L’Aquila e il Leone del Collio Friulano: Roberto Felluga

Il leone e l’aquila sono due animali che rappresentano i simboli della forza e della regalità. Autentici dominatori del rispettivo habitat naturale, per carisma e leadership. Sarà un caso, ma rappresentano anche i simboli delle due aziende che andremo oggi a conoscere. Due realtà importanti, guidate da una famiglia che rappresenta un punto di riferimento carismatico di quel territorio che si chiama Collio, dove si producono vini di eccellenza, conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo. Quando parliamo dei Felluga, parliamo di una dinastia di viticoltori che nel Collio ha fatto al tempo stesso le proprie fortune ma anche quelle del territorio che li ha visti protagonisti.
Oggi dialogheremo con Roberto, quinta generazione della famiglia, attualmente a capo delle aziende Marco Felluga e Russiz Superiore. La romantica ed entusiasmante storia dei Felluga inizia nella seconda metà dell’ottocento quando in terra d’Istria, a quel tempo sotto il dominio asburgico, le prime generazioni della famiglia iniziarono ad avvicinarsi al vino, producendo e commercializzando la Malvasia e il Refosco.
Nel 1924, i nonni di Roberto, Giovanni ed Elisa, si trasferiscono a Grado per dare ulteriore sviluppo al commercio del vino prodotto in Istria, nel tentativo di conquistare anche nuovi mercati.
I primi successi non tardano ad arrivare e nel 1938 la famiglia si trasferisce a Gradisca d’Isonzo per seguire più da vicino un mercato che si era ampliato e fatto molto interessante.
Per Giovanni ed Elisa la vita non è fatta di solo vino. Ne sono la riprova i sette figli che verranno alla luce e che rappresenteranno il futuro della famiglia. Futuro vitivinicolo rappresentato principalmente da Marco e Livio, figure carismatiche che sceglieranno di intraprendere strade diverse e costruirsi le proprie aziende personali.

La strada di Marco lo porterà nel 1956 a fondare a Gradisca d’Isonzo l’azienda Marco Felluga. Siamo dinnanzi a un mercato ancora basato sulla quantità e sulla vendita in damigiana, ma la competenza e il carattere passionale e lungimirante di Marco, fanno già intravedere, all’orizzonte, un futuro roseo e ricco di successi.
Nel 1967, Marco acquista Russiz Superiore a Capriva del Friuli, sicuramente una delle più belle tenute del Collio. Viene fatto un grande lavoro di risistemazione della vigna e della cantina. Con la vendemmia 1975, ci saranno i primi imbottigliamenti con il nuovo marchio. Ottimi vini di grande personalità, che avranno le etichette realizzate da Silvio Coppola, grande designer italiano.
Marco Felluga non è solo il punto di riferimento per le sue aziende. Rappresenta anche colonna portante di tutto il territorio Collio, che grazie al suo impegno e duro lavoro, riuscirà a diventare una delle zone vinicole più importanti e conosciute in Italia e all’estero.
La sua vita, oltre a vino ed azienda, sarà illuminata da un’Alba radiosa e solare, la compagna di una vita, che darà alla luce tre figli, Patrizia, Roberto e Alessandra. E sarà proprio Roberto che avrà l’onere e l’onore di proseguire e migliorare i successi del padre, diventando primo responsabile delle due principali aziende di famiglia. Oggi è, infatti, a capo della Marco Felluga che porta a simbolo il leone di San Marco, omaggio alla località dove ha sede l’azienda, ovvero Gradisca, cittadina fortificata voluta dai Veneziani nel cuore della pianura friulana per contrapposizione alla minaccia dei Turchi.

I vigneti si estendono per 100 ettari, ubicati in quattro diverse zone del Collio: Farra, San Floriano, Oslavia e Cormòns. La seconda azienda gestita da Roberto, Russiz Superiore, si estende su una proprietà dove i 50 ettari vitati abbracciano la cantina in un corpo unico. Simbolo della tenuta, l’aquila che deriva dall’emblema che fu dei principi di Torre Tasso, fra i primi a domiciliare su queste terre.
