovane ma entusiasmante avventura.
Le uve vengono vendemmiate separatamente rispettando i tempi delle tre tipologie. Una volta in cantina, seguono un processo di vinificazione autonomo, fermentando e maturando in acciaio (tranne un 5% di Chardonnay che fa un po’ di barrique) fino a gennaio quando, avviene l’assemblaggio. La cuvèe della vigna, come mi piace chiamarla, resta fino a maggio a riposare nei contenitori di acciaio per essere poi imbottigliata, con aggiunta di zuccheri e lieviti selezionati, e iniziare con la seconda fermentazione, un viaggio che durerà circa 30 mesi in maturazione a contatto con i lieviti.
Alle romantiche operazioni di remuage manuale e alla successiva sboccatura seguirà l’aggiunta di una liqueur d’expedition composta da vino dell’annata precedente e 6 grammi di zucchero. Una volta tappate, le bottiglie resteranno 7 mesi in cantina ad affinarsi (1 anno le magnum) e poi saranno pronte per essere commercializzate e degustate. Dalla prima vendemmia 2006 si è dovuto aspettare quindi il 2009 per assistere alla prima sboccatura.

I colori dell’etichetta sono stati pensati per rappresentare la disposizione dei vitigni nella vigna: il rosso del Pinot Nero, l’arancio dello Chardonnay e l’oro della Ribolla.
Una volta nel bicchiere, la prima sensazione è che si possa dire con certezza che la scommessa è stata vinta. Si voleva produrre uno spumante che fosse figlio del Collio e i profumi sono proprio quelli di una terra che, se amata e rispettata, sa donare delle grandi soddisfazioni. Si cercava di rispettare la natura e quanto questa ti regala e in questi spumanti tutto questo è chiaramente presente, poiché la cuvée nasce in vigna, ed è quindi influenzata dall’andamento dell’annata, mentre il liqueur d’expedition aggiunto non va assolutamente a incidere sulle caratteristiche organolettiche del vino.
Persistenza, equilibrio e la finezza che si possono riscontrare al palato sono indici di un prodotto di valore, capace di soddisfare le papille gustative nell’immediato, con una base fruttata e un’impostazione ancora fresca e asciutta che lascia la bocca pulitissima. Il futuro sarà sicuramente ricco di sorprese perché questo prodotto promette di evolversi nel tempo, regalando sfumature e note più complesse.
La produzione è limitata a un massimo di 12000 bottiglie ad annata, con circa 1000 magnum. Un prodotto di nicchia che sicuramente, oltre a dar lustro alla passione e bravura di Roman e Paolo Rizzi, sarà in grado di far conoscere il Collio in una veste che non è nelle sue tradizioni, ma che dimostra come l’incontro fra un territorio vocato e le capacità dell’uomo riescano sempre a regalare delle piacevolissime sorprese.

DIALOGANDO CON ROMAN RIZZI
Qual è stata la scintilla che vi ha portato a decidere di iniziare questa nuova ed esclusiva avventura nel mondo delle bollicine senza dedicarvi ai vini fermi?
La passione per le bollicine è nata prima a mio padre e poi ha contagiato anche me. Dal 2002, anno nel quale abbiamo piantato le barbatelle che oggi ci permettono di produrre i nostri spumanti, avevamo già ben in mente quale doveva essere il nostro obiettivo: portare in cantina delle uve di primissima qualità per produrre poi uno spumante che fosse figlio del Collio con i suoi profumi e i suoi colori.
Se parliamo dello spumante per eccellenza, lo Champagne, è innegabile affermare che grande merito va dato a una terra che, posta in una delle zone vitivinicole più a nord del vecchio continente, garantisce condizioni climatiche e ambientali uniche, accanto alla particolare composizione gessosa dei terreni dove trovano dimora le viti.
Di quale terra e clima particolare beneficiano invece i vostri vigneti per permettervi di portare in cantina uve ideali per la spumantizzazione in bottiglia?
La marna è tipica del Collio e a questa si sono aggiunti i terreni del sottobosco che sono scesi verso valle negli anni. Queste componenti regalano ai vini sapidità e mineralità, timbro esclusivo del territorio. Un altro elemento fondamentale è la disposizione a sud-est dei vigneti. In estate, già prima delle 18, il sole scende rapidamente dietro al monte e questo permette di avere uno sbalzo termico notevole che garantisce un grande corredo aromatico alle uve. Il particolare clima fresco di questo lembo di terra, ci permette anche una vendemmia tardiva, che garantisce alle uve l’ideale grado di acidità e ci permette di produrre degli spumanti che, volendoli paragonare ai cibi, risultano digeribili e senza quelle note verdi che noi non vogliamo avere nei nostri vini.

