Ricordando Fabrizio Piccin, il grifalco che è volato lontano

Non mi è facile in questo momento scrivere di Fabrizio, un romano che dalla Toscana aveva scelto di “scendere” al sud, in una regione certamente molto meno conosciuta come la Basilicata, per continuare a fare ciò che amava, produrre vino. Non mi è facile ma sento il bisogno di farlo.
L’ho conosciuto nel 2010, durante un tour per le aziende vinicole del Vulture, rimasi subito colpito dal suo entusiasmo che, non trapelava tanto dalle sue parole o dai suoi gesti, ma dal suo sguardo, nei suoi occhi c’era la convinzione di avere fatto la scelta giusta. Lasciare Salcheto, a Montepulciano, che aveva contribuito fortemente a rendere grande, e vivere l’avventura dell’aglianico, accanto a sua moglie Cecilia, poteva sembrare un azzardo, anzi, lo era certamente, potendo scegliere, la maggior parte delle persone avrebbero puntato ad altre realtà, più rinomate e rassicuranti.
Ma lui no, conosceva già quei luoghi, conosceva anche quelle vigne, in località Pian di Camera a Venosa, sapeva che lì avrebbe potuto fare il vino come lo sentiva lui, “In Toscana il vino non si fa più come lo intendiamo noi, non condividiamo la direzione che ha preso, abbiamo un modo di vedere le cose completamente diverso”, era molto chiara la sua visione mentre mi mostrava la cantina e mi faceva assaggiare i vini dalle botti.
In quei giorni ho visitato diverse cantine, fra cui Eleano e quella di Luca e Sara Carbone, ma fu Fabrizio a colpirmi maggiormente, non so spiegarvi perché, sono sensazioni che senti a pelle, non razionalizzabili. Mi dava fiducia, mi piacevano la sua semplicità e la voglia di comunicare il suo progetto, i suoi obiettivi, le sue speranze, mi piaceva quel velo di ironia che sembrava accompagnarlo e garantirgli la forza di affrontare ogni difficoltà.
Non furono anni facili, l’Aglianico del Vulture non è vino immediato, leggibile, per tutti i palati, e poi già dal 2008 era partita la crisi, quella crisi che ancora oggi non sembra abbia alcuna intenzione di finire.
Una crisi che ha cancellato migliaia di piccole imprese che rappresentavano una fetta importante per il nostro Paese, ma Grifalco della Lucania non ha mai mollato, Fabrizio era lì e con Cecilia viaggiava da un luogo all’altro per farsi conoscere. Poi qualcosa di imprevedibile ha iniziato a portare buio e insicurezza nei suoi progetti, quella maledetta malattia che lacera anche le persone più forti e coriacee. Così Cecilia ha dovuto cominciare a viaggiare da sola, andare per eventi a raccontare i loro vini senza averlo vicino. È così che ho scoperto quanto era forte anche lei, del resto non poteva essere diversamente. Ogni volta non potevo fare a meno di chiederle come stava Fabrizio, sembrava si fosse ripreso, che reagisse bene alle cure. Di certo lui non si è mai perso d’animo, non era quel tipo di persona, avrei voluto poterlo frequentare di più, condividere altri momenti, e di questo mi rammarico infinitamente, non so se sia l’età ma oggi capisco molto di più quanto sia stupido rimandare qualcosa a cui teniamo, pensando di avere sempre la possibilità, prima o poi, di farla. Purtroppo non è sempre così, quando ho saputo che Fabrizio non ce l’aveva fatta ho sentito improvvisamente la sensazione di un vuoto, non riuscivo a trovare neanche una parola da dire, come se la mia mente, il mio cuore, si fossero fermati. Possibile che, nonostante da quel 2010 in cantina lo abbia incontrato poche volte, nonostante abbia scambiato con lui solo pochi momenti, mi sia rimasto dentro un senso di vuoto così profondo? Credo che la risposta sia in Fabrizio stesso, una persona la cui umanità ha fatto facilmente breccia in me, sin dall’inizio, non è stato necessario vederlo più spesso, l’ho stimato da subito, ma solo ora ho compreso il peso della sua scomparsa, c’è un gran bisogno di persone come lui in questo mondo sempre più privo di valori, di amore, di rigore, di apertura verso gli altri. Sono sicuro che, pur nell’immenso dolore, Cecilia, i figli e tutta la famiglia riusciranno a superare questa insopportabile assenza, perché Fabrizio, ne sono certo, è riuscito a dar loro tutto l’amore possibile, un amore che accompagnerà ogni giorno della loro vita.
A me resta il ricordo bellissimo di aver bevuto insieme un calice del tuo Damaschito 2007, il vino in cui già allora credevi moltissimo, a ragione. Che la terra ti sia lieve Fabrizio.



