Stefano Menti: biodinamica e qualità come caposaldi dell’azienda Giovanni Menti di Gambellara

Molte volte si parla di terroir un po’ a sproposito per soli fini commerciali e anche il giardino di casa può tornare utile alla causa ed essere magnificato come un’alcova felice per fare una viticoltura di qualità.
Ma a parte gli scherzi è innegabile che per fare degli ottimi vini il ruolo del territorio risulta essere una componente imprescindibile.
A questo riguardo i terreni vulcanici ricchi di basalto della zona di Gambellara in provincia di Vicenza ne sono la più fedele testimonianza.
E in un territorio vocato alla viticoltura, di solito esiste una tipologia di vitigno che in esso trova la sua interpretazione migliore, e quando si parla di Gambellara si deve per forza menzionare la versatilità della Garganega, che con le sue radici, grazie alla mineralità dei terreni vulcanici, porta nell’uva che viene prodotta delle componenti e delle specificità irriproducibili in altre zone.
Territorio, vitigno ma senza dei bravi produttori non avremo la possibilità di toccare con mano, anzi con le nostre papille gustative, i capolavori che possono venire prodotti in queste zone.

La Giovanni Menti è l’azienda che andremo oggi a conoscere, una cantina con oltre un secolo di storia che vede oggi in Stefano la quarta generazione a capo di questa importante realtà famigliare.
Dal 2002, Stefano ha raccolto l’eredita di suo padre diventando protagonista di una profonda trasformazione per tutto quello che riguarda l’attenzione verso la sostenibilità e il rispetto della natura e dei suoi fragili equilibri.
Nei quasi 7 ettari vitati, con vigne in buona parte di 60 anni di età di media, l’approccio è stato fin da subito rivolto al mondo dell’agricoltura biologica, prima di passare ai dettami della biodinamica, con il rispetto dei calendari lunari e l’impiego di preparati come il corno letame e il corno silice per garantire la vitalità del terreno e la salute delle piante.
Come detto l’assoluta protagonista è la Garganega, vinificata in modo molto versatile sia come spumante, sia come vino fermo, fino ad arrivare ai passiti.
Fra i vini prodotti troviamo il “Roncaie Sui Lieviti” un vino frizzante col fondo, l’Omomorto Spumante Metodo Classico Millesimato brut dosaggio zero prodotto con uve Durella.
Fra i vini fermi, il vino di entrata è il Paiele mentre il Riva Arsiglia è l’interpretazione più classica e rappresentativa della Garganega. Viene prodotto anche un macerato sulle bucce, il “Monte del Cuca”.
Due sono i vini dolci prodotti che sono delle autentiche chicche che utilizzano l’antico metodo del “Picaio Vicentino” per appassire le uve: oltre all’Albina, il “Vin del Granaro” e un autentico capolavoro che dopo l’appassimento fermenta in caratelli per un periodo che va da 8 ai 12 anni.
Ma è giunto il momento di andare a conoscere di persona Stefano Menti che ci racconterà nel dettaglio la storia, sua e quella dell’azienda.
DIALOGANDO CON STEFANO MENTI
Ci racconti brevemente la storia della tua azienda, dagli inizi fino ad arrivare ai giorni nostri?
L’azienda è stata fondata da mio bisnonno Giovanni alla fine del XIX secolo e io rappresento la quarta generazione di una antica famiglia di agricoltori.
Inizialmente mio bisnonno produceva vino per autoconsumo, allevava bestiame e si dedicava a coltivazioni varie. Poi il controllo dell’azienda passò a mio nonno Antonio fino a quando l’attività non cessò temporaneamente visto che durante la guerra fu fatto prigioniero in Germania.
La ripresa delle attività la si ebbe con mio padre Giovanni che iniziò a lavorare giovanissimo in azienda, nel 1964, e ad oggi ha portato avanti più di 50 vendemmie.
Progressivamente ha iniziato a passare a me il testimone anche se lui è stato comunque sempre presente nei vari momenti di crescita e di cambiamento, anche con lavori che sembrano normali ma sono importantissimi, come la manutenzione delle mille e più cassette in legno monostrato che utilizziamo per le vendemmie, e a cui lui ci si dedica per tutto l’autunno e l’inverno.
Già nel 2004 abbiamo iniziato a convertire l’azienda a biologica per quel che per quel che riguardava i vigneti per poi passare presto ad abbracciare i dettami della biodinamica come filosofia di lavoro e crescita.
Ad oggi ti posso dire che ho costruito un bel gruppo di lavoro con ragazzi tutti assunti con contratti a tempo indeterminato, tutti bravi lavoratori, con valori importanti, giovani che devono sentirsi parte del progetto e devono essere adeguatamente retribuiti per quello che è il loro contributo in modo da garantirgli anche una certa stabilità economica.

