Le DOC dell’Emilia Romagna: Ortrugo dei Colli Piacentini

❂ Ortrugo dei Colli Piacentini o Ortrugo – Colli Piacentini D.O.C.
(Approvato con D.M. 21/7/2010 – G.U. n.180 del 4/8/2010; ultima modifica P.M. 12/7/2019 – G.U. n.178 del 31/7/2019)
► zona di produzione
● in provincia di Piacenza: comprende il territorio a vocazione viticola delle colline piacentine ed include l’intero territorio amministrativo di Caminata (escluso le isole amministrative in provincia di Pavia), Nibbiano, Pianello Val Tidone, Piozzano, Ziano Piacentino, ed in parte il territorio amministrativo dei comuni di Agazzano, Alseno, Bettola, Bobbio, Borgonovo Val Tidone, Carpaneto Piacentino, Castell’Arquato, Castel San Giovanni, Coli, Gazzola, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda, Pecorara, Ponte dell’Olio, Rivergaro, San Giorgio Piacentino, Travo, Vernasca e Vigolzone.
► base ampelografica
● (anche frizzante, spumante): ortrugo min 90%, possono concorrere le uve di vitigni a bacca di colore analogo, non aromatiche, idonee alla coltivazione nella regione Emilia-Romagna max. 10%;
► norme per la viticoltura
● per la produzione di tutti i vini a DOC “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” sono da considerare idonei alla coltivazione unicamente i vigneti ubicati in zona collinare–pedemontana, bene esposti, su terreni argillosi, preferibilmente di natura calcarea o calcarea–argillosa, spesso ferrettizzati, ciottolosi e ghiaiosi;
● è ammessa l’irrigazione di soccorso per un massimo di due volte all’anno prima dell’invaiatura;
● i vigneti di nuovo impianto e reimpianto devono essere composti da almeno 3.000 ceppi ad ettaro per tutte le tipologie di vino;
● la resa massima di uva in coltura specializzata è di 12 t/Ha e il titolo alcolometrico volumico minimo naturale è di 10,5% vol. (9,5% vol. per la versione “Spumante”);
► norme per la vinificazione
● le operazioni di vinificazione, compreso la presa di spuma, la rifermentazione in bottiglia o in grandi recipienti, l’invecchiamento, l’affinamento in bottiglia e l’imbottigliamento di tutti i vini, debbono essere effettuate in provincia di Piacenza. È consentito effettuare le operazioni di vinificazione, compreso la presa di spuma, la rifermentazione in bottiglia o in grandi recipienti, l’invecchiamento, l’affinamento in bottiglia e l’imbottigliamento di tutti i vini negli stabilimenti delle ditte site nel comune di Rovescala ad est del torrente Bardoneggia in provincia di Pavia;
● le operazioni di spumantizzazione dei predetti vini della denominazione di origine controllata “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” sia con il metodo classico o tradizionale che in grandi recipienti chiusi, devono essere effettuate in stabilimenti siti nell’ambito della provincia di Piacenza e negli stabilimenti siti nel comune di Rovescala in provincia di Pavia;
● la denominazione di origine controllata dei vini “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” può essere utilizzata per designare il vino frizzante che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal presente disciplinare;
► norme per l’etichettatura e il confezionamento
● tutti i vini a denominazione di origine controllata “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” che utilizzino la menzione “vigna“, devono essere immessi al consumo finale solo in recipienti di capacità inferiore a 5 litri e solo tranquilli;
● per tutti i vini a denominazione di origine controllata “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini”, è obbligatorio apporre sull’etichetta l’indicazione dell’annata di produzione delle uve;
● in considerazione della consolidata tradizione è consentita la commercializzazione di vino, avente residuo zuccherino superiore a quanto previsto dal presente disciplinare, necessario alla successiva fermentazione naturale in bottiglia, con la dicitura DOC “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” purché detto prodotto sia confezionato in contenitori non a tenuta di pressione di capacità da 10 a 60 litri;
● per i vini a Denominazione di origine Controllata “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” sono ammessi tutti i tipi di chiusure previsti dalla norma ad eccezione dei tappi a corona, di quelli in plastica e salvo quanto previsto dal presente articolo;
● i tappi in plastica sono ammessi esclusivamente per i contenitori da 10 a 60 litri non a tenuta di pressione;
● per la tipologia “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” frizzante è consentito l’uso del tappo a fungo;
► legame con l’ambiente geografico
● A) Informazioni sulla zona geografica
◉ Fattori naturali rilevanti per il legame
▪ Vocazionalità ambiente e terreno
Per Piacenza, tradizione enologica e priorità nella cura del vigneto sono due pilastri su cui si fonde la conoscenza e l’immagine dei vini DOC “Colli Piacentini”. Da qui il grande impegno dei viticoltori, delle proprie associazioni e degli istituti di ricerca verso studi sulla vocazionalità territoriale alla viticoltura e al vitigno e sul miglioramento delle tecniche e delle operazioni di elaborazione e vinificazioni dei vini.
