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Barbaresco 2006

Barbaresco 2006 GajaDegustatore: Mario Crosta
Valutazione: @@@@@
Data degustazione: 01/2021


Tipologia: DOCG Rosso
Vitigni: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 14,5%
Produttore: GAJA – Azienda Agricola Gaja
Bottiglia: 750 ml
Prezzo enoteca: oltre 50 euro


Ho stappato questa bottiglia dopo 14 anni di santa pazienza. ”Minimo 9 e non oltre 18” era la regola della mia bisnonna Marietta per il Barbaresco e il Barolo, confermata in famiglia dai miei zii Mariuccia e Renzo Farioli che imbottigliavano e commerciavano vino a Busto Arsizio tanti anni fa.
La cantina Gaja produce vino a Barbaresco dal 1859, quando venne fondata dal capostipite Giovanni. Angelo Gaja ne rappresenta la quarta generazione e guida l’azienda (oggi 92 ettari di proprietà per una produzione di circa 350.000 bottiglie annue) insieme con sua moglie Lucia e i suoi tre figli, Gaia, Rossana e Giovanni. La bottiglia è stata nella mia cantinetta in orizzontale fin da quando mi era arrivata in una bella cassettina di legno ed è stata portata su il giorno prima, messa in verticale in un locale a 17-18 °C di temperatura e stappata circa 16 ore prima della degustazione (un’ora per ogni anno di età), ma non decantata, per riuscire a ottenerne un’ossigenazione meno violenta della scaraffatura.
Avevo già visto tappi in un sughero perfetto, soprattutto da Piero Antinori, ma questo li ha battuti tutti quanti. Dopo la stappatura si è pian piano gonfiato in modo assolutamente regolare e simmetrico. La forma sembrava quella di una bottiglia di vetro a collo largo, come quelle del latte di una volta con la capsula in stagnola, e si è rigonfiato un po’ per una lunghezza di circa 4 centimetri, cioè poteva tranquillamente resistere ancora, almeno fino a 25 anni dalla vendemmia, sanissimo come si è dimostrato.
Questo Barbaresco ha conservato più di altri la propria disinvoltura di beva e una sorprendente freschezza. Colore rosso rubino trasparente con riflessi granati, cioè assolutamente tipico. Nessun deposito né sul fondo né sulle pareti, al punto che ho osato capovolgere la bottiglia per “spremerne” anche l’ultima goccia, anch’essa trasparente e bevibile dopo ben 14 anni. Quello del fondo per me non è mai un problema, ma so che all’estero invece hanno un’opinione opposta e ci rimangono male quando vedono le fecce, quando le vedono incollate alla parete e quando qualcuna entra nell’ultimo calice e si è costretti a non bere gli ultimi centilitri. Questo era completamente senza deposito. Mi era capitato una sola volta nella vita, prima, con un Barbaresco Riserva Speciale 1952 Enrico Serafino, bevuto nel 1980.
Il profumo all’attacco era quello classico del Barbaresco, inconfondibile. Un bouquet armonioso, fine e carezzevole come una sottoveste di seta extra di Burano, con aromi di violette, rose rosse e fiori di ciliegio che introducono quelli di ciliegie, prugne, mirtilli rossi e sambuco nero. In bocca è ampio, pieno, equilibrato, di rara pulizia organolettica. Molto piacevole per i tannini morbidissimi che accompagnano delicate note di confetti da sposa e di erbe aromatiche ad aprire la porta al fruttato che si conferma con sfumature di piccoli frutti rossi di bosco e susine mirabolano in confettura. Il finale è delicato, lungo e persistente.
Parliamo del 14,5% di alcool che un po’ mi aveva spaventato nel leggerlo in etichetta, eppure era talmente ben sciolto che non ha affatto prevaricato sul resto. Anzi, si è dimostrato un vino molto ben equilibrato, piacevolissimo, godibilissimo nonostante la potenza, ben celata dietro le quinte.
I profumi e il sapore erano proprio quelli di un grande Barbaresco di quelli che anche nella modernità ricordano la tradizione. Non so se sono state usate le barriques, ma non me ne può fregare di meno perché non si sentivano affatto tannini estranei. Un vino perfetto, davvero, eccezionale, anche perché è andato d’accordo con i ravioli in brodo di carne, con il filetto di cervo alla piastra e perfino con il dolce al cioccolato fondente e alle spezie dolci, insomma regge l’abbinamento con un pasto completo, senza mai cambiare vino, neanche con il Castelmagno. Una dote che non tutti i grandi vini possono vantarsi di avere, anche per tutte le emozioni che ho provato e che sono continuate nella mia mente nei giorni successivi, fino a oggi che finalmente mi sono sfogato e che ho potuto scriverne.
Capisco perciò l’amica Violante che un paio di anni fa, a Natale, assaggiandolo a casa di sua nonna Francesca a cui ne avevo regalato una bottiglia, se n‘era innamorata al punto da portarsela a casa anche se mezza vuota solo perché a Montalcino gli altri non erano abituati a questo livello di acidità…

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