La formazione scolastica come ragioniere e i tuoi primi passi professionali potevano far pensare a un percorso lavorativo lontano dalle vigne. Cosa è cambiato invece nel tempo?
La pura verità è che ho iniziato a lavorare in azienda più per situazioni incorse all’improvviso a cui non potevo sottrarmi che per una mia scelta d’amore. Infatti, fu causata dai problemi sorti fra mio padre e mio zio, (suo ex socio) che separarono le loro strade professionali ponendo fine alla loro collaborazione.
Io avevo tutt’ altri progetti e i miei studi andavano a prospettarmi altre direzioni lavorative. Invece il destino mi ha riservato altro e sono così entrato nel mondo del vino mettendoci anche i miei risparmi, investendo in azienda. Ma agli inizi non mi piacevano sia il modo di lavorare sia il vino che veniva prodotto. Poi pian pianino le cose sono cambiate e oggi sono orgoglioso di quello che stiamo facendo assieme al mio gruppo di ragazzi.
Quello che vogliamo fare, oltre a produrre dei buoni vini, è di lasciare a chi verrà dopo di noi un mondo migliore di come lo abbiamo trovato.

Il mondo del vino è cambiato molto negli ultimi vent’anni. Sono cambiati i consumi con una diminuzione della quantità a favore della qualità ma si è modificato anche l’approccio e la sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali. Questo ha determinato un radicale cambiamento nel modo di lavorare sia (soprattutto) in vigna, sia in cantina e questo ha messo a confronto generazioni familiari che qualche volta si sono trovate in conflitto a causa di idee e mentalità diverse su come si avrebbe dovuto operare.
Com’è stato il rapporto con tuo padre a questo riguardo?
Hai fatto un’ottima premessa su quanto il mondo del vino sia cambiato.
Ci sono stati, e ci sono in parte ancora, degli scontri generazionali: giovani bravi e con nuove idee che si trovano a dover combattere con chi ha sì il grande merito di aver creato le fondamenta dell’azienda ma che magari resta ancorato alle sue tradizioni dimostrando poca flessibilità verso le nuove idee.
Quando ho iniziato a convertire l’azienda a biologica per quel che riguardava i vigneti, mio padre era un po’ contrario perché nonostante le coltivazioni degli anni ’60 erano a tutti gli effetti biologiche, perché non esistevano alternative, era anche lui stato catturato dall’epopea fuorviante della chimica che prometteva scorciatoie e maggiori guadagni.
Poi si è accorto anche lui che la strada che avevo deciso di percorrere era quella giusta, e sono iniziate le prime sperimentazioni con fermentazioni spontanee, eliminazione delle filtrazioni.
Una coltivazione parallela in vigna con l’utilizzo di due metodi diversi di viticoltura che poi ci portava in bottiglia due tipi di vini diversi che ci divertivamo a degustare alla cieca, e la sorpresa era nel vedere che eravamo in perfetta sintonia su quale vino ci piaceva e ci regalava maggiori emozioni, e soprattutto mio padre fu sorpreso perché pensava che i vini più buoni fossero quelli provenienti da agricoltura convenzionale e questo gli fece capire che l’uso di chimica e coadiuvanti oltre ad essere dannosi non sono nemmeno necessari.
Sta di fatto che a un certo punto ha sposato la mia causa e abbiamo fatto anche molti passi assieme verso la stessa direzione, pur lui non rinnegasse le sue precedenti scelte che erano frutto di una cultura che a quei tempi sembrava quella corretta.
Poi quando ha visto arrivare anche dei riconoscimenti economici, ristoratori stellati che ti vengono a trovare in cantina, importatori che fanno complimenti ai tuoi vini, si è ancor più rasserenato.
Ovvio che qualche differenza di visione c’è sempre. Ad esempio, nelle annate non buone dove io evito di imbottigliare i vini, lui sicuramente sarebbe tentato di ricorrere a qualche aiutino per salvare comunque l’annata, ma fa parte di un modo di pensare del passato dove non si buttava via niente, a differenza di adesso dove io punto tutto sulla qualità.
Il merito di quanto è stato fatto finora è di tutti e due, io per come ho gestito la situazione e lui per la sua apertura mentale.

