Vini d’Abbazia (e non solo)

Mi dilungherò in altra sede, e con un taglio più ampiamente territoriale, nel racconto della recente esperienza vissuta durante l’edizione 2025 di Vini d’Abbazia, terzo appuntamento della kermesse organizzata nel chiostro e nel refettorio del (bellissimo, diciamolo) complesso abbaziale di Fossanova, a Priverno (LT). Kermesse dal nome azzeccatamente ammiccante e dedicata, in teoria, alle bottiglie prodotte da o all’interno di realtà monastiche.

Ma in realtà allargata anche a produttori che alle abbazie sono vicini, o che con esse collaborano, o di cui gestiscono vigne e cantine, o che si limitano portarne il nome. Un piccolo infingimento che nulla toglie alla bontà dell’iniziativa, risultata invece capace di fungere non solo da attrattore di un vasto pubblico, ma di farlo in un contesto monumentale, in un certo senso intimo e soprattutto in un’area non scontata, di grande e in crescita sotto il profilo qualitativo come questo spicchio di Lazio, con i suoi vitigni-emblema: Cesanese, Nero Buono e Bellone.

Ho trovato pertanto quello che mi aspettavo: un luogo piacevole e logisticamente adeguato, dove avere l’opportunità di assaggiare in un clima vivibile, magari approfondendo se del caso, etichette non sempre facili da reperire, o curiose, o minori o semplicemente meno note. Il tutto, come ho detto, con la possibilità di allargare i confini dell’esperienza a un territorio ricco, poco omologato e, sotto il profilo socioculturale, profondamente laziale e italiano. Ma di questo, appunto, riparleremo.

Tornando ai vini, interessante innanzitutto la masterclass dedicata al Cesanese del Piglio, che in nove assaggi ha cercato di illustrare le virtù e le prospettive (nonché i rischi, a modesto parere del vostro cronista) della Docg del Frusinate. Un vitigno, il Cesanese, e una denominazione dall’ottimo potenziale, se i produttori avranno l’accortezza di sfuggire alle sirene di certe prevedibilità troppo commerciali e di tenere la barra dritta sull’identità. Facile a dirsi e abbastanza, difficile a farsi, lo so.
Tra gli assaggi più convincenti del panel, il Bivi! CdP 2015 di Maria Elena Sinibaldi (gradevoli note balsamiche, frutta secca e prugne al naso, in bocca profondo e reso vivo da una marcata acidità), il Cesanese del Piglio Raphael 2022 Maria Ernesta Berucci (un Triple A vivamente pungente, nervoso e screziato al naso, in bocca pimpante e freschissimo) e il Cesanese di Olevano Romano Superiore Hernicus 2022 Coletti Conti (vino elegantissimo all’olfatto, con frutto pieno e gentile, e con un sorso ampio, diretto e sapido).

Nei passaggi random tra i banchi e cantine del territorio ci ha colpito innanzitutto la potenza e la fragranza del Terre di Cosenza Madam 2022 La Matina, un rosato più rosso che rosé, da Magliocco 100% lavorato in acciaio, affine al Cerasuolo per impronta, dal naso ricco e fruttato e dal palato sapido, perfino salino, molto conviviale. Bene anche il Moscato d’Asti Canelli Capitolo Uno 2023 Beppe Marino, per la balsamicità e il delicato sentore di erbe officinali che si rispecchiamo in un palato pulitissimo, piacevole e tentatore. Riconferma per il Polleo 2020 Monastero dei Frati Bianchi, una Pollera 100% quasi diafana al colore, molto varietale, ma in bocca tonico e agile.
Bella anche la freschezza e la marcata nota agrumata dello Nzù 2023 Marco Carpineti, un Bellone 100% lavorato in anfora che in bocca ha qualcosa di antico e di denso, ma non noioso. È sempre di Carpineti e sempre da uve Bellone il Collesanti 2023, che al naso sventaglia un campionario olfattivo ricchissimo – dalla frutta all’incenso – e in bocca è pulito e piacevolmente acido. Non delude il collaudato Alto Adige Valle Isarco Kerner Sabiona 2021 Cantina Valle Isarco, un classico che al naso mantiene la delicata componente aromatica e al palato arriva gentile ed elegante. Decisamente curioso, nella sua opulenza, il Atina Cabernet Sauvignon 2020 Masseria Barone: scurissimo, molto varietale e al tempo stesso mediterraneo, caldo, quasi sovramaturo al naso ma in bocca asciutto, composto, di media struttura.

Last but not least, due intriganti assaggi francesi: il Petit Chablis Domaine del l‘Abbaye du Petit Quincy Domaine Gruhier, col suo naso asciutto, quasi metallico e dalle note burrose che tornano al palato in una cremosità per nulla stucchevole, e l’Abbaye de Morgeot Pinot Noir 2017 Chassagne-Montrachet 1er cru, elegantissimo, etereo e lievemente balsamico, pieno di frutto e note terrose, in bocca lunghissimo, con bella vena acida e un bel finale amarognolo.
Resta da dire del vino forse più semplice, meno pretenzioso, ma anche più divertente: è il Riflessi della Cantina Sant’Andrea, allegro spumante rosé extra dry fatto col 100% di Aleatico, un piccolo miracolo di equilibrio tra gusto popolare, trasversalità conviviale, basso costo, versatilità e un colore Crodino pieno distoglie dal cipiglio critico e mette semplicemente allegria.
Stefano Tesi



