|
Mi sono chiesto più volte se potesse avere un senso parlare dei vini di un’azienda, anzi di un marchio, che non esiste più. Sono passati sette anni da quando conobbi Jan Theys, allora “gestore” dell’azienda Caiarossa a Riparbella (PI), di proprietà dell’imprenditore olandese Eric Albada Jelgersma. Jan aveva idee molto chiare, voleva lavorare in biodinamica e riteneva che la terra che circondava l’azienda, il bosco che delimitava i vigneti e il microclima fossero ideali per questa filosofia. Quindi nessun intervento invasivo, niente modifiche alla composizione dei terreni né all’assetto, impianti molto fitti ma nessuna forzatura per ridurre il quantitativo di uva, bensì lasciando che le piante si adattassero alle basse rese secondo i loro tempi. Il 2004 fu un anno di sperimentazioni approfondite e di scelte difficili, anche perché Jan, pur avendo un’ottima conoscenza teorica della filosofia biodinamica di Rudolf Steiner, non poteva dire altrettanto della messa in pratica in una zona della Toscana che per lui era tutta da scoprire. Ma Caiarossa, oggi seguita dal bravo enologo Dominique Genot, non era il suo solo obiettivo: la sua forte voglia di capire e approfondire le conoscenze enologiche e i “luoghi del vino” italiani, lo spinsero a oltrepassare la regione e spingersi in altre aree, alla ricerca di piccoli viticoltori di qualità che gli vendessero le loro uve, rigorosamente autoctone e da vecchie piante, appena fermentate, affinché potesse vinificarle e maturarle a Caiarossa, per dare vita alla linea “La Fattoria Fiamminga”. Sette vini ottenuti da uve provenienti dalla Sicilia, dalla Puglia e dall’Abruzzo. Io ne acquistai quattro tipologie (pensavate che quelli come me prendono i vini sempre gratis? Sbagliato…): il Dalmiro, il Feudo Felice, il Maru Neru e il Colle Barone, tutti provenienti dalla vendemmia 2002, da molti considerata minore poiché il clima non fu certo dei migliori. Parlarne oggi, per me, è motivo di spunti e riflessioni. Quattro vini che, per forza di cose, rientrano nei disciplinari Igt, in quanto vinificati e imbottigliati in altra sede. Un’annata lungamente piovosa in molte regioni d’Italia, tanto da aver indotto molte aziende a non produrre i loro vini di punta, questo in linea di massima. Poi, sappiamo bene che se si entra nei microclimi dei diversi territori, si possono scoprire vini che contraddicono completamente questo giudizio. Ma io aggiungerei anche che le vecchie vigne, ben coltivate e possibilmente non trattate o difese con sistemi poco invasivi, possono dare buoni risultati anche in annate sulla carta deludenti. E’ un fatto che questi quattro vini, provenienti da tre regioni differenti, hanno tutti in comune una qualità e una capacità di resistenza al tempo indiscutibili, in barba a qualsiasi pronostico. E’ in quest’ottica che ritengo interessante parlarne anche se, con tutta probabilità, non sono più reperibili; inoltre questo mio articolo vuole essere un omaggio all’eccellente lavoro che Jan Theys ha svolto durante quegli anni.
La degustazione
IGT Abruzzo Colle Barone 2002 – ottenuto da montepulciano d’Abruzzo proveniente da 5 ettari di una vigna biologica di 25-28 anni di Casoli (Chieti), con una resa di 40 quintali per ettaro. La fermentazione è stata effettuata in tini di legno Garbellotto, la maturazione negli stessi tini da 50 hl e in barriques nuove e usate per circa un anno. Riporta una gradazione di 13,3%. Alla vista conserva un colore luminoso, granato ai bordi ma con centro ancora rubino; le sensazioni olfattive inizialmente richiamano toni boschivi e selvatici, la componente fruttata non ha alcun accento surmaturo, al contrario mantiene una bella freschezza, sfumature di pepe e cuoio si alternano a prugna, ciliegia e tabacco. Interessanti toni di ginepro e mirto denotano un bouquet in progressivo ampliamento espressivo. Al palato fa riflettere, sono passati quasi dieci anni eppure è ancora vibrante, con un tannino importante ma per nulla rigido, l’acidità continua a sostenerlo perfettamente e la bocca è pervasa da un gusto pieno e appagante.