Com’è scoccata la scintilla che ha accesso la passione che ti ha fatto abbracciare il metodo biodinamico come filosofia produttiva da adottare per la tua azienda?
Agli inizi della mia entrata in azienda, ho iniziato a leggere e documentarmi. In particolar modo ricordo il libro che parlava di Biodinamica, “Tra cielo e terra”, scritto da Nicolas Joly che è stata fonte di ispirazione e personali ragionamenti.
Poi ho iniziato ad assaggiare vini ogni volta fosse possibile, per allargare il mio bagaglio sensoriale. La cosa che mi aveva colpito era che la maggioranza di quelli che mi piacevano di più derivavano da agricoltura biodinamica. Soprattutto francesi.
E da quel momento è iniziato a cambiare il mio rapporto con il vino e con esso la consapevolezza su quale fosse la direzione che dovevo seguire.
Iniziando ad usare i preparati biodinamici abbiamo visto che c’erano risultati notevoli, e avvicinandomi, più per amicizia che per una effettiva consulenza, ad Adriano Zago, uno dei più grandi agronomi se si parla di biodinamico, ho avuto la certezza che questa era la strada che dovevo seguire. Grazie ai suoi consigli ho acquisito maggior consapevolezza e conoscenza, aumentata ancor di più quando nel 2015 è iniziata la collaborazione con Marco Barba che arrivava da un’esperienza con un’azienda biodinamica svizzera di bestiame e ortaggi e ha dato ulteriore impulso alle attività dell’azienda.
Importante anche una collaborazione con un bravissimo professore dell’Università di Padova che ci ha chiesto di fare una sperimentazione sul corno silice e sugli effetti che ha il preparato omeopatico irrorato sulla pianta anche a livello di qualità delle uve che vengono poi prodotte.
I risultati scientifici hanno confermato che è un modo di lavorare che ci trova molto in sintonia con quella che è la nostra filosofia. Da qui l’uso dei vari preparati come il corno silice per il benessere della pianta e il corno letame per il terreno. Potature in luna calante che vanno a rafforzare l’apparato radicale. Rispetto del calendario lunare per i travasi e gli imbottigliamenti.
Alla fine, cosa non irrilevante, puoi arrivare anche a spendere di meno con questo modo di lavorare e ottenere migliori risultati.

C’è una persona che è stata fondamentale per il tuo percorso di crescita e che ti ha dato la certezza che la strada che stavi percorrendo era quella giusta?
Le persone a cui devo la mia crescita sono state tante.
Dal lato agronomico sia Adriano Zago sia Marco Barba, che è ancora più testardo di me e con una mentalità vincente, che non molla mai e per questo è diventato una spalla importantissima. Dal lato enologico c’è una persona, Damiano Peroni, figlio d’arte di un enologo famoso che aveva lavorato tanti anni da Bertani e Quintarelli che oltre ad avermi dato tanti spunti mi ha fatto cambiare anche, in alcuni casi, la visione su come dovevo operare. Importantissimo è stato poi il confronto con gli altri produttori, uno fra tutti Damjan Podversic che fin dall’inizio è stato gentilissimo e mi ha dato tanti consigli. Da menzionare anche i rapporti con alcuni ristoratori, come ad esempio il maître Mauro Meneghetti che lavora per Alaimo e che mi ha accolto come un figlio e mi ha fatto conoscere i primi vini biodinamici.
Ci sono tante persone quindi che sono state importanti ma per rispetto non voglio dire che una lo è stato più delle altre.