Roberto non è stato catapultato all’improvviso a capo delle aziende. Per molti anni ha seguito il padre in ogni attività aziendale, per carpirne i segreti e le metodologie di lavoro. E’ passato dal lavoro in vigna a quello in cantina, fino a provare a cimentarsi nel commerciale e rendere così completo il suo bagaglio di esperienze e conoscenze.
Oggi Roberto conduce con serietà e professionalità due aziende che grazie alle sue idee si sono mantenute sugli alti livelli raggiunti dal padre, ponendo le basi a nuovi traguardi e successi.
L’obbiettivo è quello di produrre vini di qualità che siano espressione del territorio. Un occhio al mercato di questi tempi è sempre necessario, ma la sua filosofia lo porta a non seguire le mode, ma a cercare di affermare il proprio marchio, unica via percorribile per chi punta su produzioni di qualità, in un contesto di collina dove i costi di gestione sono notevoli.
Nella filosofia produttiva di Roberto, c’è il tentativo, riuscito, di produrre non solo vini bianchi da bersi relativamente giovani, ma soprattutto prodotti di maggior spessore e complessità, che possano avere lunghe prospettive di longevità. Obbiettivo che è stato raggiunto grazie a una politica che mira ad ottenere uve di ottima qualità in vigna che poi necessitano solo di essere “coccolate” in cantina, con interventi non invasivi e mirati affinamenti nei legni.

I vini prodotti dalla linea Marco Felluga, rappresentano le tipologie monovitigno, Friulano, Ribolla Gialla, Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, fermentate e affinate in acciaio.
Uno fra i vini più rappresentativi è sicuramente il Molamatta, assemblaggio che prende il nome dalla zona dove sono ubicati i vigneti e che è formato da un blend di 40% Tocai Friulano, 40% Pinot Bianco e 20% Ribolla Gialla. Il Pinot Bianco è vinificato in botte mentre le altre tipologie in acciaio. Un anno sui lieviti doneranno eleganza e complessità uniche.
Altro vino importante è il Pinot Grigio Mongris Riserva, dove un 30% di uve vengono vinificate in carati di rovere da 5 hl, mentre il resto del prodotto si evolve in acciaio. Seguirà un affinamento di due anni sui lieviti, e un anno in bottiglia.
Anche la pattuglia dei vini rossi è ben rappresentata. Infatti, troviamo il Cabernet Sauvignon, il Merlot Varneri, il Refosco dal Peduncolo rosso Ronco dei Moreri. Tutti vini di grande struttura che dopo dodici mesi di affinamento in botte si presteranno a lunghi invecchiamenti.
Il rosso di punta è il Carantan, assemblaggio formato da un 50% di Merlot, un 40% di Cabernet Franc e il restante 10% di Cabernet Sauvignon. Un vino importante che affina in botti piccole di rovere per 18-20 mesi e poi resta un anno in bottiglia a riposare.

La linea Russiz Superiore vede i monovitigni Friulano, Sauvignon. Pinot Grigio e Pinot bianco fermentati per circa l’85% in acciaio e il restante 15% in legno. Notevoli le due riserve in produzione. Quella di Pinot Bianco fermenta e matura in botti di rovere da 5 hl, mentre nella riserva di Sauvignon, solo un 30% viene vinificato in carati di rovere. Per entrambi i vini segue un lungo affinamento di 3 anni sui lieviti e 1 anno in bottiglia.
Un vino di classe e di grande personalità è il Col Disôre, assemblaggio formato da 40% di Pinot Bianco, 35% di Tocai Friulano, 15% di Sauvignon e 10% di Ribolla Gialla. Vinificato in tini di legno da 15-30 hl, si affina un anno su lieviti e un anno in bottiglia.