IGT Puglia Dalmiro 2002 – il nome è un’espressione tipica del primitivo, che in questo vino è presente in purezza. Le uve provengono da Cellino San Marco, in provincia di Brindisi, da vigneti ad alberello di 35 anni. La fermentazione si è svolta in acciaio mentre la maturazione è avvenuta parte in tini di legno da 50 hl, parte in botte da 25 hl e parte in barriques nuove e di secondo passaggio per circa un anno. La gradazione è di 13,6%. Un granato netto con bordi leggermente scarichi fa da premessa ad un corredo di profumi che tiene ben lontani certi tratti animali che a volte caratterizzano il primitivo, rispetto al Colle Barone offre un quadro fruttato più maturo, ma non cede a toni di marmellata o crostata, restituendo una sensazione molto piacevole e morbida; si affacciano poi note di fiori macerati, di noce moscata, tabacco e leggera liquirizia. All’assaggio colpisce per l’immediata freschezza, per la spinta pepata ed una verve al di sopra di qualsiasi aspettativa; il tannino è ben integrato ma ci ricorda la fittezza che agli inizi doveva sicuramente incidere di più, oggi lo troviamo equilibrato, gustoso e di buona profondità, con finale sapido e ritorno di liquirizia.
IGT Puglia Maru Neru 2002 – come per il Dalmiro anche qui le uve provengono da Cellino San Marco in Puglia, ma in questo caso si tratta di negroamaro selezionato da vigne di 60 anni. La resa è di soli 35 quintali/ettaro, la fermentazione avviene in acciaio e la maturazione in tini di legno da 50 hl e barriques nuove e usate per circa un anno. La gradazione è di 13,8%. Il colore nel calice non è molto diverso da quello del Dalmiro, forse leggermente meno profondo, mentre il mantello odoroso si offre deciso con note di prugna e ribes nero in confettura, cuoio, liquirizia, cardamomo, sfumature di cacao e tabacco. Al gusto presenta una materia succosa, un tannino perfettamente integrato e una freschezza rassicurante, si affacciano sensazioni di ciliegia sotto spirito e liquirizia, buono il finale che si mantiene lungo e con una bella corrispondenza.
IGT Sicilia Feudo Felice 2002 – da nero d’Avola in purezza, proveniente dalla zona di Pachino (Siracusa). Le vigne avevano 50 anni, allevate ad alberello con una resa di 35 quintali di uva per ettaro. Come per gli altri vini la fermentazione è stata effettuata in vasche d’acciaio e la maturazione in tini di legno da 50 hl e 25 hl, in barriques nuove e usate per quasi un anno.
Rispetto ai precedenti è quello con il colore più vivace, ancora rubino con venature granate, trasparente e luminoso; il bouquet è davvero stimolante, fresco e di grande finezza, con note floreali ancora spiccate, toni salmastri, di humus, terra umida, fogliame, poi tabacco, cuoio, leggerissimo goudron, è un vino di ampio respiro, si sente la provenienza isolana. Al palato è intenso, di struttura avvolgente e incredibilmente fresca eppure solare, pieno e succoso ti accompagna a lungo rilasciando una serie di sensazioni davvero convincenti, con chiusura appena alcolica e di liquirizia. Forse il migliore dei quattro.
Conclusione Spero di sbagliarmi, di avere solo perso le tracce di Jan, magari ha dato vita a nuovi progetti, in Italia o all’estero. In ogni caso ha lasciato un segno tangibile della sua grande sensibilità e capacità interpretativa, non sono nei vini di Caiarossa che avevo assaggiato allora, quando era lui ad occuparsene, ma anche in questi quattro piccoli gioielli, che hanno mantenuto le loro caratteristiche territoriali pur se vinificati e maturati in una zona del tutto diversa. Chissà, magari questo mio articolo potrebbe essergli di stimolo per fare nuove, entusiasmanti, esperienze.
|