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Ci sono persone che hai avuto la fortuna di conoscere e ringrazi il destino per averti concesso questo privilegio. Ci sono altri personaggi che invece avresti voluto incrociare lungo il tuo cammino e invece rimpiangi che questo non sia accaduto e ti devi accontentare dei racconti e delle testimonianze altrui. Nel mio caso Bartolo Mascarello fa parte purtroppo di questa seconda categoria. L’aneddoto della bottiglia di Barolo annata 1995 con un etichetta disegnata da Bartolo (nel 1999), chiaramente avversa a due fenomeni, che nei rispettivi campi, calamitavano le attenzioni del momento (e purtroppo non solo del momento in un caso specifico), descrivono la filosofia, in materia di vino, e i valori morali, di un personaggio che ha fatto la storia del suo territorio. Devo ammetterlo. La tripla B (Barolo senza Barrique e senza Berlusconi) ha da subito attirato le mie simpatie. Sono sicuro che Bartolo sarebbe stato per me un grande maestro di vino e di vita. In questo mondo esistono due categorie di persone. Quelli che pensano di essere eterni e credendosi grandi si affannano tutta la vita ad accumulare ricchezze materiali e titoli di potere senza preoccuparsi degli interessi della collettività. E chi invece è conscio che in questo mondo siamo di passaggio e che quindi lo scopo della vita è cercare di lasciare un mondo migliore a chi verrà dopo di noi. Questi ultimi possono sicuramente definirsi: grandi personaggi. Bartolo è stato uno di questi. Un uomo che è riduttivo definire solo vignaiolo. Un filosofo delle Langhe che ha lasciato in eredità alla sua terra uno scrigno di insegnamenti e valori morali inestimabile. Maria Teresa, la figlia, è sicuramente il frutto più prezioso che il suo entusiasmante percorso di vita personale è riuscito a lasciare in eredità. Incontro Maria Teresa una mattina di luglio e il destino vuole che mi presenti all’uscio proprio mentre due nuove botti in rovere di Slavonia da 50 hl, faticosamente, stanno cercando di accomodarsi in cantina. Andranno a sostituire due vecchie sorelle che oramai hanno ampiamente fornito il loro pluridecennale contributo. Fortunatamente sono riuscite ad evitare lo scomodo “club degli esodati”, e si sono guadagnate la meritata pensione dopo aver coccolato nel loro grembo molteplici annate di preziosi “nettari langaroli”.
Botti grandi in casa Mascarello hanno da sempre avuto un significato importante che andava oltre il loro normale utilizzo. Significava lavorare con calma, senza fretta, rispettando le tradizioni e le esigenze dei vitigni senza diventare ostaggi della frenesia commerciale dei tempi moderni. La storia quasi centenaria dell’azienda ha sempre avuto lo stesso filo conduttore che ha legato le varie generazioni con una sorta di cordone ombelicale impossibile da recidere. A nonno Giulio va dato il merito di aver piazzato solide fondamenta in tempi non facili e di essere diventato uno dei primi piccoli produttori a vinificare le uve in proprio. Dalla vendita ai privati del vino in damigiana e dalle piccole produzioni in cantina, arrivarono le risorse che permisero di acquisire piccoli appezzamenti di vigna in alcune delle migliori posizioni di Barolo, nei Cannubi, a San Lorenzo e Rué, e poi, più tardi, nelle Rocche di La Morra. Negli anni sessanta entra in scena Bartolo andando ad affiancare in azienda il padre Giulio. Bartolo aumenta sensibilmente la parte di vino imbottigliata, ma non va a modificare il modo di lavorare del padre. Nei 5 ettari di proprietà, 3 dei quali adibiti alla coltivazione del Nebbiolo per produrre il Barolo, la filosofia di lavoro è semplice: rispettare le terra e i suoi equilibri producendo uve sane e di primissima qualità senza far uso di sostanze chimiche o tecnologie moderne. In cantina si respira l’aria tipica della tradizione di Langa. Bandita qualsiasi scorciatoia che miri a ottenere in fretta quello che solo il tempo può donare ad un vino. Lunghe macerazioni sulle bucce e utilizzo di botti grandi in rovere di Slavonia sono quanto serve a un vitigno straordinario ma difficile come il nebbiolo, per diventare un grande Barolo. Il nebbiolo è un vitigno al quale bisogna avvicinarsi con rispetto e molta umiltà. Ha bisogno di dedizione e tempo per poter smussare i suoi ruvidi tannini giovanili. La storia di Bartolo non è fatta di solo vino e azienda, perché le sue lotte e le sue battaglie in difesa del territorio e delle sue tradizioni, faranno di lui una figura stimata e punto di riferimento per tutte le Langhe. Una malattia lo costringerà ad abbandonare la vita attiva passata fra vigne e cantina, ma non per questo verrà meno il suo importante e carismatico contributo.
