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DA chi ama davvero il vino, a chi crede nell’importanza di valorizzare il proprio territorio, a chi è convinto delle grandi potenzialità di un vitigno come il Sangiovese, a chi non è disposto a seguire le mode a scapito delle tradizioni, a chi ha capito che la qualità passa attraverso il rispetto dell’ambiente, la perdita di un uomo come Sergio Manetti, strappato alla vita dopo una lunga malattia, lascia nel proprio cuore un grande dolore. Chi scrive aveva il desiderio di passare alla Fattoria di Monte Vertine, a Radda in Chianti, per conoscerlo di persona ed esprimergli la stima e l’ammirazione per l’immenso contributo che ha dato alla storia del vino italiano. In un’epoca dove la rivoluzione enologica significa uvaggi con vitigni internazionali, uso smodato di barrique, spinta quasi ossessiva verso il “gusto internazionale”, al punto di rinunciare alla denominazione di origine pur di accaparrarsi una fetta di mercato, Sergio Manetti ha dato a tutti una lezione di coraggio, di saggezza e di indipendenza, dimostrando a ragione di che cosa è capace il Sangiovese, quando è vinificato da mani esperte che sanno coglierne ogni piccola sfumatura. Il suo Pergole Torte è il simbolo di questa sua passione, tutt’altro che cieca, che lo ha spesso esposto ad assurde critiche, anche da parte del Consorzio del Chianti Classico, del quale faceva parte, che non gli concesse la DOC perché il suo vino mancava di “tipicità”. Non è un paradosso che la DOCG Chianti Classico consenta un utilizzo del 15% di vitigni internazionali quali Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah mentre il Pergole Torte, vino IGT, sia Sangiovese 100%? E c’è di più: il Le Pergole Torte è affinato in barrique, mentre il Monte Vertine ed il Sodaccio, che sono assemblaggi di Sangiovese e Canaiolo (altro vitigno toscano, in cui Manetti credeva molto), sono affinati nelle classiche botti grandi in rovere di Slavonia, eppure anche questi non si fregiano della denominazione.
Ma a Sergio Manetti, queste diatribe, pur accalorandolo, non lo hanno mai fermato e noi gliene siamo grati, perché oggi più che mai si ha bisogno di persone come lui, delle sue convinzioni, della sua tenacia e della sua sensibilità. A raccogliere il testimone ci saranno i figli, Martino, Marta e Anna. Li attende un compito difficile, ma al loro fianco ci sarà, come sempre, Giulio Gambelli, uno dei più bravi degustatori d’Italia, insostituibile supporto, per il quale i terreni della Fattoria di Monte Vertine non hanno segreti.
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