Verticale Trebbiano di Capezzana 2001-2020

L’universo enologico della Toscana è particolarmente cospicuo in termini di figure e imprese che con il loro operato e la loro passione hanno impresso una traccia duratura nelle vicende agricole, passate e presenti, della regione. Ognuno di loro infatti, grazie a un’intuizione, a un’idea o a un progresso ha concesso al vino toscano di irrobustire la sua fama.
La famiglia Contini Bonacossi, senza alcun dubbio, fa parte di tale cerchia, anche perché la tenuta risulta (tuttora) un luogo magico, dove la produzione biologica di olio e vino è indissolubilmente legata al territorio da ormai più di 1200 anni, come testimonia una pergamena datata 804 e conservata nell’Archivio di Stato di Firenze.
Qui, nel microcosmo di Capezzana si respirano dunque varie fascinazioni che partono dalla storia, per poi passare all’arte, fino a transitare al paesaggio stesso. Nel corpo aziendale, tra la vecchia cantina storica del Cinquecento, il moderno frantoio e l’affascinante vinsantaia, domina la figura della Villa, gioiello architettonico rinascimentale.
“Una magnifica e unica terra che vogliamo lasciare integra alle future generazioni”. Ci ricorda la dinastia di Carmignano, dove la collocazione geografica tra il Montalbano e l’Appennino Tosco-Emiliano determina infatti la particolarità del microclima: calde giornate estive seguite da notti fresche, una piovosità ben distribuita durante tutto l’anno e ventilazione costante. E ancora, “le nostre vigne sono tutte di esposizione diversa e di terreno estremamente misto, se qualcuno vuole trovare la formula magica del nostro vino questa sta nell’estrema disomogeneità della nostra terra e dell’esposizione dei nostri vigneti. I nostri terreni originati da frana sottomarina, hanno terra argillosa che passa a ghiaiosa per tornare argillosa e magari galestrosa, metro dopo metro c’è differenza”.

I circa cento ettari di vigneto offrono all’appassionato immagini spettacolari: una morbida campagna ritmata da colline, boschi e strade sterrate. E tra l’immancabile Sangiovese e i blasonati internazionali, un occhio di riguardo va assegnato al loro Trebbiano, non solo per lo straordinario Vin Santo, ma anche e soprattutto per la versione “secca” che ci ha offerto, in questa lunga verticale, notevoli emozioni. Un circolo virtuoso dove accattivanti aromi, piacevoli ossidazioni, imponenti salinità e ragguardevoli finezze di frutto, hanno messo a nudo (e per fortuna) un grande vitigno, tuttora in grande spolvero in Toscana. In definitiva, Capezzana può definirsi orgogliosamente un autentico precursore di questa varietà locale in via di abbandono e, al contempo, uno strenuo difensore della sua salvaguardia e promozione.
La vendemmia avviene nella prima metà di ottobre da una selezione massale. La composizione del terreno dove nasce tale Trebbiano è un complesso caotico con scheletro di alberese, scisto argilloso e presenza di galestro; esposizione est a 100-150 m. s.l.m. Fermentazione per metà in vasche di acciaio e l’altra in barriques. Affinamento in tonneaux e barriques per sei mesi circa con bâtonnage e successivo affinamento in bottiglia per altri sei mesi.

Trebbiano IGT Toscana Bianco 2001 Capezzana
Marcata e inevitabile ossidazione, mela cotogna, muschio, miele, camomilla. Bocca ancora integra e piuttosto amaricante. Una bella acidità, a tratti lievemente graffiante, ma per nulla aggressiva. Grande salinità nel finale, seguita da un ammandorlato alquanto tenace. In definitiva, ancora integro.
2004
Anche qui una leggera ossidazione ritorna imperterrita la mela cotogna accompagnata da sentori di funghi e frutta secca. Si mostra più ematico e metallico rispetto al precedente con cenni di idrocarburo. Ottimo il contrasto tra il sale e il caramello. Sorprendente la scorrevolezza in bocca, nonostante una decisa morbidezza di fondo.
2005
Le componenti morbide paiono molto ben sovrastate dalle parti più dure. Spigoli eleganti e per nulla prepotenti, dove ancora una volta la mela cotogna si fa sentire (ed è sempre ben accetta, ci mancherebbe) seguita da mallo di noce e foglie di tabacco. Al palato è sontuoso, con note metalliche e di frutta secca. Chiusura balsamica, proporzionata ed armoniosa.

2007
Ritorna all’olfatto l’idrocarburo, con cenni di erbette, lime e biancospino. Grande equilibrio e agilità in bocca: carnoso, di notevole spazialità, armonico, sostenuto da un’adeguata corrente agrumata. (Si saprà solo dopo l’assaggio della chiusura con tappo stelvin).
2011
Un naso piuttosto floreale, un po’ velato, in riduzione. Buona presa al palato con un frutto abbastanza maturo che ricorda la pesca e la buccia di mela; il sorso prosegue poi lievemente speziato e con un tocco di vaniglia. Manca un po’ di grip e di espansione, ma si presenta con una valida spinta conclusiva.
2013
L’impasto aromatico suggerisce ricordi di grano maturo e miele d’acacia, ma anche di mela e albicocca. Fresco, elegante, sapido: una bella complessità con un nitido finale che a tratti ricorda l’anice.

2015
Molto ben disegnato all’olfatto, note di sambuco e di fiori di campo seguite poi da zafferano, menta e camomilla. Piuttosto speziato in bocca, è trascinante nella progressione. Calore e grazia insieme, succoso e sapido nelle giuste proporzioni, chiude saporitissimo e con grande orgoglio.
2017
Delicata nota nocciolata, grano, fiori, spezie dolci e sottile traccia fumé. In bocca la trazione acida convive con una densità quasi cremosa. Il finale è abbastanza salato, peccato solo per una piccola, ma percettibile, mancanza di profondità.
2018
Onestamente la sua giovinezza si fa sentire, eccome, dove comunque l’impronta aromatica di marca floreale annuncia qualche spigolo di troppo. L’acidità è un po’ granulosa, ma il finale è reattivo e scattante. Manca quindi di finezza, ma probabilmente regalerà belle sorprese nell’avvenire.
2020
Troppo presto per giudicarlo. E non è la classica scusa. Profumi tra il floreale e il fruttato, con il primo in evidenza. La bocca salina e acida pare elargire (in questo momento) segnali di slancio e ritmo. L’annata è di quelle promettenti!
Lele Gobbi