Sono gli anni in cui la malattia del padre, accelera l’affacciarsi nella vita aziendale di Maria Teresa. Figlia unica, decide in gioventù di dedicarsi a studi umanistici e si laurea in lingue e letteratura straniera. Gli albori della vita di Maria Teresa e le sue scelte sembrano dirigerla verso un futuro lontano dal vino e dall’azienda. La madre e il padre la lasciano decidere senza interferire, e questo risulterà decisivo per le sue successive scelte. Infatti, l’amore e la passione per la famiglia e per la sua terra, la porteranno a ritornare a casa per dare così una continuità alla tradizione aziendale. Maria Teresa inizia dapprima ad occuparsi di faccende amministrative e curare l’accoglienza. Ma il corso degli eventi la porteranno presto in vigna e in cantina. Siamo nel 1997. Nonostante non avesse alla base studi tecnici, riversa tutto il suo impegno e la sua passione in un lavoro che era in ogni caso parte del suo DNA. Per qualsiasi consiglio e insegnamento c’era poi un consulente di primissimo livello come il padre Bartolo, ben lieto di supportare le scelte lavorative della figlia. Il 2005 è un’annata importante nella vita di Maria Teresa, sia dal punto di vista emotivo che professionale. A marzo muore Bartolo lasciando un vuoto incolmabile non solo in famiglia, ma in tutte le Langhe che piangono uno dei suoi abitanti più valorosi. Maria Teresa diventa unica responsabile delle sorti dell’azienda. Un grande impegno che si dimostra da subito pronta a raccogliere. Un lavoro e una storia che chiedevano di essere continuati senza stravolgere nulla, restando fedeli al territorio e alle sue tradizioni. Il primo Barolo prodotto da sola, annata 2005, è il segnale chiaro che ha oramai acquisito tutte le conoscenze necessarie, ma soprattutto la filosofia e la sensibilità che da sempre hanno contraddistinto i vini di casa Mascarello. Un vino che ha piacevolmente sorpreso i tanti estimatori del padre che forse, con qualche pregiudizio di troppo, non pensavano che il futuro fosse in così buone mani.