Producete dei millesimati. L’assemblaggio nasce già nel vigneto con le circa 7500 piante divise tra Chardonnay (60%), Pinot Nero (20%) e Ribolla Gialla (20%). Nei vostri spumanti traspare sempre chiaramente l’annata, con i suoi pregi e magari qualche difetto, o il lavoro in cantina vi porta a produrre vini che mantengono una loro identità e specificità, indifferentemente dall’andamento delle stagioni?
La peculiarità del nostro prodotto è che la cuvée non è fatta in cantina bensì nel vigneto, con i filari di Chardonnay, Ribolla Gialla e Pinot Nero che devono regalarci delle uve di primissima qualità, ma che sono ovviamente anche influenzati dall’andamento dell’annata. I nostri vini sono dei millesimati, non devono essere tutti uguali ma sono il risultato di quello che la natura è stata in grado di donare nel corso della stagione. Quest’anno la tanta pioggia e il poco sole hanno creato dei grossi problemi ai produttori, nel nostro caso invece ci ha permesso di ottenere delle uve con una bella acidità, che ci ha reso felici e fiduciosi per quello che può essere il millesimo 2014 che uscirà fra tre anni.
Champagne e Franciacorta, tanto per citare due eccellenze, hanno per protagonisti il Pinot Nero e lo Chardonnay, con il contributo nel caso delle bollicine francesi del Pinot Meunier e per il Franciacorta del Pinot Bianco. I vostri spumanti invece, come terza componente, beneficiano di una tipicità della zona: la Ribolla Gialla.
Quale importante contributo porta nei vostri vini questo tipico autoctono friulano?
La Ribolla Gialla è un vitigno autoctono che rappresenta il territorio e solo per questo siamo orgogliosi che sia una componente importante dei nostri spumanti. Poi tecnicamente parlando, sappiamo quanto sia fondamentale il suo contributo in termini di acidità e freschezza. In annate calde la vendemmiamo un po’ in anticipo, in quelle fredde, tardivamente, per riuscire sempre ad avere un livello di acidità importante e adeguata a quello che sarà il nostro obiettivo finale.
Il 2 settembre 2006 è stata per voi una data che molto probabilmente non scorderete mai. Ma è stata più emozionante la prima vendemmia o la prima sboccatura nel 2009, con successiva commercializzazione dei primi spumanti usciti dalla cantina?
L’azienda Piè di Mont è nata per produrre spumanti Metodo Classico. La realizzazione dei vigneti e la sistemazione delle barbatelle sono state studiate a tavolino per raggiungere un determinato risultato finale. E’ ovvio quindi che la cosa più emozionante sia stata quella di poter assaggiare quello che il nostro lavoro e le nostre idee avevano portato in bottiglia. La gioia di poter verificare con i nostri sensi che quanto avevamo sperato si era realizzato è stato sicuramente un momento molto importante, tappa fondamentale per il futuro della nostra azienda.