Ultimo nato in casa Russiz Superiore è l’Horus, raffinato blend di Picolit con piccola partecipazione del Sauvignon e del Friulano. Le uve raccolte in parte già appassite, continuano il processo di disidratazione, in cassette poste in cantina. Una volta pronte per la vinificazione, le uve vengono pressate e fermentate per circa 30 giorni in botti di rovere. Seguirà un affinamento di 36 mesi sui lieviti e di un anno in bottiglia. Il risultato finale ci regalerà un piccolo e delizioso arcobaleno di aromi e profumi.
Nelle tipologie dei rossi, accanto ai vini in purezza di Merlot e Cabernet Franc, troviamo un prodotto importante: il Rosso degli Orzoni, dal nome di una delle nobili famiglie che ebbero in possesso, nel passato, questa proprietà. Si tratta di un blend composto da 75% di Cabernet Sauvignon, 15% di Merlot e 10% di Cabernet Franc. A una fermentazione in acciaio, seguiranno 2 anni di affinamento in piccole botti di rovere e un anno in bottiglia.
Insomma non manca proprio nulla nell’ampia offerta aziendale con la quale Roberto Felluga cerca di soddisfare le esigenze variegate dei palati più raffinati. Unico comune denominatore, la grande passione e competenza che viene dedicata al raggiungimento dell’obbiettivo principale: produrre vini di elevata qualità che siano fedeli rappresentanti del territorio Collio.

DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
Merlot Varneri, Ronco dei Moreri, Rosso Carantan, Bianco Col Disôre, Pinot Mongris. Tutti nomi di vini che rimandano all’etimologia della lingua friulana. Una scelta casuale o alla base c’è un profondo legame con il territorio e le sue tradizioni?
Sono indiscutibilmente nomi che vogliono legare i vini al territorio. In un mercato globalizzato e livellato, diventa fondamentale distinguerci dalla massa, presentando dei prodotti unici che oltre ad emozionare per la qualità, riescano anche a raccontare la nostra storia e le nostre origini. Quanto si stappa una nostra bottiglia, il vino oltre ad essere buono, deve regalare emozioni ed essere ambasciatore della nostra terra.
Tuo padre Marco è stato uno dei pionieri della grande Italia del vino. Per un figlio, naturale erede delle fortune aziendali, questo rappresenta solo un elemento di positività, visto che la strada era stata oramai tracciata, o magari c’è anche una grossa responsabilità, visto l’obbligo di dover mantenere gli alti livelli raggiunti. E sei comunque riuscito a mettere una parte di te stesso, delle tue idee, della tua filosofia, nel modo di fare vino e gestire l’azienda?
Sicuramente è stato un vantaggio l’essere a contatto fin da piccolo con quello che poi sarebbe diventato il mio mondo. Mio padre ha voluto che fin da giovanissimo lo affiancassi in azienda, per imparare i segreti del mestiere. Ho fatto un po’ di tutto, lavorando in vigna, in cantina e dedicandomi anche alla parte commerciale. Sicuramente è stato un percorso impegnativo. Mio padre ha una forte personalità, ed è stato sempre esigente e severo con noi figli. Sempre pronto a darci un aiuto e un consiglio, ma altrettanto diretto nel rimproverarci nostre eventuali mancanze.
Il mio lavoro è proseguito nel segno della continuità. Non ci sono state brusche inversioni di rotta ma tutta l’evoluzione dell’azienda è sempre stata preceduta da scelte meditate che una volta diventate progetto sono andate avanti senza tentennamenti.
Ovviamente anch’io ho messo e sto mettendo le mie idee al servizio dell’azienda. Ad esempio, credo molto e dedico molte risorse al progetto dei vini bianchi da invecchiamento, che garantiscono prodotti di maggior complessità e longevità sempre nel rispetto della tipicità del territorio.
Negli anni ’60, tuo padre Marco, da vero pioniere, inizio la difficile opera di conquista dei mercati esteri. Fuori Italia non si conoscevano ancora le potenzialità dei vini italiani, anzi erano visti con un po’ di diffidenza.
Sono passati 50 anni. I consumi nazionali sono calati notevolmente e rivolgersi ai nuovi mercati esteri è diventata una necessità vitale. Sbaglio a dire che, oggi è diventato necessario anche per te indossare i panni del pioniere del vino, per andare alla conquista di nuovi mercati, facendosi largo fra un’agguerrita concorrenza?
