I racconti di Alda: Quel vecchio portone
Capita a tutti di avere una casa. “Quasi” a tutti, specialmente in questi nostri tempi moderni e tecnologici, sempre più faticosi ed incerti, neanche la casa è un bene sicuro. La nostra era vecchia, malfatta e sempre in procinto di crollare da qualche parte, eppure incantevole, se non altro per le sue due terrazze. Dico – era – perché presto dobbiamo andarcene e allora è già come se fosse alle nostre spalle, parte del nostro passato. Anche i mobili qui non hanno più senso, provvisori come noi. È un periodo della nostra vita che si chiude.
Il prato di fronte, dove abbiamo giocato con i ragazzi più grandi, se n’è andato prima di noi, già da molto tempo di esso non è rimasto più niente, cancellato da nuove palazzine, moderne, bellissime, degne di un quartiere come il nostro, ma comunque costruzioni che hanno mortificato la natura.
Tutto cambiato, tutto sparito, inghiottito dal “progresso”, dalla speculazione edilizia, da un boom effimero che ci ha lasciati più poveri di prima. Le strade hanno cambiato nome più volte, ma sono rimaste le stesse, con qualche buca in più. Moriva un governo e qualcuno prendeva una targa e bollava la strada con un nome nuovo, una nuova storia. Mutevole e incoerente come la natura umana.
Anche qui abbiamo visto passare la guerra e la fame nelle lunghe file ai mercati e poi la ricostruzione, il progresso, l’evoluzione, siamo cresciuti e molte cose sono cambiate, sono andate avanti e noi con esse, nonostante tutto. Monte Parioli, Villa Balestra, la pineta, le passeggiate, i tramonti, i primi segreti, le prime confessioni e le scoperte fatte all’improvviso con lo stupore e la curiosità, tutta in salita, per accogliere il nuovo.
Un piccolo cancello, un tetto diverso dagli altri, un vialetto, la luna appesa ad un albero e la primavera, fiorente e sensuale tra i giardini delle ville, più invitante che in qualsiasi altro posto. Dicono sia un quartiere snob, forse lo è e magari con difetti ben più gravi, ma è pur sempre uno dei quartieri più belli ed eleganti di Roma. E poi io qui ho trovato amici veri, quelli che anche tra dieci, venti, cento anni avranno un posto nel mio cuore, perché saranno parte del mio vissuto e dei migliori anni della mia vita. Ho diviso con loro tante feste sulla nostra terrazza, senza sciali, con panini, patatine, le crostate con la marmellata fatta in casa, vino, birra e il grammofono a tutto volume. Ballavamo ed eravamo felici.
Roma è tutta bella, nonostante sia stata maltrattata, ferita, derubata nel corso degli ultimi anni, ogni quartiere ha un suo fascino, una sua fisionomia, per questo cambiare non mi spaventa, ma so con certezza che mai più amerò un altro portone, mai più come quello che sto per lasciare.
Forse, se tante volte mia madre non mi avesse aspettata in cima alle scale quando, tornando da scuola tremante di paura per la matta e il cane lupo del secondo piano, se tante volte non fossi rientrata correndo con il cuore in gola per la speranza di riconoscere nella buca delle lettere una calligrafia nota, o per lo squillo del telefono, se quello stretto e buio atrio del mio portone non si fosse popolato delle mie paure, le mie attese, le mie fantasie, se non avesse conosciuto il mio passo incerto di bambina, quello più deciso di donna, se non avesse imprigionato tra le sue pareti le voci degli anni trascorsi, se tante volte io non vi avessi incontrato i bambini diventati grandi e gli altri, i nuovi, in cui mi ritrovo e mi riconosco, forse non mi peserebbe tanto dirgli addio. Il mio portone è e sarà sempre soltanto quello. Giorno e notte lì ad attendermi, pronto ad accogliermi nell’abbraccio sicuro della sua ombra protettrice. Il mio portone.
Adesso un raggio di sole ha tagliato in due una parete, qui la primavera viene prima che in qualsiasi altro posto. C’è ancora tanto verde, anche dove ci sono i palazzi nuovi. La casa respira ancora con noi, ma tra poco non sarà più che pareti vuote, saluti, addii. Voglio organizzare una festa con i vecchi amici, offrirò sorrisi, musica, tartine speciali, i formaggi più buoni di tutte le nostre regioni, dolci, aperitivi, vino e alla fine un’enorme torta e tanto spumante. Il migliore.
Voglio che il mio vecchio portone si apra e si chiuda sui passi e le voci che per anni mi hanno accompagnato in questo cammino un po’incerto, in questa straordinaria avventura che si chiama vita e che continuerà altrove, perché così deve essere.
Che si chiuda pure il vecchio portone, io lo porterò sempre nel mio cuore, ma senza voltarmi indietro.


