Scrivere (bene) per tutti. Il corso di degustazione edito dal Gruppo Repubblica-L’espresso

L‘autoreferenzialità è uno dei mali della critica enologica. Probabilmente di tutta la critica settoriale in genere. Ne siamo vittime e artefici tutti. Durante gli anni universitari, il professore che ebbe la sfortuna di seguirmi durante la stesura della tesi di laurea, mi ammoniva spesso: “Pensaci bene, eventualmente, prima di decidere di intraprendere la carriera universitaria. Finirai per scrivere di cose che leggeranno solo i tuoi colleghi, continuando a pensare il contrario”. L’ammonimento mi convinse immediatamente, ma, pur non avendo finito per implementare la produzione filosofica contemporanea con appaganti supercazzole su “ente” ed “essente”, spesso ho l’impressione di essermi infilato ugualmente in un tunnel, con conseguente produzione di supercazzole su “tannini” e “acidità”.
Spesso scriviamo per arricchire il nostro ego, per scoprire cosa ne penseranno colleghi, produttori, operatori di settore. Con tronfio senso di superiorità, raramente ci chiediamo che beneficio possa trarne un normale consumatore, appassionato, ma non enomaniaco (vale a dire una persona normale e sana di mente), che per motivi a lui oscuri sia finito a leggere una sequenza di considerazioni, elenchi e puntualizzazioni circa vini testati durante un’anteprima dedicata alla stampa.
Porre il consumatore, distratto o appassionato poco importa, come unico referente dovrebbe essere il nostro principale obiettivo. Per quanto mi riguarda, io, fino ad ora, su cartaceo o web, penso di aver disatteso a questa regola aurea della professione giornalistica più e più volte.
Il primo pensiero che mi viene in mente quando tra le mani ho una pubblicazione di settore generalista, è, immancabilmente, negativo. Parto dal pregiudizio che per rendere agevole ai più la materia vinosa, si debba per forza banalizzare, sottrarre, generalizzare. Quando, poi, osservo in edicola dvd con annessi libretti, fuggo inorridito, beandomi il più delle volte del mio atteggiamento. Quando Pierluigi (Gorgoni) tempo fa, molto tempo fa, mi disse che si era gettato nell’avventura di lavorare alla realizzazione di un’opera divulgativa, che sarebbe stata allegata ad un quotidiano (La Repubblica) e a un settimanale (L’espresso), dedicata al vino e ai suoi abbinamenti, con annesso DVD (orrore!), interattivo (doppio orrore!) gli dissi: “Complimenti!”, mentendo. Ancora quando poco prima dello scorso Natale sono andato in edicola a comprarmi una delle dispense (la numero 4, dedicata ai vini rossi da invecchiamento) ero tentato di dovermi giustificare con il mio edicolante di fiducia con un classico “Si, ma, non è per me”.
Ecco, penso di aver fatto una stupidata a non averli presi tutti. Si tratta de “Il Vino. Corso di degustazione” edito da Repubblica-L’Espresso (qui, la presentazione a cura di Eleonora Cozzella). Il primo aspetto spiazzante, almeno per me, è sostanzialmente uno, il più importante. È scritto bene, molto bene. Gli autori dei testi, forse sarebbe meglio dire della sceneggiatura poiché i due attori protagonisti (Pierluigi Gorgoni e Elisabetta Ferrero) recitano nel vero senso della parola, con simpatia e scorrevolezza, sono ancora Pierluigi Gorgoni (penna di Spirito di Vino, insegnante presso Alma nonché collaboratore della Guida ai Vini d’Italia dell’Espresso), affiancato da Eugenio Mailler (Slow Food Francia), Matteo Greco (SGI Torino). I libretti cartacei di accompagnamento sono curati da De Agostini.
Il montaggio delle immagini è semplice, ma funzionale allo scopo dell’opera, piacevole e calda l’atmosfera (molte delle riprese sono state girate all’interno della cantina Fontanafredda di Serralunga d’Alba), brillante, spesso ironica, ma precisa la trattazione dei temi. A volte anche spinosi: per esempio, durante il dialogo a due alla scoperta di 4 vini da invecchiamento italiani (Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino e Aglianico del Vulture), non si disdegna l’approfondimento circa la querelle tra modernisti e tradizionalisti, senza prese di posizione, ma con il giusto grado di approfondimento. Le descrizioni dei vini non finiscono per essere l’ingessato e freddo elenco di descrittori, infarcito dagli “abbastanza” (tannico, persistente e via discorrendo) di rito. Al tempo stesso non si banalizza, anzi, la qualità del linguaggio rimane sempre su livelli decisamente eleganti, puntigliosi, fruibili a chiunque, pseudo-intenditori, enomaniaci, ma soprattutto a chi semplicemente vuole saperne di più. Vale a dire la maggior parte.
Che dire: per chi ha collezionato gli 8 dvd (due lezioni per uscita) con annessi libretti, complimenti! Per chi, come me, non l’ha fatto, toccherà rivolgersi all’editore per capire come recuperarli.
Roberto Giuliani