Per le nostre aziende, il mercato italiano resta ancora lo sbocco commerciale più importante. Ovviamente negli ultimi trent’anni, il mercato del vino è molto cambiato. In Italia i consumi sono calati vistosamente e quindi si è reso necessario puntare sui mercati esteri. Ma la nostra famiglia ha giocato d’anticipo. Per questioni di prestigio e visibilità, e iniziato già da tempo un certosino lavoro commerciale e di marketing. In questo periodo di crisi c’è stata una sorta di selezione naturale, e aziende come la nostra che nel passato hanno lavorato bene, sono state premiate e hanno continuato a raccogliere consensi nei vari mercati.
Calano i consumi interni mentre cresce l’export. Una tendenza che continuerà anche nel futuro con un mercato incentrato sempre più sui vini da esportazione che dovrà rispondere ai gusti sempre più specifici dei consumatori di domani, ovvero i più giovani. Tutto questo, porterà alla necessità di produrre non più in base ai propri gusti e filosofia, o si riuscirà a mantenere una propria identità senza scendere ad eccessivi compromessi?
Esistono due tipi di viticulture. Quella delle grandi aziende che producono numeri elevati e devono essere sempre attente a come il consumatore vuole il vino. Poi ci sono enologie come la nostra, che pur avendo un occhio di riguardo verso i gusti del mercato, devono tirare avanti dritte per la propria strada. Dobbiamo cercare di imporci al mercato portando oltre che la qualità, le peculiarità principali del nostro territorio. Penso sia l’unica strada percorribile, perché se andassimo allo scontro con i grandi colossi, combattendo sui prezzi, sarebbe la nostra fine.
Il Tocai Friulano e la Ribolla Gialla sono sicuramente quelli che identificano meglio l'”autoctonicità” del Collio. Però se vediamo qual è il vino più richiesto all’estero, non ci sono dubbi che stiamo parlando del Pinot Grigio, tipologia ormai friulana d’adozione. E’ ancora questo il vino che rappresenta il miglior biglietto da visita quando devi uscire dai confini nazionali?
Indubbiamente il Pinot Grigio è il vino più richiesto all’estero. Fortunatamente anche i produttori si sono accorti delle potenzialità di questo vitigno, e hanno iniziato a dedicargli le massime attenzioni. La nostra missione deve essere quella di produrre un buon prodotto che però abbia caratteristiche uniche, non riconducibili agli altri paesi produttori. Non deve essere un Pinot Grigio figlio della globalizzazione del gusto, ma un vino espressione del territorio Collio.
Mi sono perso qualcosa, o non fai parte di quella nutrita schiera di aziende che si sono riversate in massa alla produzione del Prosecco, tipologia che in regione sta arrivando a cifre che si avvicinano al 30% del territorio vitato?
Prossimamente produrremmo 100mila bottiglie di Prosecco! Naturalmente sto scherzando. Sono contrario alle grandi produzioni di Prosecco nella nostra regione. Se parliamo esclusivamente di business, sicuramente il Prosecco sta avendo un enorme successo, e quindi, un movimento che crea economia e nuovi posti di lavoro, non può che essere visto favorevolmente dal sottoscritto.
Ma se parliamo di strategie commerciali del territorio, penso che la rincorsa alla produzione di Prosecco nella nostra regione non sia un percorso positivo, perché non rappresenta una tipicità della nostra tradizione friulana. E’ una tipologia che punta sulla quantità e sulla guerra commerciale dei prezzi. Le nostre terre devono puntare esclusivamente sulla qualità e sui prodotti figli del territorio. Non è un capriccio, ma una scelta obbligata se vogliamo restare protagonisti nei mercati.
