Il tempo del vino, diario di vigna e di passioni
|
Ed è al termine di una di queste giornate, in cui sembrava che nulla potesse riaccendere il mio interesse per qualsiasi cosa, tanto meno per le “cose del vino”, che mi sono trovato davanti a questo ultimo lavoro di Paolo Massobrio, mister Papillon, del quale, lo confesso, conoscevo meglio la sua arte di oratore. Ebbene, “Il tempo del vino” è stato per me una rivelazione. Rivelazione perché l’idea che mi ero fatto di lui era del tutto diversa, forse determinata da alcuni aspetti un po’ narcisistici e compiaciuti, non a livello di Raspelli intendiamoci!, da uno stile e un modo di parlar di vino che fino ad oggi non ero riuscito a condividere se non in parte. Oggi, leggendo questo bel libro, scorrevole e per nulla banale, scopro un Massobrio diverso, più “terreno”, più “sobrio” se mi è consentito il facile gioco di parole. E nei suoi racconti, nel descrivere la nascita della sua passione per il mondo del vino, negli episodi di vita con gli importantissimi nonni Angiolina e Paolo, posso finalmente entrare in contatto col suo mondo reale, quello che davvero ha avuto importanza per lui e che, altrimenti, non avrei potuto conoscere. E mi ritrovo perfettamente in certi suoi pensieri come “Anche gli odori non si colgono più. Ma un uomo è fatto anche di questo. Si gira per il mondo, si prende l’auto e si va alla Malpensa; dopo qualche ora ci si ritrova in un altro Paese, e poi si torna. Ma mai che si colga un odore, come quando si passeggiava nella nebbia di Milano e in mezzo alla campagna, a piedi.“; sarà per questo che non ho mai amato prendere l’aereo ma preferito il viaggio itinerante? E mi stupisco nel ritrovare episodi che richiamano parte della mia stessa storia: “Che estati, che serate trascorse lungo il Tanaro e alla stazione di Felizzano a guardare i treni che passavano e che arrivavano da chissà dove col loro tuu-tuu allarmante.“; già, ricordo perfettamente, non avevo neanche 10 anni, mio nonno Carlo mi portava spesso alle spalle di viale Somalia, a Roma, a pochi metri dai binari a osservare i treni che passavano e l’emozione che provavo nel sentire la terra tremare sotto i miei piedi, il vento che mi scompigliava i capelli ululando, il ritmo preciso delle ruote scandito dalle giunture fra i binari e l’odore di metallo, il suono dei cavi elettrici. Cose che ho ritrovato nella memoria grazie a questo splendido libro di Paolo Massobrio. E come non condividere queste sue parole: “Ho appena quarantacinque anni ma mi rendo conto di aver fatto in tempo a vedere, con la coda dell’occhio, l’evolversi di una civiltà, che era senza le bottiglie griffate di oggi, dove il vino era vino, buono o meno buono, ma era amato come un figlio, raramente offerto, sempre però bevuto fino all’ultima damigiana. Tutto questo oggi sembra distante, nell’era di una certa industrializzazione che ha deciso di fare a meno di quei contadini imprenditori come mio nonno (sante parole, ndr), come il Carlo, il Battista, che tenevano in piedi un sistema e con esso anche un ambiente, un’economia…e una civiltà.“. L’industriale del vino che prende il posto del vignaiolo, il cult-wine che sostituisce il vino da bere e godere in compagnia. E ancora: “C’era l’assaggio, mica nei bicchieri di cristallo che oggi furoreggiano nei bar, ma neanche nei bicchieri di plastica delle sagre stupide. Il bicchiere era quello del vino quotidiano, di vetro, che si impugnava con tutta la mano, e l’apertura si appoggiava sulle labbra come un bacio.“. Nella seconda parte de Il tempo del vino, Massobrio ci propone un viaggio itinerante per le aziende note e meno note, che danno lustro al nostro Stivale. Nessun voto ai vini ma una lettura sensoriale e personale di indubbio fascino, a corredo della storia di ciascuna azienda. E ancora una volta mi stupisco nel leggere un amore per i Barolo della tradizione, anzi per il nebbiolo “puro”, in botte grande, come quello di Arturo Pelizzatti Perego, o quello di Bartolo Mascarello, entrambi purtroppo scomparsi. Leggo di un Siepi struccato, il supertuscan di Castello di Fonterutoli, che si scopre il giorno dopo nel suo monolitico sentore di legno. Conoscevo un Massobrio diverso, più “convenzionale”, meno critico verso le mode e il jet set del vino. Evidentemente mi sbagliavo, o qualcosa nel tempo è cambiato, quarantacinque anni vorranno pure dire qualcosa… Insomma, un libro da non perdere, che entra nel vino attraverso la storia dei personaggi che lo hanno fatto per generazioni, con amore e passione, senza mai pensare né aver bisogno di termini come business, marketing, joint-venture, winemaker, frutto di un mondo che purtroppo sta perdendo il senso delle cose, dove il guadagno non è legato alla propria sopravvivenza ma è diventato profitto, benessere, potere, purtroppo anche nel mondo del vino. Il tempo del vino, diario di vigna e di passioni – di Paolo Massobrio |
L


