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Io credo che il Fiano di Avellino sia il miglior vitigno bianco della Campania, se non dell’Italia intera; il vino che se ne ricava è sicuramente quello che presenta il più ricco corredo di profumi ed aromi, è il più elegante ed ha una vita lunghissima. Non è un caso che, sempre più frequentemente, si effettuano verticali con questo vino, proprio per dimostrare la sua longevità. Ed anche dopo molti anni si presenta vivo e vibrante, sempre in evoluzione. Ed è un gran piacere abbinarlo con successo a tantissimi piatti, data la sua versatilità. E quando penso ai miei fiano preferiti, la mia mente corre con sicurezza in quel di Montefredane, dove opera uno dei grandi interpreti di questo vitigno: Antoine Gaita. La sua famiglia era emigrata in Belgio, dove è nato ed ha vissuto la sua prima gioventù. E proprio in Belgio muove i suoi primi passi nel mondo del vino ed è lì che educa il suo palato: con i vini francesi, tuttora oggi faro della sua attività. Il rientro a Montefredane è avvenuto insieme a quello di Maria Diamante, anche lei nata da genitori emigrati, ma negli Stati Uniti; si sono sposati ed hanno iniziato a fare questo gran vino.
Come “vigneron” è ortodosso, rigoroso, fondamentalista. Conduce i circa 4 ettari di vigneto in regime biologico, certificato sin dal 2003; fino a qualche anno fa non disdegnava prepararsi settimanalmente la poltiglia bordolese. Molto drastico in vigna: nelle potature prima e nei diradamenti poi; è così che prepara l’elevata concentrazione del vino. Basti pensare che la produzione del fiano 2011 (annata avara con tutti) è stata inferiore a 3.000 bottiglie. In cantina ha operato un timido tentativo di elevazione in legno: solo un anno una parziale quantità del vino ha fatto un breve passaggio in barrique; la scelta definitiva prevede un lungo periodo (anche oltre un anno) di lenta maturazione in acciaio, quindi affinamento in bottiglia. Sente ormai fortemente la necessità di incrementare la produzione almeno fino a 20.000 bottiglie, magari affittando altre vigne; queste capacità produttive gli permetterebbero più agio nell’affrontare sperimentazioni e progetti nuovi. Ha qualche sogno nel cassetto: fare un gran Taurasi dal blend dei tre tra i più rappresentativi micro territori e cioè da Paternopoli (molto acido e fruttato, ma meno materico), Castelfranci (tanto minerale, pietra focaia pura, proveniente dal terreno roccioso) e Montemarano (terreno di argille, molto ricco). La zona storica del territorio di Taurasi, invece, è completa di tutte le caratteristiche, pertanto l’assemblaggio non è pratica abituale. Il blend (non l’uvaggio, perché le uve hanno tempi di maturazione differente) lo farebbe dopo la malolattica: l’annata influenza molto la qualità delle uve. Altro progetto che vuole intraprendere è quello di produrre un fiano con il processo di vinificazione in vigore fino ai primi anni dello scorso secolo: 24 ore di contatto con bucce e raspi, quindi separazione e raccolta della sola parte liquida in tonneau di castagno, nei quali avverrà la fermentazione lenta e totale con lieviti spontanei.
La Degustazione
Fiano di Avellino 1998 Quest’annata non poté avvalersi della denominazione di origine controllata e rimase un Vino da Tavola per un incidente burocratico. Il colore è giallo oro vivo. Al naso, dopo un avvio pigro e problematico, si presenta con profumi raffinati: frutto della passione e tiglio. Al palato è molto fruttato con spiccate note agrumate (mandarino); è sapido, leggermente caldo ma molto fresco. Un vino che si concede in questo modo dopo quasi quindici anni è un gran vino. E questo fu solo il suo biglietto da visita.
Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009 Il colore è il classico giallo oro brillante. Al naso offre profumi di erbe aromatiche (timo e maggiorana), spezie, tiglio, frutta a polpa gialla e note miste di nocciola e castagna; e poi le note minerali che si fanno strada fra i tanti profumi già registrati. Al palato, dopo una notifica fruttata, tutta polpa gialla, arriva una importante componente acida-agrumata che si manifesta fin sui denti; poi è la sapidità a tener testa alla elevata componente alcolica, ma tutto incastonato in una beva agile ed elegante, mai ridondante.
Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2010 Il colore è sempre giallo oro brillante; fiori gialli e tiglio al naso con sentori di frutta bianca ed erbe aromatiche. L’ingresso in bocca è fruttato ed agrumato (incisivo), poi sapido e fresco, con l’ alcol ben gestito ed integrato nella materia in una lunga persistenza. La sapidità e la freschezza che resta in bocca dopo la deglutizione, invitano ad un altro sorso. Le sensazioni suscitate delle tre annate assaggiate, aggiunte ai ricordi di altri assaggi precedenti, danno la conferma di ritrovare ogni annata diversa dalle altre ma tutte riconducibili allo stesso “terroir”. E dalla chiacchierata con Antoine si scopre che le differenze fra le varie annate, non sono dovute solo all’andamento climatico, ma anche alle variazioni ed aggiustamenti che, di anno in anno, apporta ai suoi processi enologici.
Il nostro Antoine non si dedica solo al fiano, ma produce anche un gran Taurasi. Ancora non ha vigneti in quella zona, ma ha conferitori fidati. Le uve provengono da Paternopoli o da Castelfranci.
Pater Nobilis 2007 Il colore è rubino cupo, quasi inesistente l’unghia; al naso la cerasa (si riconosce d’istinto!), la buccia d’arancia e la cenere sono esuberanti e persistenti. Anche l’ingresso in bocca è fruttato ed un po’ aranciato; ottimo il tannino, ben levigato; è leggermente sapido, non molto materico e la grande freschezza lo rende espressivo, elegante e persistente. Viene elevato parte in tonneau e parte in barrique di 2° passaggio.
E per concludere la degustazione, non poteva mancare una chicca! Fiano 2000 Si tratta di una vendemmia tardiva, che ha maturato sette anni in botte. Il colore è oro-ambra; al naso sembra un vinsanto, con profumi di agrumi canditi ed una leggera albicocca passita. In bocca è fruttato e secco, ma ha una beva scorrevole e per niente stucchevole! L’abbinamento ideale è con i formaggi.
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