Riflessioni sul Merano International WineFestival 2005
Il Merano International WineFestival è giunto ormai alla sua quattordicesima edizione, e si è ritagliato, sia tra gli operatori di settore che, soprattutto, tra gli appassionati, la fama di un evento “diverso” dalla maggior parte di quelli esistenti sulla piazza italiana, per la qualità delle etichette presenti, per le modalità di selezione dei produttori e dei vini da parte degli organizzatori, per il luogo di svolgimento, il bel palazzo Kurhaus di Merano, per la presenza, più che ad altre manifestazioni del genere, dei produttori stessi e non solo degli agenti e della forza commerciale delle aziende, che, indipendentemente dal loro grado di preparazione, non donano la stessa soddisfazione come, invece, il poter scambiare qualche parola con chi sta in vigna ed in cantina, cioè il reale artefice del vino che poi si degusta.
Eppure, forse, anche per un evento di spessore come questo, è giunto il momento di fare il punto della situazione per capire il senso di manifestazioni del genere: siamo sicuri che lo spirito iniziale con cui è nata questa rassegna, sia ancora quello originario? Dal sito della rassegna, www.meranowinefestival.com, si legge: “Era il 4 novembre del 1992 quando tre amici accomunati dalla passione per il vino decisero di dar vita alla prima edizione del Merano International WineFestival presso l’Hotel Palace di Merano. Nel corso degli anni sono cambiate diverse cose, a partire dalla sede, ma la filosofia è rimasta la stessa…la volontà di offrire la massima qualità selezionata non è mutata.“
La qualità c’è, anche se il numero di aziende selezionate e soprattutto di etichette, in molti casi è sembrato eccessivo, a scapito proprio di quel “poco, ma buono” che, se vogliamo, è il tratto distintivo della rassegna meranese. Leggiamo, questa volta dalla cartella stampa, riprendendo il filo conduttore della qualità, come criterio di scelta : “Una scelta che addetti ai lavori e pubblico hanno mostrato di gradire: nell’edizione 2004 del festival si è raggiunta la cifra record di cinquemila visitatori”. Il successo di un evento del genere, con quale metro lo si giudica? Con il semplice numero di presenze? Se è così, e chi scrive, fa queste considerazioni quando manca ancora un giorno alla fine dell’evento, sicuramente anche questa edizione 2005 del Merano International WineFestival è stata un grandissimo successo e non dubitiamo che supererà i numeri dell’anno scorso.
Domenica 13 Novembre, giorno della nostra visita a Merano, l’affluenza è stata massiccia, ai limiti della sopportazione in alcuni momenti, con stand, anche se questo termine non è corretto da utilizzare, pressoché non visitabili, visto il numero di persone che affollavano certi produttori, certe tipologie di vino, certe denominazioni. Ci dicono che sabato 12 Novembre, giorno di apertura, è stato peggiore, molto peggiore, quasi impossibile tirar fuori un blocchetto per scrivere qualche appunto, piuttosto che trovare spazio fra gli stretti corridoi per cercare di degustare con un minimo di calma e tranquillità.
Considerando, poi, il prezzo del biglietto (60 euro per una giornata e 100 per due), che avrebbe dovuto scoraggiare quanto meno chi non fosse stato realmente più che appassionato e considerando che Merano, seppur incantevole ed ordinata cittadina sudtirolese, non è così agevole da raggiungere come altre località, il successo appare di proporzioni se non epiche, quanto meno sicuramente gigantesche.
In un periodo di inflazione pura di eventi enogastronomici, non c’è che dire, il Merano International WineFestival continua a fare centro, anzi, sempre di più.
Eppure, non siamo così sicuri che tutti siano realmente contenti, dai produttori ai visitatori. Chiediamo: aveva senso fare una fila, più o meno indiana, stile fermata d’autobus o di metropolitana durante le ore mattutine settimanali, per poter accedere, non ancora degustare, alla stretta balconata che ospitava i produttori toscani?
Osservare una ressa, prevedibile, ma sempre inquietante sotto alcuni aspetti, per assaggiare due dita, se va bene, di Ornellaia 2002, all’interno di bicchieri più o meno in condizioni disastrose (precedenti assaggi, risciacqui con acqua, avvinamenti vari con vini di ogni colore e residuo zuccherino)? No, né per chi degusta, né per il produttore, che penso realmente si chieda quanto di quello che c’è dentro il suo vino possa essere realmente percepito in quelle condizioni. Ho citato un caso, ma la stessa scena si è ripetuta in moltissimi altri stand ed anche per vini nettamente meno blasonati.
“Ieri (cioè sabato 12 novembre, nda) ci hanno messo in seria difficoltà, abbiamo praticamente finito alcune tipologie di bottiglie, che non abbiamo più“, ci diceva un produttore piemontese, nella prima mattinata di domenica. Troppi biglietti venduti? Può essere. È riuscita a entrare molta più gente rispetto a quella che aveva il biglietto? Non saprei. Sale troppo piccole? Questo sicuramente.
Qual è il senso di posizionare i banchetti dei produttori toscani all’interno delle balconate della sala principale, strettissime, esteticamente belle e suggestive, per carità, ma di scomodità incredibile, considerando l’interesse che solitamente suscitano i vini di questa regione, soprattutto per le etichette presenti?
Alle ore 16.30, con due ore e mezza di anticipo rispetto all’orario di chiusura, la sala che ospitava i vini francesi, era semi-deserta: dei quaranta Châteaux della prestigiosa Unions des Grand Crus di Bordeaux, la maggior parte, se non la quasi totalità, era sparita lasciando qualche bottiglia vuota sui banchetti ed i colleghi della Champagne, che invece erano ancora presenti, sicché, chi aveva scelto di iniziare da altre sale e di lasciare i bordolesi alla fine, dedicandovi le ultime tre ore della giornata, non ha trovato praticamente nulla.
Ben inteso, questa situazione è oramai il leit motiv di tutte le rassegne italiane, sia di quelle più commerciali, pensiamo al Vinitaly, che di quelle più settoriali e di nicchia, indipendentemente dai criteri di scelta dei prodotti e del conseguente stile comunicativo, quindi nessuno vuol gridare allo scandalo, casomai, diciamo, che ci si è quasi stancamente assuefatti a queste situazioni.
Penso sia però giunto il momento di capire bene quale sia il modo migliore per comunicare e far degustare la qualità e se tutto questo, al di là dei bei numeri, sia realmente un servizio che alla fine porta beneficio a chi propone i propri vini, nonché a chi li degusta. Non penso sia semplice trovare un compromesso che coniughi insieme l’alta qualità dei prodotti e la reale possibilità di mettere i visitatori nelle migliori condizioni psico-fisiche per poterli realmente apprezzare, ma una soluzione deve essere in qualche modo trovata, studiata, magari anche drastica e impopolare, altrimenti il rischio che a tendere insorga una disaffezione, sia da parte del pubblico, che da parte dei produttori, è alle porte, anche per il Merano International WineFestival.
Alessandro Franceschini


