Fuligni: una bella terrazza di Montalcino sulla Cassia

Quando sono capitato a Montalcino la prima volta, avevo 18 anni. In moto, ovviamente. Impegnato anche fin troppo a superare curve e controcurve con il cambio a pedale sulla salita dalla Cassia verso il borgo, non mi poteva certo scappare lo sguardo verso il portale del cancello dei Fuligni e il suo bel viale di cipressi che si apre a sinistra sulla provinciale del Brunello e scende fino alla sede dell’azienda costeggiando la vigna San Giovanni, quella delle rose ad ogni filare, nascosta da un oliveto. Nei primi anni ’70 eravamo attratti solo dal borgo in cima alla salita, ignorando per strada gli angoli più belli del territorio di Montalcino, tra cui questo, che ha la vista più ampia su un panorama da favola.
I prezzi nel borgo turistico non erano certo da studenti e ci obbligavano a passare oltre, sulla strada per Sant’Antimo e Castelnuovo dell’Abate, cioè la porta sulla Maremma, dove cercare un’osteria a prezzi popolari. Allora come oggi la si trova all’incrocio fra la strada del Monte Amiata e quella per la Maremma ed è l’Osteria Bassomondo dell’indimenticato Vasco Sassetti, vini e formaggi di produzione propria su tavolacci di legno massello, spesso fuori, dato il poco spazio in sala da pranzo. Il suo è stato il mio primo vino rosso nella terra del Brunello, quando lo serviva sfuso in tavola.
Montalcino era solo un paesotto contadino che dominava una grande campagna da una parte e una grande foresta dall’altra, turismo zero, ma il vino era buono. Eppure, nonostante la DOC ottenuta nel marzo del 1966, erano pochi a farlo “ufficialmente”: nel 1972 soltanto 29 aziende avevano denunciato 4.730 quintali di vino prodotto, il resto era in nero e molti vigneti non risultavano nemmeno registrati anche se già si era sulla strada per ottenere la DOCG, come informava La Starcia del 25 ottobre 1972.
I Fuligni erano arrivati a Montalcino fin dal 1770 e i loro terreni sul poggio erano dunque già iscritti al Catasto Lorenese (1776-1832). L’azienda era stata fondata nel 1923 e produceva sia olio che vino dai terreni scoscesi fra quelle curve maledette della strada provinciale, ma per meritarsi la considerazione degli enoappassionati doveva capitare nel 1971 in mano alla dottoressa Maria Flora Fuligni, una donna che ha determinato subito una svolta nello stile della viticoltura e della vinificazione. Come gli altri pochi produttori e imbottigliatori di allora, faceva un vino rosso molto limpido e cristallino, con aromi di petali di rosa nera e piccoli frutti di bosco, tanto da ottenere grande successo dovunque, specialmente nella Milano dove mi ero trasferito dopo gli studi in Piemonte e dove li trovavo da Solci – Mondialvini.
Con suo nipote Roberto Guerrini Fuligni, docente alla Facoltà di Legge dell’Università di Siena che nel tempo libero è sempre in azienda, e con l’enologo Paolo Vagaggini è cambiato qualcosa e il vino di oggi è un po’ più scuro e un po’ più denso (anche se, rispetto ad altri versanti di Montalcino deriva da uve più rinfrescate da Tramontana e Grecale), assecondando maggiormente il gusto dei turisti stranieri.
Oggi la tenuta si estende su circa 100 ettari, di cui quasi 6 vitati sul versante Nord-Est che scende dal borgo, con le storiche vigne San Giovanni e Ginestreto intorno all’ex convento di Cottimelli e alla sede aziendale poco più sopra (GPS 43.05691 N e 11.505647 E), su suoli in prevalenza di galestro e tufo, e altri 6 ettari circa intorno alla loro Villa San Giovanni in località Semiti, sulla provinciale 14 a un passo da Torrenieri (GPS 43.066036 N e 11.531392 E), su suoli argillosi. Le altitudini nelle due tenute vanno dai 320 ai 430 metri sul livello del mare. Le uve sono coltivate per lo più a cordone speronato doppio (densità di 3.333 piante per ettaro nelle vigne vecchie di oltre 30 anni e 5.000 nelle nuove) e di solito si raccolgono tra metà settembre e i primi di ottobre, perché maturano un po’ più lentamente di quelle che si affacciano sull’Orcia e sulla Maremma dai versanti meridionali di Montalcino, anche se nel 2017 la siccità ha costretto ad anticipare di molto tutte le vendemmie. Ricordo che in passato alcune annate di Brunello non sono state nemmeno prodotte perché non ritenute all’altezza degli standard dell’azienda. In futuro saranno queste le vigne che sopporteranno meglio il surriscaldamento del pianeta?