Se dovessi spiegare a una neofita cos’è l’agricoltura biodinamica e cosa porta di diverso in bottiglia sia rispetto ai vini prodotti con metodi convenzionali e, in seconda battuta, da cosa si differenzia dal metodo biologico, che semplici parole useresti?
Non è possibile spiegarlo in poche parole.
Posso dire che nell’agricoltura biologica non si usano prodotti che entrano all’interno della pianta e del frutto. Così quando io faccio agricoltura biologica e do un grappolo a mia figlia sono sicuro che mangia solo fruttosio, acidi, proteine, vitamine, fibre e nient’altro.
Con l’agricoltura convenzionale purtroppo non siamo sicuri avvenga lo stesso, anzi spesso siamo sicuri del contrario, e lo dimostrano un sacco di analisi che sono obbligatorie per i patentini fitosanitari, perché bisogna sensibilizzare le persone a stare attente quando usano questi prodotti che sicuramente non fanno bene all’organismo.
L’agricoltura biodinamica va un po’ oltre al biologico perché si basa sulla visione dell’azienda come un sistema chiuso; quindi, se posso cerco di non far entrare niente dall’esterno. Cerco con i miei scarti di fare un compost e crearmi un fertilizzante, di autoprodurmi i prodotti omeopatici in casa. Cerco di osservare con attenzione se c’è la necessità di un intervento, rispettando la natura. Cerco di studiare e rispettare i cicli lunari, il ruolo del cosmo nei confronti della nostra piccola realtà agricola.
Il vantaggio dell’agricoltura biodinamica è di tipo energetico, perché dove nel tuo lavoro ci metti il cuore, la tua energia poi si trasmette anche nei vini che fai.

Lavorare in biodinamico non è solo una scelta filosofica ma va a influire anche sulla parte economica perché il modo di operare è diverso, le lavorazioni sono quasi tutte manuali, le rese in vigna minori e gli interventi seguono i cicli della natura e non quelli commerciali. Questo tradotto in modo semplice significa maggiori costi.
Quanto incide questo aspetto in termini percentuali rispetto ai metodi convenzionali, e quanto è difficile trovare una manodopera che sposi con entusiasmo e dedizione la vostra filosofia produttiva?
Non so se è vero che costa di più, perché da studi fatti sembra che l’agricoltura biodinamica dia una certa costanza qualitativa e produttiva anche nelle annate difficili. Normalmente però i costi sono indubbiamente maggiori. Io ho tanto personale sia perché le lavorazioni che devo fare sono prettamente manuali sia per la visione diversa che va oltre alla produttività fine a sé stessa.
Io voglio che tutti in azienda possano essere intercambiabili e così avere i loro momenti di ferie senza condizionare i normali cicli lavorativi. Io non ho mai avuto problemi a trovare personale, a differenza di tante altre brave aziende con le quali collaboro. Forse è perché, a detta anche dei ragazzi che lavorano con me, io do alle volte più di quello che ricevo e questo è molto apprezzato.
Ultimamente sto guardando con attenzione alla robotica, più che altro per un fattore di sicurezza , perché lavorare in vigna, dove ci sono pendenze, può essere pericoloso. Un attrezzo può anche essere costoso, può danneggiarsi, però meglio sacrificare un macchinario che l’incolumità delle persone, perché farsi male sul lavoro è inaccettabile.