Significative le ricerche svolte dall’Istituto di Viticoltura dell’Università Sacro Cuore di Piacenza dal 1988 al 1991 e dal Consorzio di Tutela in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole dal 1993 al 1995.
I metodi di indagine utilizzata presentano degli aspetti innovativi che si basano sull’elevato grado di interdisciplina dello studio dell’interazione “genotipo per ambiente”. Scopo della continua ricerca è la valutazione dell’effetto del pedotipo (insieme delle caratteristiche geologiche del suolo e della morfologia del paesaggio ad esso associato) sulle presentazioni vegeto-produttive e qualitative di alcune varietà di diversa destinazione enologica.
Da un punto di vista climatico ambientale, la zona risulta caratterizzata da condizioni diversificate in modo significativo anche su distanze relativamente brevi per la presenza di conformazioni vallive parallele.
Gli allineamenti vallivi, l’esposizione dei pendii, le depressioni orografiche particolarmente protette dai complessi collinari circostanti, sono fondamentali nel definire tali climi locali.
In linea di massima si può quindi dire che la particolarità dei suoli può dare luogo localmente a sezioni vallive ben esposte all’insolazione e protette dalle correnti atmosferiche più fredde de umide, oppure a climi particolarmente ventosi sui contrafforti collinari e nelle valli maggiormente esposte alle masse d’aria instabili di origine marina.
L’attiva ventilazione che caratterizza il comparto è legata alla circolazione di brezza e interviene sia ostacolando l’accumulo di umidità, sia l’intensità delle gelate.
Le pendenze dei terreni vitati favoriscono la percolazione dell’acqua e la parziale disidratazione del suolo nel periodo di maturazione delle bacche, facilitando il deposito, negli acini, degli zuccheri e delle altre sostanze nobili della qualità. Le pendenze sono spesso ragguardevoli, per cui i costi di produzione risultano generalmente alti.
Si trovano molti terreni calcarei, poveri di potassio perfettamente adatti agli spumanti, che richiedono uve acide e vini freschi che non “cascano” nel tempo.
▪ Ambiente climatico
Il clima dell’area di produzione della DOC “Colli Piacentini” è quello temperato subcontinentale, con temperatura media annua compresa tra 10 e 14,5°C; da uno a tre mesi estivi la temperatura media è superiore a 20°C. La indicazione generale ha consentito nell’arco di 20 anni l’elaborazione di indici climatici, capaci di determinare i diversi microclimi al fine di definire su basi scientifiche una programmazione viticolo, i vitigni per ogni sottozona. La collina rispetto alla pianura è soggetta a minori escursioni termiche giornaliere ed annuali. In questa fascia altimetrica, soprattutto se ci si colloca nelle esposizioni più meridionali e relativamente distanti dai fondovalle, la temperatura media dei mesi più freddi risulta di 1-2°C più alta di quella della pianura, dando così origine ad inverni più umidi e con minore frequenza di gelo. Anche la temperatura dei mesi estivi risulta inferiore di 1-2°C a quella della pianura in virtù della maggior altitudine e del regime delle brezze, quindi l’estate è meno torrida e siccitosa rispetto alla pianura, con un bilancio idrico conseguentemente meno negativo. Sotto il profilo pluviometrico l’area viticola del territorio piacentino viene classificata nel regime sublitoraneo appenninico, che si caratterizza con una distribuzione di frequenza che presenta un massimo principale in autunno ed un minimo principale in estate, nonché un massimo secondario primaverile. Le precipitazioni annuali vanno da un minimo di 700-800 mm nella fascia pedo collinare a circa 1.000-1.100 mm al limite dei 500-600 m di altitudine. In conclusione il clima della fascia collinare si configura meno continentale e più temperato rispetto a quello della pianura e della montagna e, quindi, particolarmente adatto alla coltura della vite. La difesa altimetrica della prima e media collina, situata indicativamente tra i 200 e i 500 m. di altitudine, seppur ricompresa nel territorio a clima temperato sub continentale e a regime pluviometro sub litoraneo appenninico, presenta una singolarità climatica che la rende particolarmente vocata ad ospitare la viticoltura di qualità. Questa fascia è collocata al di sopra dello strato atmosferico interessato nel semestre freddo al