La piacevolezza comunque è più immediata. Posso confermarlo perché mi è successa una cosa piuttosto rara: mi sono pian piano scolato un’intera bottiglia di Rosso di Montalcino Ginestreto 2014 degli eredi Fuligni. Di solito riesco a trattenermi, ma stavolta l’autodisciplina non ha funzionato, non è riuscita a funzionare. Forse era un po’ troppo concentrato per un Rosso di Montalcino e soprattutto di quell’annata, ma è andato giù volentieri. Mi reggevo lo stesso su una gamba sola e non dava alla testa, ma vi consiglierei una prudenza maggiore della mia. Si è dimostrato un vino piacevole, nonostante il tenore alcolico elevato e per giunta inatteso, essendo il frutto di un’annata in cui non tutto è andato bene a livello meteorologico, con quell’estate piovosa e fredda, con quelle vendemmie complicate e con le dovute selezioni più rigorose e accurate delle uve che hanno prodotto vini eleganti, non potenti, ma equilibrati, anche se non proprio adatti agli abituali lunghi invecchiamenti.
Riporto a tal proposito il giudizio di Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio nel febbraio 2015: «La vendemmia 2014 ci ha riportato indietro di 30 anni, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, quando i grappoli si portavano in cantina a fine settembre e la vendemmia si protraeva fino all’ultima decade di ottobre. Sulla qualità, è indubbio che l’elevata acidità delle uve e l’uniformità di maturazione, anche se lenta, ci porta una buona aria di ottimismo sulla bontà del vino imbottigliato».
Buono dunque il Rosso di Montalcino 2014 Ginestreto, affinato per circa 6 mesi in tonneaux di rovere francese, ho voluto perciò comprarmi sul posto anche il Brunello di Montalcino, di cui nelle annate migliori si fa anche la Riserva come nel triennio 2006-7-8 e nel 2010. Il Brunello di Montalcino 2012 degli eredi Fuligni è un assemblaggio finale di vinificazioni separate, per tipologia di terreno ed esposizione, dalle vigne San Giovanni, Il Piano, La Bandita e Il Ginestreto, dove in estate si è effettuata la potatura verde con diradamento dei grappoli per contenere la resa entro i 50 quintali per ettaro. La raccolta è avvenuta manualmente, in piccole cassette, con rapida consegna alla cantina che sta proprio in mezzo alle vigne. Vinificato in tini da 60 hl di acciaio inox, dopo la fermentazione innescata da lieviti selezionati, con una macerazione di 21 giorni sulle bucce a temperatura controllata, e dopo la malolattica è passato a maturare nei tonneaux Gamba da 5 e da 7,5 hl per alcuni mesi e infine in grandi botti Garbellotto da 30 hl di rovere di Slavonia, per un totale di 2 anni e mezzo in legno. Quando si produce il vino per la Riserva, si usano invece soltanto le botti grandi in rovere di Slavonia.
L’annata 2012 in tutto il territorio di Montalcino ha prodotto uve di alta qualità, è stata classificata 5 stelle, cioè eccezionale e i vini ne sono risultati equilibrati, eleganti, con tannini fini, aromi intensi e ottima acidità. Anche il Brunello di Montalcino 2012 degli eredi Fuligni mostra le stesse doti, se lo si lascia prendere aria più a lungo nel calice, perché all’inizio il naso non è così ampio, con molta cantina e poca vigna, tanto estratto e morbidezza, ma poco floreale e freschezza. Con il tempo, nel calice, respira e si apre a belle note iniziali di manto equino, rabarbaro e tamarindo, liberando un fondo persistente di ciliegia nera cui si aggiungono mano a mano le sensazioni di more e prugne e perfino un tocco di ginepro e liquirizia. Sapido e agrumato nel finale, penso che sia uno dei vini di Montalcino che potrà cambiare nel tempo, affinandosi ancora in vetro e magari liberando anche quegli aromi floreali e fruttati che riconoscevo in quelli del 1978 e del 1985, a patto che le bottiglie vengano mantenute in orizzontale, al fresco, al buio e all’umido. Il tappo di sughero bianco di elevata qualità e la capsula in stagnola molto spessa mi fanno pensare che anche chi l’ha prodotto abbia le stesse mie aspettative.
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