Per fare grandi vini ci vogliono passione per il proprio lavoro, idee e una visione rivolta al futuro, ma senza un grande territorio è difficile veder applicate in toto le proprie idee.
A questo proposito, quanto sono importanti sia i terreni vulcanici di Gambellara sia un vitigno come la Garganega che in queste zone ha trovato il suo habitat ideale?
Se tu lavori in un terroir scarso, come è accaduto anche con il fenomeno Prosecco dove hanno piantato anche in zone terribili, non puoi che ottenere risultati mediocri. Viceversa, in un territorio quotato è più facile fare qualità. La Garganega è un vitigno strepitoso che ha una grandissima versatilità, poche volte riscontrabile con altre tipologie di altre regioni.
Ad ulteriore aiuto, vengono le viti vecchie: il vigneto più giovane è il Roncaie che si trova in pianura ed è del 1985 e che sarebbe stato ancora più vecchio se non ci fosse stata una brutta gelata che ha costretto al reimpianto.
In collina abbiamo dei vigneti che hanno quasi un secolo di vita, con radici profonde che estraggono molta mineralità. Inoltre, anche se è innegabile che ci sia in corso un cambiamento climatico che sta portando ad acidità più basse, i vini mantengono un’ottima freschezza legata alla sapidità e mineralità del terreno. Non so cosa succederà nel futuro, sicuramente le vendemmie per mio padre erano più facili, le cose sono molto cambiate negli ultimi vent’anni, ma ad oggi si riescono ad ottenere ancora grandi vini dalla Garganega.

Quando si parla di vino naturale sembra di far riferimento qualche volta a qualcosa di elitario, distante dal consumatore medio oramai appiattito su un gusto convenzionale ed omologato che regala poche emozioni e a volte anche scarsa bevibilità. Invece bere un vino naturale, fatto nel rispetto della natura, con l’unico obiettivo di portare uva sane e di qualità in cantina, dovrebbe essere la normalità.
Oggi quanto è difficile la comunicazione dei tuoi vini a chi è ancora legato a un gusto convenzionale?
Stanno cambiando tante cose perché il mercato si sta direzionando sui vini naturali fatti bene e ci sono sempre più persone attente e informate.
C’è stato un momento di euforia legato al naturale dove sono venuti fuori tantissimi vini difettosi, dove anch’io magari ho avuto qualche passaggio a vuoto in questo senso, ma oggi bisogna pretendere che chi compra i nostri vini, a prezzi alle volte anche importanti, goda di prodotti senza difetti.
Certo c’è ancora qualche preconcetto da parte di qualcuno che magari ha avuto delle brutte esperienze con i vini naturali e non ne vuole più sapere, ed ha ragione ad essere diffidente, ma come detto le cose sono cambiate. Io in generale non ho grossi problemi perché i miei vini molto spesso incontrano anche il consenso del consumatore convenzionale, non quello ovviamente che è assuefatto al gusto di prodotti tutti uguali, ma chi ama comunque il buon vino ed è aperto anche a qualcosa di diverso, e resta stupito dalla bevibilità dei miei vini, dall’energia che sprigionano.
Diventa fondamentale la comunicazione per spiegare che a monte c’è l’idea di lavorare senza chimica con il duplice scopo di ottenere un prodotto genuino e di rispettare l’ambiente.

Fermo restando che chiunque abbia un occhio di riguardo per tutto quello che concerne la salvaguardia dell’ambiente e cerca di produrre un vino sano ed onesto, merita il massimo rispetto.
Cosa pensi della situazione attuale, molto frammentata, per quello che riguarda i vini naturali, con varie associazioni che operano indipendentemente come Vini Veri, VinNatur, solo per citarne le più importanti.
Ricordiamo che tu non partecipi più a ViViT, il salone nato nel 2012 all’interno di Vinitaly e dedicato ai vini naturali da uve biologiche e biodinamiche.
Come hai detto giustamente tu, prima partecipavo al Vivit che aveva poi visto la nascita dell’associazione “Vignaioli e Territori” creata per dialogare con Vinitaly che aveva accolto tantissimi produttori usciti da VinNatur e Vini Veri. Dal 2025 siamo però usciti dalla fiera e creato un nuovo evento al Crowne Plaza Hotel che quest’anno si terrà il 13-14 aprile, tutto a spese nostre, con la partecipazione di circa 80 vignaioli, numero massimo che può contenere la location. Gli ospiti tutti a invito non pagano nessun biglietto di ingresso. Se mi chiedi il perché di questa scelta, il principale motivo è che con Vinitaly non si poteva più dialogare e i costi erano saliti in maniera vertiginosa.
Il sogno mio, che era anche quello del grande Stanko Radikon, è quello di fare un progetto tutti assieme, con tutti i produttori di vini naturali, che non precluda nessuno, ma per una serie di motivi non si sono create le condizioni per un percorso comune, a causa probabilmente di visioni e interessi non sempre coincidenti e quindi non conciliabili.