fenomeno dell’inversione termica tipico della pianura (i primi 100-200 m. s.l.m.) ed è pertanto mediamente soggetta a minori escursioni termiche giornaliere ed annuali. Poiché inoltre la temperatura media mensile dei mesi più caldi risulta inferiore di 1-2°C a quella della pianura in virtù della sua maggiore elevazione e del regime delle bozze, l’estate è mediamente meno torrida e siccitosa con un bilancio idrico conseguentemente meno negativo. In quest’ambito si collocano diversi vitigni tra i quali particolarmente importanti e unici della DOC “Colli Piacentini”. È proprio su questi (Ortrugo, Malvasia di Candia aromatica, Barbera e Bonarda) che sono stati fatti i rilievi e i controlli di maggiore interesse. In particolare l’analisi dei prelievi di uva effettuata su Ortrugo, Malvasia di Candia aromatica, Bonarda e Barbera, ha portato alla costruzione di curve di maturazione che permettono di osservare l’evoluzione nel tempo dei componenti acidici e zuccherini della bacca. Con la continua ricerca, si tenta di affrontare l’argomento spinoso delle differenze comportamentali che si verificano durante la maturazione in ecosistemi differenti, seguendo un itinerario di studio e di comportamento il più possibile integrato, pur perseguendo l’obbiettivo di dare risposte pratiche e convincenti all’ambiente viticolo circa l’individuazione degli abiti ottimali per l’ottenimento di uve di qualità.
Prese in considerazione sei distinte zone dei “Colli Piacentini” (AVT-BVT-AT-BVA-AVA- AVS), diversificate altimetricamente e controllando il comportamento dell’Ortrugo, Malvasia di Candia aromatica, Barbera e Bonarda, si sono ottenute risposte interessanti. L’Ortrugo è un vitigno che accumula molto zucchero ma, nel contempo, mostra la più bassa acidità, al contrario del Barbera che raggiunge livelli acidi sempre elevati.
La disposizione termica della fascia dei territorio collinare “Colli Piacentini”, utili per la coltura della vite viene usualmente sintetizzata dagli indici bioclimatici di Winkler e di Huglin; l’indice di Winkler in questa fascia oscilla tra 1500 e 1800°C con i valori più alti in corrispondenza dei versanti meridionali e delle altitudini inferiori, mentre l’indice di Huglin risulta compreso tra 1800° e 2000°C circa; questo campo di variabilità degli indici corrisponde sperimentalmente alle condizioni migliori di produzione di vitigni piacentini a bacca rossa, quali Barbera e Bonarda.
La fascia altitudinale 200-450 m. s.l.m. del territorio centrale/orientale della provincia di Piacenza è l’area in cui l’indice assume i valori 1600-1700 e risulta centrale nella fascia altitudinale delimitata.
Nell’ambito delle varie ricerche svolte è stato dimostrato infatti che per i vitigni controllati (Barbera e Bonarda per il vino Gutturnio), a parità degli altri fattori ambientali, esiste un optimum termico per fertilità delle gemme e per il grado zuccherino attorno a valori dell’indice di Winkler di 1600– 1650 gradi giorno.
Per ottenere prodotti che si distinguono dal punto di vista qualitativo, molto importante è capire e valutare la reazione che il vitigno ha con l’ecosistema nel quale è inserito. Determinante diventa l’ottimizzazione del rapporto tra vitigno e ambiente, cioè la scelta delle condizioni pedoclimatiche e colturali che consentono a quel vitigno di manifestare appieno le proprie potenzialità genetiche.
L’analisi dei risultati, ottenuti correlando fra loro lo studio dell’evoluzione della maturazione e l’analisi sensoriale, ha permesso di classificare i diversi ambienti geopedoclimatici sulla base della interazione vitigno per ambiente a conferma delle capacità intrinseche della varietà di rispondere in modo differenziato ed estremamente preciso ai condizionamenti ambientali dimostrando di essere uno strumento di monitoraggio ambientale più sensibile rispetto ad una mera descrizione dell’ambiente per quanto sofisticata essa sia.
Per quanto riguarda l’aspetto geopedologico il territorio della collina piacentina, vista la presenza di numerose valli, si presenta con una notevole variabilità.
Infatti i dati riguardanti l’analisi dei terreni evidenziano l’alto contenuto di argilla, con tessitura fine, nei suoli localizzati in Val Tidone dove, peraltro, si riscontra una maggior ricchezza di K rispetto ai suoli della Val D’Arda e delle altre valli centrali della provincia.