Sono passati 4 anni da quando in Friuli siamo stati costretti a rinunciare al nome Tocai in favore della nuova denominazione Friulano. E’ stata fatta una grande promozione, anche se dietro al marchio “Tipicamente Friulano” il vino non ha l’esclusività, visto che rappresenta una sorta di capello per l’intera offerta enogastronomica della regione. I dati ufficiali ci dicono che negli ultimi dieci anni è scomparso il 70% di vigneti di Tocai. A mente e cuore più freddi, qual è la tua opinione su quanto accaduto e pensi che si stia facendo il meglio possibile per un vino che da sempre identifica la nostra regione?
A mio parere si è fatto e si sta facendo veramente poco per garantire un futuro roseo a questa tipologia che da sempre rappresenta la nostra regione. La politica e parte del nostro mondo, non sono stati lungimiranti nel loro operato. Si è tergiversato troppo, sperando di trovare il classico accordo “all’italiana”. Mi è sembrato strano che un paese fondatore della comunità europea si sia fatto mettere i piedi in testa dall’Ungheria, paese che pur avendo minor peso politico è riuscito a mettere dei paletti ed uscire vincitore da questa contesa.
Una volta obbligati ad abbandonare il nome Tocai, non è stata fatta una politica efficiente di promozione del marchio Friulano. Si sono disperse le forze e le risorse in una promozione generica che non ha portato all’ottenimento del risultato principale, che doveva essere la promozione e la crescita del vino Friulano.
Purtroppo queste non sono solo mie considerazioni personali. Qualsiasi produttore con cui ho parlato, mi ha detto che i numeri del Friulano sono in netto calo. Causa la minor richiesta dei mercati, sono calati notevolmente gli ettari vitati, e questi dati sono la testimonianza diretta di come la promozione non abbia raggiunto il suo obbiettivo.
Da tempo si parla della possibilità di creare una Doc Friuli riunendo sotto un’unica “bandiera” le produzioni vitivinicole del territorio. Questo, negli intenti, dovrebbe servire a unire le risorse e fare una promozione unica e di maggior impatto. Il Collio e il Carso però preferiscono mantenere la propria autonomia, ma nonostante tutto, il progetto potrebbe andare avanti con le restanti zone vinicole della regione. Qual è il tuo pensiero al riguardo di questa questione?
Parto con una premessa: il Collio già una ventina di anni fa aveva preso seriamente in considerazione la nascita di una Doc Friuli di base. Ma quella volta furono le nostre istituzioni a non trovare interessante quel progetto.
Oggi veniamo accusati dalla politica di essere disfattisti. Ma non è vero che siamo contrari a priori alla nascita della nuova Doc Friuli. Però con il disciplinare proposto, che prevede una produzione troppo ampia in termini di quantità e tipologia di vitigni ammessi, pensiamo non si vada da nessuna parte. Bisogna investire sulla qualità e non su quantità e prezzo. Con i costi di gestione che abbiamo in collina, l’andare a combattere sui prezzi con i paesi emergenti, significherebbe sottoporsi ad una sorta di eutanasia, assistita dalla nostra politica.
L’importante è avere un’idea vincente, un progetto. Riunire tutti i vini sotto la stessa ala protettrice non servirebbe a nulla se non è ben chiaro dove si vuole andare e quali sono le priorità delle nostre aziende.
E’ importante che ci sia una promozione comune. Ma dovrebbe esserci un’uniformità di territorio, microclima e filosofia produttiva. E mi sembra che le differenze fra le varie zone friulane siano notevoli.
Sentire che la politica vorrebbe convogliare tutte le risorse pubbliche solo sul marketing della Doc Friuli mi fa rabbrividire. E’ come se in Toscana da un giorno all’altro decidessero di dare il benservito alla Doc Chianti o alla Doc Montalcino.
Sono consapevole che all’estero alle volte la nostra regione non è facilmente posizionabile in un virtuale mappamondo mondiale. Ma vi posso assicurare che a questo riguardo, il Collio è meglio conosciuto della regione di cui fa parte.
Oggi ci ritroviamo con un mercato e con i gusti dei consumatori che hanno virato verso un maggior consumo di vini bianchi, tipologia che ha messo la freccia superando i “fratelli” rossi.