La risposta sulle tue preferenze potrebbe essere scontata nel dire che tutti i vini che produci sono tuoi figli e quindi non puoi averne di prediletti.
Ma ce n’è uno, per qualche motivo particolare, al quale sei particolarmente affezionato e lo metti in cima ad una ipotetica classifica di gradimento?
La premessa è giusta e nel mio caso, avendo dei vini con interpretazioni diverse una dall’altra, capita che un vino diventa più giusto ed apprezzato in base al mio umore e situazione del momento.
Se sono in piscina d’estate ho ad esempio più voglia di bermi il “Roncaie Sui Lieviti. Se sono davanti al caminetto d’inverno e fuori nevica preferisco bermi il macerato “Monte del Cuca” o il passito “Albina”. Poi ovviamente dipende da quello che ci mangio assieme.
Se devo dare un giudizio legato al territorio, sono più per il “Riva Arsiglia” , la Garganega proveniente dal vigneto più vecchio, che per quelli che sono i miei gusti dovrebbe essere la bandiera dei vini di Gambellara, un vino che pur non avendo un clima e delle altitudini particolari, è molto longevo grazie alla mineralità permessa dal terreno e dalla profondità delle radici. Un vino che esprime nel bicchiere un’energia particolare, che ti colpisce al primo sorso e poi non lo dimentichi più.
Quali sono i vostri mercati di riferimento? Dazi, guerre e tanta instabilità e schizofrenia a livello mondiale stanno rappresentando un freno alla vostra crescita?
In generale il mercato non sta andando benissimo e secondo me non per colpa dei dazi e delle guerre, ma per un insieme di fattori. Un po’ per un certo elitarismo del mondo del vino che invece deve essere un prodotto per tutti. Poi per un discorso economico, perché specialmente in questi ultimi anni i prezzi sono saliti tantissimo e non tutti possono permettersi di spendere per vini di qualità.
Poi un certo movimento salutista che non so se sia proprio legato a un discorso di salute o più a una campagna mediatica da parte delle multinazionali che hanno spinto sulla vendita di altri prodotti più commerciali al posto del vino.
I nostri mercati storicamente hanno avuto tanti cambiamenti. Per un periodo avevamo il 50% di vendite in Italia e il 50% all’estero. Poi siamo arrivati ad avere il 98% di estero a discapito dell’Italia, ma questo lo ritengo sbagliato perché non ha senso che un italiano per bere il mio vino debba andare a New York. Adesso infatti abbiamo una parte importante sia per il consumatore che viene a trovarci, a degustare e poi vuole comprare qualche bottiglia, sia per il cliente del mercato italiano, per circa il 20% del totale.
Il primo mercato in assoluto per consumo è il Giappone che ha una sensibilità fuori del comune sia per il vino sia per il cibo naturale. Se invece di fatturato parliamo di numeri allora il primo mercato diventa il Nord America, non tanto gli Stati Uniti che hanno alti e bassi, ma soprattutto il Canada che è uno stato che a me piace tanto e dove si lavora molto bene perché trovo una mentalità americana su fondamenti europei. Poi lavoriamo bene anche in Europa, con paesi come Portogallo, Polonia. Poi un po’ anche in Asia, India, anche se sono paesi ancora che devono crescere. Lavoriamo invece poco in Sud America e in Africa.