Nei 5 ettari di proprietà che regalano circa 30mila bottiglie, Maria Teresa non ha apportato nessun cambiamento, se non aggiungere il suo tocco di femminilità. La parte del leone della produzione spetta naturalmente al Barolo con 15-20mila bottiglie. Uve di Nebbiolo che arrivano perfette in cantina dai quattro vigneti di proprietà e che poi andranno a formare l’assemblaggio finale. Fermentazione in vasche di cemento e lunghe macerazioni sulle bucce di 40-50 giorni. Una lunga maturazione in botti grandi di rovere di Slavonia dove il vino vi resterà 3 anni prima di essere imbottigliato e affinarsi per ancora un anno. Naturalmente l’anno in bottiglia sancirà il via libera per l’entrata in commercio. Ma questo Barolo va aspettato. Da giovane regalerebbe tutte le sfumature tipiche di un puledro di razza che è ancor lungi dall’essere domato. Solo il tempo riuscirà però a donare quell’arcobaleno di emozioni e sensazioni che solo l’uva nebbiolo e un certo modo di lavorare sono in grado di regalare. Barolo ma non solo. Anche le altre tipologie delle Langhe sono ben rappresentate. La Freisa si contraddistingue per la vivace complessità che la rende deliziosa e di immediata bevibilità. Viene ripassata sulle vinacce del nebbiolo per renderla più corposa. La fermentazione non è completamente svolta in modo da lasciare un piccolo residuo zuccherino che permetterà in bottiglia di ottenere una seconda fermentazione che porterà nel bicchiere una dose di frizzante vivacità. Nove i mesi di maturazione in botti grandi di rovere di Slavonia. Il Dolcetto d’Alba affinato sempre 9 mesi in botti grandi è una chiara espressione di tipicità varietale, mentre la Barbera d’Alba, dopo 2 anni in botti grandi, esprimerà tutte le sue potenzialità e la sua ricchezza di corpo spalleggiata dalla tipica vena acida che questa tipologia riesce a donare. Ultima etichetta in produzione è il Langhe Nebbiolo che provenendo dalle stesse vigne da cui si ricava il Barolo, è un prodotto di grande personalità e importante bagaglio aromatico. Matura nove mesi o due anni, a seconda dell’annata, in grandi botti di rovere di Slavonia. Molte volte si leggono un’infinità di luoghi comuni che a me sinceramente non entusiasmano, ma questa volta non credo di scivolare anch’io sulla classica buccia di banana se vi dico che mai come in questo caso il vino è lo specchio della personalità e dell’essere del produttore. Maria Teresa è stata brava a mantenere un filo conduttore con quanto avevano fatto il padre e prima di lui il nonno. I suoi non sono semplici vini. Raccontano una storia. Descrivono un territorio. Rappresentano una filosofia ed esaltano quei valori troppo spesso bistrattati nella società moderna. Chi ama il vino, ma soprattutto la vita non può che emozionarsi quando un vino è capace di raccontare tutto questo.
DIALOGANDO CON IL PRODUTTORE
Essere figli di un grande produttore di solito indica chiaramente la strada da seguire. Tu invece fino a vent’anni eri astemia. Hai frequentato l’università e ti sei laureata in lingue e letteratura straniera. Come mai non è scattata immediatamente la scintilla per il mondo del vino ma solo in seguito c’è stato un punto di svolta che ti ha ricondotto lungo la strada tracciata da tuo padre? Nascere in una famiglia di produttori segna indubbiamente una possibile strada da seguire ed è una grossa responsabilità se le aspettative dei tuoi cari sono tutte rivolte in tal senso. Io ho avuto una fase giovanile nella quale non ero certa quale fosse la strada più giusta da percorrere. A 14 anni, quando mi sono iscritta al liceo, non sapevo cosa mi sarebbe piaciuto fare nella vita, avevo all’orizzonte varie possibilità. Mio nonno Giulio, essendo io l’unica nipote, desiderava che dessi continuità e un futuro alle sorti dell’azienda. Ma devo ringraziare i miei genitori perché non mi hanno mai imposto nulla, mi hanno lasciata libera di decidere. Questa autonomia è stata decisiva nella mia scelta di legare il mio futuro all’azienda. Una scelta che è stata dettata principalmente da motivazioni sentimentali, dal profondo legame che mi univa alla famiglia, alla mia terra e le sue tradizioni. Poi non da meno la grande passione per questo meraviglioso mondo. Sono stata felicissima di aver fatto questa scelta. Mi viene da ridere se penso che ho bevuto il primo vino solo a 20 anni. Lo ricordo ancora, era un Sauternes Château d’Yquem. Ma anche se avendo fatto un percorso scolastico totalmente diverso non avevo una preparazione tecnica, ho potuto attingere agli insegnamenti di mio nonno e di mio padre che a piccoli passi mi hanno formato e trasferito tutto il loro sapere. D’altronde nemmeno loro hanno frequentato la scuola di enologia. Fare vino è da sempre stato un mestiere artigianale che si tramandava da una generazione all’altra, di padre in figlio, e questo non gli ha impedito certo di fare degli ottimi vini.
