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Editoriali

Il 2004: un punto di partenza


InfiorescenzaLa rivoluzione culturale avvenuta nel mondo del vino italiano, come sempre accade in situazioni che incidono sulle mode e i costumi di una società, ha portato cose buone e meno buone. Se il vino è cresciuto qualitativamente, e su questo non ci sono dubbi, sono cresciuti anche i prezzi, in modo spesso esagerato e ingiustificato. Chi avrebbe immaginato che una bottiglia di vino potesse diventare oggetto di culto, desiderato e bramato quanto un cellulare di ultima generazione, un televisore al plasma o una supercar? E quanti possono permettersi un tenore di vita così elevato – ma ha poi un senso? – da imbandire frequentemente la propria tavola con un vino italiano che abbia ricevuto almeno un’onorificenza? E cosa c’entra tutto questo con la cultura e l’amore per il vino? Quando un alimento, per il quale si è scomodata anche la scienza per dimostrarne le proprietà salutari, diventa fenomeno elitario, oggetto per pochi, allora è doveroso fare una netta distinzione fra la reale rivoluzione avvenuta sul territorio, nei vigneti, nelle cantine e l’ennesima operazione commerciale e speculativa, finalizzata a mitizzare senza scrupolo morale una bevanda che dovrebbe, invece, rappresentare un valore aggiunto nella cultura e nella tradizione enogastronomica italiana. Ci vorrebbe una maggiore lungimiranza da parte degli addetti ai lavori sui rischi, in parte già evidenziati nel 2003, di una crisi di rigetto. Le mode passano, stancano, lasciano pochi ricordi e sono facilmente sostituibili da nuovi fenomeni di consumo. Il vino, quello vero, non è quello delle bottiglie mito, né quello delle cene enogastronomiche con lo chef all’ultimo grido. Il vino è la manifestazione diretta e inequivocabile del nostro viscerale – e conflittuale – rapporto con la natura. Eppure un vecchio, grande uomo, che al vino italiano ha davvero dato tanto, ci ha sempre parlato di enogastronomia con quel fare poetico e amoroso di cui solo lui è capace, mettendo al primo posto il rispetto dei valori profondi, legati alla terra e alle tradizioni che distinguono i luoghi e le genti. Quest’uomo sembra essere stato quasi dimenticato, come qualcosa di scomodo, fuori moda, non adatto ai nostri tempi dove tutto è consumo, non riflessione, non conoscenza, non amore. Obsoleto per molti, Gino Veronelli (i miei più sinceri auguri!) continua a parlare quel linguaggio che è la conoscenza e il rispetto di ciò che la natura ci ha messo a disposizione, senza mai cedere alle facili tentazioni e ai messaggi d’effetto. Ecco, vorrei vedere il 2004 come punto di partenza, di meditazione, dove i giusti valori tornino ad indicarci il senso della vita, dove il benessere non ci faccia più dimenticare chi non ne ha mai sentito neanche l’odore, dove parole come “avere” e “consumare” siano rimpiazzate da “rispettare” e “sentire”, dove alla speranza ceda il posto la volontà.

 

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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