Il Friuli non può certamente considerarsi, tranne qualche ottima eccezione, terra con tradizioni antiche se si parla di Metodo Classico. C’è però un prodotto della nostra regione che ti piace particolarmente e quali sono invece in assoluto gli spumanti che ami e prendi a riferimento?
Se faccio i nomi di Dorigo, Pittaro e Puiatti penso di non scontentare nessuno, perché sono stati i primi a credere nella possibilità di produrre degli spumanti di qualità in Friuli e i risultati hanno dato loro ragione. Amo in maniera particolare il Giulio Ferrari e poi naturalmente gli Champagne, terra, dove sono le grandi Maison a fare la differenza con i loro prodotti di assoluta qualità, e non i piccoli produttori, cosa che molte volte accade al contrario nelle nostre realtà nazionali.
È indiscutibile come la locomotiva degli attuali successi, soprattutto esteri (ma in parte anche interni) degli spumanti dello stivale sia il Prosecco. Ben venga questo successo, ma molte volte il consumatore non conosce le differenze che ci sono fra le varie tipologie, per non dire fra le metodologie di produzione, arrivando a generalizzare tutto con termini da brivido come “prosecchino” o “frizzantino”.
È per voi difficile comunicare dei vini che hanno metodi e tempi di lavorazione completamente diversi dal più semplice e veloce Charmat e che, di riflesso, porta ad avere dei costi di produzione e quindi di vendita maggiori?
Andando in giro per fiere e degustazioni, ho notato che in Italia le differenze si cominciano a conoscere e sono minori i casi di clamorose generalizzazioni. Differente è il discorso dei mercati esteri, dove a essere conosciuto, è soprattutto il Prosecco perché, a differenza degli spumanti Metodo Classico, è presente in grandi quantità e quindi è più facilmente identificabile dagli stranieri. All’estero si parla soprattutto di Champagne e se si discute di spumantizzazione ci si riferisce al Metodo Champenoise piuttosto che al nostrano Metodo Classico che spesso non viene identificato e riconosciuto anche se fratello della tecnica utilizzata dai cugini d’Oltralpe.
Il successo del Prosecco può essere d’aiuto al movimento della spumantistica italiana, rappresentare un ponte, che partendo da un prodotto più semplice e beverino possa portare la clientela ad avvicinarsi a prodotti più complessi come quelli con la doppia fermentazione in bottiglia.

Storia, tradizione, cultura, mercati consolidati. In un’ipotetica sfida spumantistica fra la Francia con il suo champagne e l’Italia del Metodo Classico, sulla carta il risultato sarebbe un secco 3-0 senza troppe discussioni.
Ma nella realtà, siamo veramente così lontani dai cugini d’Oltralpe e nel futuro prossimo potrebbe accorciarsi la distanza che ancora ci separa?
Parlando della nostra azienda, posso dire che il nostro unico obiettivo è stato quello di produrre uno spumante Metodo Classico del Collio. Se ambissimo a copiare lo Champagne, saremmo sempre i secondi e cioè i primi degli ultimi.
Invece grazie alle uve di grande qualità che riusciamo a produrre in vigna, a basi spumanti eccellenti, al minimo l’utilizzo della liqueur, riusciamo a produrre dei prodotti, dove a essere protagonisti sono la mineralità, la freschezza e gli aromi primari delle uve, che con il tempo si evolvono, arricchendosi di complessità, ma che mantengono sempre ben definite certe caratteristiche tipiche del territorio.
Quali sono i progetti per il futuro e c’è un sogno nel cassetto che vi piacerebbe realizzare?
L’obiettivo principale è quello di migliorare sempre. Abbiamo in progetto di uscire a breve con due nuovi prodotti. Un Blanc De Blanc da sole uve Chardonnay che sarà presentato a dicembre, e che è restato per 34 mesi in bottiglia, sui lieviti, prima della sboccatura.
Poi nel 2015 usciranno 1000 magnum di Piè di Mont, restato 54 mesi ad affinarsi sui propri lieviti prima della sboccatura.
Stasera voglio fare bella figura con la mia dolce metà. Che abbinamento mi consigli per realizzare un vero e sublime matrimonio d’amore con il Brut Piè di Mont?
Un crudo di pesce può essere ottimo, ma mi sentirei di consigliare anche del prosciutto nostrano o salumi in generale, mentre passando ai formaggi, un pecorino toscano. Ma per me il migliore abbinamento è con un bel fritto di pesce che con la sua grassezza si sposa ottimamente con le nostre bollicine.
Stefano Cergolj