Nel Collio si produce l’80 % di vini bianchi. La tua azienda riserva un’importante fetta produttiva alle tipologie rosse, ma naturalmente i bianchi hanno la vetrina principale. Nella produzione ci sono vini da bersi relativamente giovani, ma hai puntato anche su un progetto che esaltasse i bianchi da invecchiamento, che a tavola possono conquistarsi una più ampia fetta di abbinamento con il cibo.
Tutto questo sta a significare che sei stato perspicace a inseguire un certo progetto, e pensi che per il Collio possano aprirsi nuove e più ampie prospettive?
Diciamo che è stato un lavoro perspicace, iniziato da mio padre che poi ho preso a cuore e sviluppato anch’io. Inizialmente producevamo vini da bersi relativamente giovani.
Poi, già con la realizzazione della cantina di Russiz Superiore, abbiamo iniziato a pensare a vini da invecchiamento non solo per le tipologie rosse ma anche per quelle bianche, vini che potessero essere di maggior spessore e longevità. Abbiamo fatto molti esperimenti perché non volevamo che l’uso dei legni e dei lunghi affinamenti allontanasse i vini dal territorio Collio. Alla fine ci siamo riusciti. Alla base del nostro successo c’è la priorità di voler pianificare un grande vino già in vigna. Dopo aver ottenuto grandi uve, tutto il resto del lavoro diventa più facile.
Ovviamente, se oggi i gusti dei consumatori si stanno spostando verso i vini bianchi, nel Collio non potremo che esserne felici, visto che il territorio è già pronto a soddisfare questa nuova tendenza che si sta affermando.
C’è ancora un sogno o un grande progetto nel futuro di Roberto Felluga e delle sue aziende?
Un uomo che è al tempo stesso produttore e imprenditore deve avere sempre nuovi sogni all’orizzonte. Se si smette di fare dei progetti, ci si adagia e si perde quello spirito e quegli impulsi vitali che fanno migliorare e crescere le persone. Di questi tempi si riesce ad andare avanti solo se si hanno delle buone idee.
Il mondo del vino è sempre in evoluzione. Il mio obbiettivo è puntare a un miglioramento continuo della qualità, e al tempo stesso cercare di fare nuove esperienze per portare qualche miglioria al nostro modo oramai consolidato di fare vino. Non sono un seguace fanatico del biologico e del biodinamico. Questo non significa non sia attento a certi valori e alla difesa degli equilibri del nostro territorio. Credo che non bastino delle certificazioni per poter detenere l’esclusività della naturalità del prodotto.
Noi siamo attentissimi nel nostro modo di lavorare. Miriamo a fare una viticultura il più naturale possibile, che rispetti la terra e i cambiamenti climatici. La mia filosofia mi porta a mettermi sempre in discussione, non fermarmi mai e cercare sempre di migliorare qualcosa. Anche i piccoli passi sono importanti per raggiungere i grandi traguardi.
Troppo lavoro e troppi impegni. È giunto il momento di staccare la spina e fare una vacanza. Verso quale paradiso ti piacerebbe partire e che bottiglia di vino, quale cd musicale e che libro ti farebbero compagnia?
Normalmente sono sempre in mezzo alla gente e la cosa mi piace un sacco. Però se dovessi staccare veramente la spina, mi piacerebbe andare in un posto dove ci sia il mare e il sole. Sarebbe poi scontato dire che mi porterei via un mio vino, ma quando sono in giro mi piace scoprire e degustare altri prodotti. Scelgo allora un vino bianco di Montrachet, Borgogna, zona che amo molto, capace di regalare autentiche perle di bontà.
Non sono un grandissimo lettore, ma in genere amo i romanzi thriller, sul genere di Dan Brown. Come genere musicale, amo la musica soul. Ma se devo dire una cantante italiana, scelgo Giorgia. Grande artista che forse finora a raccolto meno di quanto meriterebbero le sue grandi qualità canore. Poi mi piace molto anche Tiziano Ferro.
Stefano Cergolj


