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Tiefenbrunner, viticoltori con le idee in testa


foto della centrale di Anna Verastegui

Famiglia TiefenbrunnerC’è una bella differenza tra favoleggiare di prodotti introvabili, conosciuti solo attraverso avventurosi resoconti di terzi, e metterli realmente in bocca, magari dopo aver assistito di persona anche al rito della loro fabbricazione.
A me è accaduto pochi giorni fa in una remota zona rurale dalle parti di Nevesinje, nella Bosnia-Erzegovina (in Erzegovina, per la precisione, la parte meridionale del paese), tra Mostar e Gacko. Dove ho assaggiato il leggendario sir iz mijeha, ovvero il formaggio affinato (nonché conservato, trasportato e tutto il resto) in un sacco costituito da una pelle di pecora.
Anche al netto di una coreografia fatta di genuina ospitalità contadina, alla prova dei fatti il cacio in parola si è rivelato ottimo. Fattore importante anche perché, elemento gastronomico a parte, la microproduzione casearia (e agricola in generale) organizzata potrebbe essere una delle scintille grazie alle quali, almeno negli auspici di Oxfam Italia, l’ONG da anni impegnata nel sostegno al settore, il motore dello sfortunato paese balcanico potrebbe destarsi da una condizione di narcosi socioeconomica e istituzionale che dura in pratica dalla fine della sanguinosa guerra del ’92.

Senza dare altre spiegazioni, il nostro ospite ci introduce e fa: “Il mio bisnonno Herbert la fece costruire nel 1910. Ha funzionato perfettamente fino a dieci anni orsono, dando corrente a tutta la fattoria e, fino a dopo la seconda guerra mondiale, anche ai paesi vicini“. Dall’alto della foto seppiata appesa al muro, il baffuto antenato si gode soddisfatto la vista del suo gioiello: una stupefacente centrale idroelettrica “tascabile”, ordinatissima ed efficientissima, tutta racchiusa in una stanza di cinquanta metri quadrati dove, da un momento all’altro, ti aspetti possa entrare un gendarme dell’Imperatore Francesco Giuseppe o un vecchio meccanico con la tuta sporca d’olio.

La centrale idroelettrica, fotografia di Anna Verastegui

Esempio di un’intuizione imprenditoriale (è il caso di dire) folgorante, ma anche un’autentica meraviglia meccanica e di estetica, questo piccolo, sommesso museo vale da solo il viaggio. Rotori, manopole, contatori, manometri, isolanti, tutti lustri e lucidi, sono ancora lì, installati con precisione teutonica e nel pieno rispetto del dettame vitruviano: solidità, utilità e bellezza. Ogni parte è perfettamente funzionante, con i cuscinetti a sfera che dopo quasi un secolo potrebbero ancora fare egregiamente il loro lavoro: cioè trasformare in energia elettrica l’acqua del ruscello che scende veloce dai monti. Al muro, sotto vetro, i documenti e i permessi dell’epoca, ovviamente vergati a mano.

Il quadro comandi, fotografia di Anna Verastegui

Ancora oggi la centrale (affiancata con discrezione da quella nuova, che rende energeticamente indipendente la fattoria) fa parte della tenuta di Castel Turmhof della famiglia Tiefenbrunner. Famiglia di avveduti e appassionati viticoltori che però, ad ogni generazione, si concede un colpo di testa.

Particolare della centrale, fotografia di Anna Verastegui

Al bisnonno toccò l’idea della centrale. Il nonno, oltre a continuare la tradizione vinicola familiare, dedicò la vita all’invenzione e alla costruzione delle grottesche, dei giochi d’acqua e delle figure allegoriche (“tutto mano, coi sassi portati a spalla dalla montagna e un solo aiutante”) del grande parco monumentale, visitabile, che circonda la villa/castello. Il padre di Christof invece, Herbert come il bisnonno, nel 1972 si mise in testa di piantare un vigneto a mille metri di quota e lo fece davvero: salì fino al podere Hofstatt, sull’altipiano di Favogna, in un punto protetto dai venti di tramonana, e mise a dimora alcune migliaia di viti di Muller Thurgau e di Kerner.

Il vigneto del Feldmarschall Von Fenner

Il Muller Thurgau 2008La sfida fu vinta perché oggi il vigneto è grande tre ettari e qui si produce il Feldmarschall Von Fenner, un interessantissimo Alto Adige doc bianco. Quello che abbiamo assaggiato, il 2011, ha un bel colore dorato pieno con riflessi verdastri, un naso intenso, variegato e cangiante con sentori che a tratti lo avvicinano addirittura al Riesling: fiori bianchi, pesca, gelsomino e frutta. In bocca è elegante, molto sapido, dorato di buona struttura, con un lieve retrogusto amaro e una lunghezza che, grazie alla grande acidità, si sviluppa a ondate successive facendo di questo un vino emozionante e divertente.
Resterebbe da parlare, in chiusura, del colpo di testa tenuto in serbo dalla generazione attuale dei Tiefenbrunner, quella di Christof e di sua moglie Sabine. Ma forse lui è ancora troppo giovane. O magari un’idea già ce l’ha, ma non la svela.
Non rimane che aspettare.

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Stefano Tesi

Giornalista cresciuto con Montanelli al giornale, si occupa da sempre di agricoltura, agroalimentare enogastronomia e viaggi. Ha lavorato tra gli altri per Cucina Italiana, Meridiani del gusto, Viaggi & Sapori, Bell’Italia. Collabora per Civiltà del Bere, Dove, Corriere Vinicolo, Guida Ristoranti dell’Espresso, oltre a curare la sua blog-zine Alta fedeltà. È assaggiatore professionista di olio extravergine. Fa parte del gruppo Garantito Igp.

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