Montalcino e il sogno di Luciano

Luciano Ciolfi è una persona semplice, giovane e innamorato della sua terra e del vino ereditata dal padre Paolo e dal nonno Bramante. Consapevole di trovarsi in un luogo privilegiato, sa che non avrebbe senso accontentarsi di fare un buon vino, non qui. Il suo sogno, da quando ha iniziato a lavorare in vigna, è quello di dare vita a qualcosa che si possa ricordare, che racconti la storia della sua famiglia, che si possa riconoscere fra gli altri, che abbia quella marcia in più che fa la differenza. Obiettivo “alto”, sacrosanto, che richiederà sempre maggiori sforzi, ancora di più per farsi conoscere e apprezzare in una fase certamente non facile. Nel suo caso, fra l’altro, deve fare i conti con il fatto che il primo Brunello, annata 2003, non è ancora pronto per essere messo in commercio. E in una denominazione i cui confini abbracciano poco più del perimetro comunale ma che oggi vanta oltre 200 produttori vinicoli, davvero una bella cifra, è indubbiamente difficile riuscire ad affermarsi, farsi notare senza neanche il proprio vino di punta. Certo, ci vuole tempo, ma forse non basta, e le spese non mancano; lo stesso Rosso di Montalcino non si vende facilmente senza il supporto del fratello maggiore.
Luciano però sta lavorando bene, le vigne sono giovani ma promettono molto perché si distendono in leggera pendenza, sono ben soleggiate e c’è sempre ventilazione, l’altitudine garantisce una buona escursione termica.
Certo le tentazioni sono tante, è facile dire “cosa ti frega delle guide e dei giornalisti”, ma è un fatto che emergere senza di loro è assai difficile, conquistarsi una fetta di mercato andando alle principali fiere di settore, senza poter mostrare riconoscimenti della carta stampata è dura.
E intanto la gestione dell’azienda, dei macchinari, della vigna, continua a pesare sul bilancio familiare. Sarebbe ingiusto non comprendere le perplessità di un giovane vignaiolo che crede in quello che fa ma deve fare i conti con un mondo che non guarda in faccia a nessuno e, spesso, trascura proprio chi meriterebbe maggiore attenzione e incoraggiamento. Le tentazioni non mancano, quando sai che altri produttori in zona fanno uso di concentratori o di apparecchiature moderne come il Ganimede (si tratta di un particolare fermentatore che, attraverso l’uso di un bypass, riesce a sfruttare la grande quantità di energia prodotta naturalmente dall’anidride carbonica durante il processo fermentativo, rendendola sempre disponibile; il fine è quello di effettuare un’estrazione selettiva dalle vinacce delle sole sostanze nobili). Scelte non facili, perché si rischia di entrare in una logica dalla quale difficilmente si torna indietro. Deve essere la tecnica di cantina a incidere in modo determinante sulla qualità, la struttura, l’aromaticità di un vino? E soprattutto, chi usa certe pratiche, lo fa solo in situazioni estreme, come in annate particolarmente deboli o, piuttosto, seguendo i dettami di una moda che in Toscana stenta a passare, cerca di ottenere vini sempre iperconcentrati, neri, opulenti e marmellatosi?
Ne abbiamo parlato più volte con Luciano, è importante non perdere mai i propri principi e obiettivi, il vino che esce dalla cantina deve essere il vino del produttore, e di nessun altro. Lavorare il sangiovese grosso (perché questa è l’unica uva presente in vigna, a parte un filare di colorino) non è banale, è una varietà incostante, molto sensibile al clima, se lasciata andare può diventare molto produttiva, ma se la si sa lavorare bene, può dare grosse soddisfazioni. Quando sono passato in azienda, giorni fa, Luciano mi ha fatto notare alcuni grappoli (ovviamente immaturi, sebbene siamo avanti di almeno un paio di settimane), serrati, dove gli acini ancora piccoli sono già molto attaccati, sembrano volersi cacciare a vicenda. In questi casi c’è il rischio di marciume, perché non c’è possibilità di passaggio d’aria all’interno del grappolo e la compressione fra i frutti può portare alla rottura della buccia. È un esempio in cui è necessario l’intervento dell’uomo, per ridurre il numero di acini ed evitare rischi.
È quasi l’una e fa caldo ma c’è una brezza molto gradevole che non fa sudare. Prima di andare a mangiare un boccone all’Osteria di Porta al Cassero, in via Libertà 9, a pochi passi dalla fortezza, chiedo a Luciano di farmi degustare il Brunello 2003, che debbo dire non mi dispiace affatto. Certo si sente il frutto maturo, ma non ci sono eccessi e l’alcool non disturba, nonostante l’annata non esaltante riesce a esprimere personalità e una certa eleganza. D’altronde qui il caldo non è arrivato a punte estreme e la notte un minimo di fresco c’è sempre stato. Deve affinare ancora, ovviamente, ma sta dimostrando di avere le carte per dare soddisfazione a chi lo volesse acquistare. Le botti utilizzate sono quelle tradizionali, rovere di media grandezza di Garbellotto, sempre affidabili.
Per quanto riguarda il Rosso di Montalcino 2005, è stata un’ottima annata, tutte le analisi dimostravano valori importanti e rassicuranti, infatti il colore è un bel rubino con riflessi granati, non profondo ma di ottima vivacità; profumi caratteristici, freschi e ricchi di frutto, come ci si aspetta dal Rosso di Montalcino, ma c’è anche eleganza, spezie che affiorano man mano che respira, viola, ciliegia e amarena mature, cannella, una punta di polvere di caffè, note che ricordano il tabacco e la terra. Al palato è generoso, rotondo ma ben sostenuto dall’acidità e con un tannino vellutato, mentre si affaccia una piacevole sapidità che accompagna il frutto e le spezie in una lunga e piacevole persistenza. La terra è buona, la classe sta uscendo fuori con il maturare delle viti, gli assaggi dei futuri Brunello 2004 e soprattutto 2006 sono davvero incoraggianti. Non mancherò di parlarvene ancora e di presentarvi le future novità.
Roberto Giuliani