Qual è l’insegnamento più grande che ti ha trasmesso tuo padre e cosa pensi di aver portato di nuovo con il tuo lavoro e le tue idee? L’insegnamento era sotto i miei occhi ogni giorno, osservando il suo modo di lavorare e i suoi comportamenti. Il grande amore che aveva per il territorio. Il rispetto che nutriva per il lavoro fatto dalle generazioni che lo avevano preceduto. Il suo grande impegno e le sue lotte che miravano sempre a tutelare e difendere la sua terra. Una sorta di missione nella quale ha investito sempre tante risorse e tanta dedizione. Da mio padre ho imparato la necessità di lavorare in vigna senza far uso di prodotti chimici. L’importanza di praticare un mestiere dove l’aspetto principale non doveva essere quello prettamente commerciale ed economico, ma dove doveva prevalere il rispetto per una professione da svolgere con amore e serietà. Mi ha insegnato a seguire sempre certi valori senza farsi condizionare e senza mai scendere a compromessi. Io non ho fatto altro che portare avanti i suoi insegnamenti e la sua filosofia mettendo in campo la mia personalità che ovviamente è diversa da quella di mio padre come è diversa da persona a persona.
Qual è lo stato di salute di un importante territorio come le Langhe? I figli della sua terra, partendo dal Barolo per arrivare alla più semplice Freisa, riescono a farsi valere nei mercati anche in tempi di crisi e diminuzione dei consumi? Anni fa si respirava un’aria migliore. Tutto andava a gonfie vele e la notevole richiesta di Barolo ha portato ad un aumento indiscriminato delle produzioni che negli ultimi dieci anni sono raddoppiate. Si sono fatti notevoli danni. Si è mancato di rispetto al territorio. Si è messo in pericolo l’equilibrio ambientale della zona. Sono state piantate viti in ogni spazio disponibile a danno di altre colture tipiche della nostra terra, in zone alle volte non vocate alla produzione di un vino così importante. Ora che è arrivata la crisi, molti si trovano con le cantine piene e non riescono a vendere una produzione che è sproporzionata rispetto alle reali richieste dei mercati. Il risultato è vedere bottiglie di Barolo nei supermercati, a prezzi stracciati nell’affannoso tentativo di salvare il salvabile. Tutto questo ha creato un grave danno di immagine al Barolo, svilendo al tempo stesso il lavoro di quei produttori che da sempre lavorano in maniera seria.
No barrique. No Berlusconi. Era il 1999 e tuo padre era stato lungimirante anche in termini di politica e rischi che correva il nostro paese. Lasciamo stare il discorso economico, al quale la crisi globale può aver dato il suo contributo. Lasciamo stare le contrapposizioni di bandiere e colori politici che oramai sono quasi anacronistiche. E’ però sotto gli occhi di tutti il degrado culturale e sociale al quale siamo arrivati dopo anni di spot e apologie inneggianti a falsi valori. Questo non è sicuramente il mondo che tuo padre avrebbe voluto. In termini invece di scontro d’idee fra tradizionalisti e modernisti del Barolo, le posizioni sono restate quelle del passato o qualcosa è cambiato nelle Langhe? La nostra azienda non ha cambiato di un millimetro la propria posizione e i propri convincimenti. Ci sono tanti produttori, come la nostra famiglia, da sempre fedeli a un certo modo di lavorare. Ci sono altri invece che hanno fatto un passo indietro e stanno ritornando all’uso della botte grande. I mercati si sono stancati della barrique e dei suoi aromi tostati e vanigliati e ora richiede vini che rappresentino il territorio e la tipicità del vitigno. Non si tratta quindi di una conversione ideologica ma dell’ennesimo adattamento ai voleri dei mercati. Una retromarcia a cui certi produttori sono stati costretti. Le stesse guide di settore, che un tempo premiavano generosamente l’uso della barrique, adesso stanno riscoprendo i vini prodotti nella maniera tradizionale. Il mio parere è che un grande vino come il Barolo meriti rispetto e non deve essere immolato e sacrificato alle leggi dei mercati o alle tendenze delle guide di settore.