In Val Nure e Val Trebbia la maggior parte dei terreni presenta una granulometria con prevalenza di particelle limose con tessitura franco-limosa; una piccola parte presenta una tessitura equilibrata, a medio impasto, mentre un’altra buona parte ha una tessitura argillosa. Il 45% dell’area ha terreni subacidi, il 45% è neutro, mentre il restante 5% è subalcalino.
L’area della Val Chero e della Val D’Arda è caratterizzata da terreni molto eterogenei. Nel 10% dell’area abbiamo suoli argillosi (parte centrale), nel 65% sono presenti suoli a tessitura franco- limosa, nella rimanente parte (25%), verso sud sono presenti suoli a tessitura equilibrata o grossolana (a medio impasto, franco sabbiosa e sabbiosa franco).
La forma di allevamento più diffusa è quella a spalliera (Guyot doppio speronato) con l’introduzione, solamente nell’ultimo decennio, di altre forme d’allevamento a cordone permanente.
Il sesto d’impianto più diffuso è quello di m. 2.20-2.50 tra le file e m. 2.00-2.50 sulla fila. Nessuna frase di carattere sembra essere stata scritta proprio per la vitivinicoltura piacentina come “Bacchus amat colles”.
Piacenza, nella storia della viticoltura nazionale, rappresenta un caso più unico che raro, racchiudendo nella sua origine, tradizione e vocazione tutti quegli elementi che ne fanno – senza presunzione – il simbolo più completo e più vero dell'”Enotoria tellus”.
◉ Fattori umani rilevanti per il legame
Piacenza da sempre produce vini ed il vino è coltura e tradizione; seppur influenze storiche, sociali, di migrazione e culturali ne hanno fatto una provincia spesso involontariamente poco conosciuta e relegata a figura comprimaria nella storia enologica italiana.
Piacenza è “Terra di vini” da epoche remote: hanno impiantato viti i paleoliguri, gli etruschi, i romani; hanno fatto il vino dalle nostre parti i legionari latini, i galli, i celti.
▪ Cultura Greca Etrusca
Ma l’origine e la tradizione proviene ed è fondata sulle conoscenze greche: i viticoltori piacentini hanno sempre allevato la vite in forma bassa con le “carasse” (“vinae characatae” di Columella) sostenendo che “è il palo che fa l’uva”.
L’antica nobiltà dei vini piacentini è suffragata da tanti reperti e testimonianze uniche e inconfutabili.
E con l’età del ferro, al primo millennio a.C., che gli abitanti delle terre mare palafitticole vicino al Po emigrarono verso le colline piacentine, fondando l’importante centro culturale e termale di Veleja e impiantando le prime viti.
Tra il IV e il II sec. a.C. popolazioni galliche scesero in pianura padana (Gallia Cisalpina) e vi portarono le loro conoscenze vitivinicole, compreso un nuovo modo di conservare il vino e trasportarlo: la botte di legno assai più forte e robusta della terracotta.
Famoso nel mondo è il Fegato Etrusco: ritrovato nel 1877 a Settima di Gossolengo, datato II sec. a.C., è un reperto bronzeo che riproduce l’organo anatomico di un bovino e presenta diverse iscrizioni fra cui quella del dio Fufluns, cioè un’ aruspice di abbondanza e di protezione, sia enoica che salutare.
Gli etruschi erano colti, di carattere mite, il vino nei banchetti, rappresentava un elemento di amicizia e di convivialità, di uso parco non smodato: l’etrusco Saserna, il più noto agricoltore in terra piacentina, nel II sec. a.C. racconta che alla sua tavola si beveva il “Kilkevetra”, il vino di bosco dell’Appennino piacentino.
▪ Cultura Latina
Risalendo del buio di ere così remote, troviamo più vaste e più ricche documentazioni: i numerosi cocci di vasi vinari affiorati in Val Trebbia e in Val Nure, la preziosa patera trovata nel tardo ottocento sulle colline di Bicchignano; il bel vaso metallico decorato a sbalzo con tralci di vite e grappoli d’uva, dissepolto a Veleja nel 1760.
I vini piacentini dovevano essere già più che famosi ai tempi dei romani.
Basta sfogliare i classici latini per scoprire, per esempio, che dei nostri vini parlava perfino Cicerone quando nel Senato di Roma apostrofava il suo avversario e collega piacentino Pisone (padre di Calpurnia, moglie di Giulio Cesare) accusandolo di bere calici troppo grandi di vino di Piacenza. È sicuramente di questo periodo storico, nel massimo splendore dell’Impero Romano, la ricca forgiatura del primo grande bicchiere “gutturnium”.
Invece Licino Sestulo, che preferiva le lodi aperte alle frecciate polemiche, predicava nel Foro che “vinum merum placentium laetificat” cioè che il vino schietto di Piacenza aiuta a rasserenare lo spirito.