Visto che probabilmente avevi tanto tempo libero, hai deciso di dedicarti anche alle consulenze. A parte la mia facile ironia, cosa ti ha spinto a intraprendere il percorso con altre realtà del mondo vitivinicolo, che chiedono la tua consulenza e i tuoi consigli per poter seguire il loro percorso aziendale?
Non è stata una mia scelta ma è un qualcosa che mi è stato chiesto, anche da parte di aziende che non conoscevo. Il segreto è lavorare con passione. Se pensi solo al guadagno o ai costi non va bene. Per assurdo il momento in cui ho guadagnato più soldi è stato quando non pensavo a guadagnare.
È ovvio che bilanci e introiti sono fondamentali per tenere in piedi l’azienda, pagare i dipendenti, i fornitori, ma se ci metti passione arriva tutto in automatico.
Le consulenze sono iniziate perché mi chiamavano le persone chiedendomi di aiutarle perché avevano un problema e vedendo come lavoravo io e i risultati che ottenevo, cercavano di trovare anche loro la strada giusta per il loro operato. Le cose da migliorare alla fine sono semplicissime, e dare delle consulenze mi piace tantissimo, non per il discorso di guadagno che è minimo, ma per la soddisfazione di essere riuscito a risolvere un problema e vedere le persone contente. Ovviamente il mio contributo è principalmente quello di dare dei consigli, delle linee guida da seguire, anche perché non potrei lavorare direttamente nelle varie aziende anche se lo volessi, principalmente per un discorso di mancanza di tempo visto che ho già la mia impegnativa realtà da seguire.
Com’è nata l’idea di scrivere un libro e come mai hai scelto “Maestri del vino antico” come titolo di presentazione per i tuoi pensieri?
L’idea è nata perché me lo hanno chiesto, ma all’inizio non ero nemmeno tanto convito. Invece adesso sono contento perché portando le mie idee in un libro ho aiutato qualcuno a cambiare il proprio approccio, la propria visione, a credere di più in quello che stava facendo. Ricordo che anch’io agli inizi cercavo informazioni, consigli su come fare certe cose, e se riesci ad avere a disposizione delle guide e dei manuali da consultare puoi avere qualche risposta immediata ai tuoi dubbi.
Il nome dato al libro deriva dalla capacità che possiamo avere tutti di diventare maestri di un qualcosa che abbiamo imparato e che con l’esperienza siamo poi anche in grado di insegnare. Io le cose che so oggi le devo ad altri maestri che me le hanno insegnate e che a loro volta le avranno imparate da altri maestri e così via.
La dicitura “Del vino antico” fa invece riferimento al vino che facevano i nostri nonni, e prima di loro chi li aveva preceduti, perché la storia del vino arriva agli antichi Romani, ai Greci andando indietro nella storia e nei secoli, tutte tradizioni e metodi che si sono modificati e tramandati fino ai giorni nostri.
Ovviamente il mondo va avanti e di conseguenza sono cambiate molte cose, ci sono state delle evoluzioni che è giusto fare proprie, però noi rimaniamo legati a qualcosa di ancestrale e radicato nelle tradizioni antiche.
Le tue speranze per il futuro e un sogno nel cassetto che ti piacerebbe realizzare.
Il sogno nel cassetto a cui sto lavorando da tanti anni è quello di portare la mia azienda ad essere un’organizzazione autogestita, dove io posso anche non essere presente di persona e tutto funziona comunque bene. Dove i vini prodotti sono sempre più buoni, e dove si crea una redditività adeguata a pagare gli stipendi, le tasse, fare gli investimenti e donare anche qualcosa nel sociale, cose che stiamo già facendo perché è importante, nel limite delle proprie possibilità, sostenere le iniziative utili alla comunità.
Io ho undici obiettivi che mi sono scritto su un foglio e mi ripeto ogni mattina, ed uno di questi è se possibile, fare sempre vini eccellenti perché è giusto e doveroso lavorare sempre al massimo delle proprie possibilità soprattutto per rispetto verso il consumatore che li compra e li paga.
Il vero sogno è quello però di ricavarmi più tempo libero, cosa che non ho fatto fino ad oggi da quando avevo 16 anni, perché il tempo libero è una delle cose più importanti e non ha prezzo.
Sono fortunato perché il mio mestiere mi piace così tanto che nemmeno mi accorgo che sto lavorando, ma vorrei poter scegliere io cosa fare e con che tempistiche e quando ne sentissi la necessità poter ritagliarmi liberamente lo spazio per fare altre cose.
In conclusione, la mia speranza è che il vino diventi sempre più popolare ed accessibile economicamente e ci sia sempre più produzione naturale, nel mondo del vino ma anche nelle altre produzioni industriali visto che alla fine ne può trarre beneficio la natura nel suo insieme e quindi anche tutti noi.
Stefano Cergolj