Il primo Barolo fatto da sola non si scorda mai. Che emozioni e che ricordi hai di quel vino targato 2005, che le vicende della vita ti hanno portato per la prima volta a dover seguire da sola? I ricordi e le emozioni sono grandi. E’ l’anno che vede la scomparsa del mio “consulente” più fedele ed appassionato, mio padre Bartolo. A causa della malattia che lo aveva colpito non seguiva già da tempo i lavori in vigna e cantina, ma era un insostituibile punto di riferimento, sempre pronto a dare il consiglio giusto al momento più opportuno. Il 2005 è un’annata alla quale sono molto legata. Un’annata climaticamente difficile, in autunno sono arrivate piogge che sono proseguite ininterrotte. Noi siamo riusciti a terminare la vendemmia 2 giorni prima che sopraggiungessero le precipitazioni e così siamo riusciti a portare in cantina delle uve in ottimo stato. Avevo tutti gli occhi puntati addosso. Ero attesa al varco. Molti magari pensavano non fossi in grado di continuare in maniera adeguata il lavoro di mio padre, invece sono riuscita a fare un Barolo che la clientela ha molto apprezzato. La mia gioia è stata doppia: essere riuscita a non far rimpiangere il lavoro di mio padre e produrre un vino di ottima qualità.
In una sua bella citazione, Sandro Sangiorgi ha definito le varie componenti che portano a produrre un vino: il terroir lo spartito, il vitigno lo strumento, il vignaiolo l’esecutore. Per produrre vini d’alto livello, quale di questi componenti risulta essere più importante? L’elemento fondamentale è la posizione ottimale delle vigne, dove un grande vitigno come il nebbiolo possa dare il meglio di sé ed esprimere tutte le proprie potenzialità. L’esecutore deve poi stare attento in cantina a non arrecare danni e rovinare quanto di buono fatto in vigna. Deve solo valorizzare un’uva che, una volta in bottiglia, dovrà essere espressione dell’andamento climatico, dell’annata e del terroir. Ma il punto di partenza è sempre un ottimo spartito, una terra vocata nella quale lavorare senza forzature o giochi di prestigio.
Viviamo in un mondo dove tutti vanno di fretta. La frenesia non permette di godere delle piccole grandi cose che la vita ogni giorno ci dona. Molte volte succede anche con il vino. La gente stappa la bottiglia. Beve veloce e non ha la pazienza di attendere, di riflettere e di carpire le emozioni che un vino riesce a darti. Qual è il rapporto con i tuoi clienti, soprattutto nei confronti del Barolo che più degli altri ha bisogno di tempo e comprensione? Ho la fortuna di avere un contatto diretto con i miei clienti, persone che conosco da anni e sono diventate anche mie amiche. Sanno già cosa aspettarsi dal mio Barolo. Sanno che io rifiuto le cose che vanno di fretta e sono abituata a fare tutto lentamente. Il mio Barolo va aspettato. Dà il meglio di sé dopo una decina d’anni. I clienti oramai capiscono e sanno come meglio conservare e consumare i miei vini. Ho la fortuna di avere una produzione limitata che non ha problemi ad essere venduta. Io cerco di accontentare tutti i miei clienti fedeli. Sarebbe più facile piazzare tutta la produzione in qualche ricco mercato, ma significherebbe venir meno alla filosofia e al modo di essere che da sempre ha contraddistinto la mia famiglia. Ci tengo a mantenere certi rapporti. Non sono i ricconi del momento che ti danno una mano nei periodi di difficoltà, ma l’aiuto ti viene dai vecchi clienti con i quali hai instaurato un rapporto di amicizia e fiducia. Per loro sarà sempre disponibile una parte della produzione, che magari non soddisferà appieno le loro richieste in termini di bottiglie, ma oramai sanno che il mio modo di lavorare è questo e lo accettano.