▪ Vino dei Papi
Così come amavano i nostri vini per “lo gusto, et la prelibatezza” gli Sforza, il Piccinino ed il Colleoni.Beveva vini piacentini anche papa Paolo III Farnese “et anco ne mandava a pigliare – come scrive in una sua memoria il dispensiere pontificio Sante Lancerio – anco se fosse a Ferrara et a Bologna”.
Tra un capolavoro e l’altro, si ristorava con i vini dei Colli Piacentini addirittura anche il grande Michelangelo, che li riceveva in botticelle (che poi il grande artista faceva travasare in fiaschi) dal piacentino Giovanni Durante, un faccendiere al quale Buonarroti aveva affidato la riscossione delle gabelle (circa 600 scudi d’oro all’anno) per i traghetti e l’uso del porto sul Po a Piacenza. Il diritto a gabellare, Michelangelo lo aveva avuto da Papa Paolo III Farnese, finalmente nel 1535 come pagamento degli affreschi della Cappella Sistina.
Nella “De Naturali Vinarum Historia” di Andrea Bacci, edita esalta la qualità dei nostri vini, definendoli “vina valida, synceriora ac multae laudis”.
▪ Vino dei Re
Il celebre generale piacentino conte Felice Gazzola li fece assaggiare a Carlo III di Spagna che gustandoli con soddisfazione esclamò: “Sono vini eccellenti! Mai ne bevvi di migliori in vita mia”.
Invece Filippo V quasi li esigeva dal suo primo ministro, il piacentino cardinale Giulio Alberoni, il quale li faceva giungere in Spagna in speciali fiasche, attraverso le valige diplomatiche in cui erano stipati anche il formaggio grana ed i prelibati salumi piacentini.
Antichi documenti e cronache del tempo dimostrano che nella seconda metà del ‘600 i vini piacentini erano esportati in Francia.
▪ Vino di pregio
Nel 1987 l’Office Internationale de la Vigne et du Vin ha insignito Piacenza dell’ambito titolo di “Città Internazionale della Vite e del Vino”, un prestigioso blasone che riconosce l’alta qualità e la nobiltà dei nostri vini.
Il nome probabilmente deriva da Altrughe, Altrugo o Artrugo, nomi riportati nel bollettino ampelografico pubblicato nel 1875 e fa riferimento ad un vitigno coltivato nel circondario locale. Il primo autore che cita esplicitamente l’attuale termine è stato il Toni, nel 1927, quando sottolineava “l’Ortrugo è incluso fra i “principalissimi vitigni” bianchi da vino della Provincia di Piacenza”; in un successivo elenco dei vitigni coltivati in Emilia Romagna formulato da Domenico Cavazza, il nome Ortrugo non compare: ciò fa presumere che per un certo numero di anni l’Ortrugo abbia “ceduto” il passo alle più blasonate uve rosse.
● B)Informazioni sulla qualità o sulle caratteristiche del prodotto essenzialmente o esclusivamente attribuibili all’ambiente geografico
L’Ortrugo è coltivato quasi esclusivamente in provincia di Piacenza. I caratteri espressi dalla varietà sono direttamente correlati alla geologia dei suoli, producendo una certa variabilità tra i terreni calcarei della Val Trebbia e quelli argillo-limosi della Val Tidone.
È un vitigno tardivo che si giova delle temperature attive piuttosto elevate che caratterizzano il comprensorio collinare della collina piacentina.
Le uve riescono ad esprimere concentrazioni zuccherine ed un quadro aromatico tale da rende i vini basi atti alla fermentazione per la produzione di “Ortrugo dei Colli Piacentini” o “Ortrugo – Colli Piacentini” frizzante o spumante. Solamente in alcuni terreni del placenziano ed in quelli a matrice calcarea l’Ortrugo esprime caratteri atti alla produzione di vini fermi secchi.
● C)Descrizione dell’interazione causale fra gli elementi della lettera A) e quelli della lettera B)
L’interazione Otrugo ambiente è nota ed è rilevata dai primi ampelografi ed agronomi piacentini. Il prof. Pallastrelli, direttore della Cattedra Ambulante riportava questi aspetti dell'”Agricoltura piacentina”, nel 1908. L’Ortrugo esprime una media concentrazione zuccherina, di flavonoidi e di sostanze aromatiche, salvo se posto in terreni molto poveri, di origine più antica rispetto alle fertili colline del Po.
I vini sono quindi tendenzialmente frizzanti, poveri di colore con lieve componente aromatica che li rende particolarmente atti all’abbinamento a tavola.