Qual è il desiderio che vorresti realizzare o il regalo che ti piacerebbe ricevere nel 2019, quando festeggerai il centenario di attività dell’azienda? Sono più abituata a vivere la quotidianità piuttosto che sognare ad occhi aperti, anche se anch’io alle volte lascio andare le mie fantasie. Se devo proprio dire una cosa, il sogno sarebbe quello di poter avere una continuità nel mio lavoro, qualcuno che prenda un domani il mio posto e continui la tradizione dei Mascarello. Una volta non ci pensavo, poi con il passare degli anni ho iniziato a riflettere su quello che potrebbe essere il futuro. Non avendo figli è un pensiero che alle volte si presenta nei miei momenti di riflessione. Ma un erede non è un qualcosa che si progetta a tavolino, è il frutto di situazioni più profonde e alle volte legate al destino. Sono sempre stata abituata a lavorare e dedicare amore e cure ai miei vini che ho sempre trattato come dei figli e questo mi ha sempre dato grande gioia e soddisfazione. Non rinnego le mie scelte e la mia vita, solo che se penso a quello che potrà essere il futuro dell’azienda, dico che… forse è meglio non pensarci.
C’è un personaggio famoso che ti piacerebbe conoscere, chiacchierando seduti con vista sui tuoi splendidi vigneti, sorseggiando una delle Magnum di Barolo che dal 1955 sono accantonate nella riserva aziendale? Per carattere non mi piace andare dietro alle persone famose. Adoro stare assieme ai miei amici, alle persone che frequento abitualmente, ed è con loro che mi piace chiacchierare e condividere le emozioni che un vino riesce a trasmetterti. Ci sono stati dei personaggi famosi in azienda. Uno fra tutti la regina Beatrice d’Olanda che portata da un amico nel 1997 è venuta a visitare la cantina. Nonostante l’imponente servizio d’ordine e il numeroso seguito, è stata una visita piacevole. La regina possiede una tenuta nelle colline del Chianti ed ha apprezzato ben 3 bicchieri di Barolo annata 1964. Un’altra visita che mi ha fatto enorme piacere per lo spessore del personaggio, è stata quella del leggendario violoncellista e direttore d’orchestra russo Rostropovich. Ma non è che per forza debba condividere certi momenti con qualche celebrità, anche se adesso che ci penso, mi è venuta in mente una persona con la quale non mi dispiacerebbe interloquire: il Presidente Napolitano, persona che ritengo di notevole spessore e a cui va dato il merito di essere stato recentemente uno dei pochi punti di riferimento in una nostra Repubblica che stava andando (o forse va ancora) verso una deriva di valori e principi morali.
Che etichetta pensi starà in questo momento disegnando tuo padre Bartolo, mentre dal cielo si sta rallegrando del brillante lavoro che sta facendo sua figlia? Pensando all’etichetta che aveva fatto nel 1999, e che rappresentava un muro con scritto “No Barrique, No Berlusconi”, con tanto di foto di quest’ultimo, penso che disegnerebbe lo stesso sfondo del muro, con le scritte che si stanno sciogliendo e scomparendo e con la stessa foto di Berlusconi che si sta sbiadendo sempre di più. Con l’augurio che il muro possa accogliere delle nuove scritte piene di speranza per un futuro migliore.
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