Jungle Juice: la birra, l’Urbe, e tanta frutta

Questo periodo per loro non può non essere Natale di M*rda, birra stagionale che sublima le feste nel modo più liberatorio possibile, già dal nome che non vuole prendersi troppo sul serio. Imperial Stout alle fave di tonka, è perfettamente in linea con i sapori natalizi, con aromi di cioccolato fondente, liquirizia, caffè, sherry, amaretto, mandorla e vaniglia, dal grado alcolico notevole (9%) e dal corpo massiccio.
Ovviamente sto parlando della strenna alcolica di Jungle Juice Brewing, ovviamente perché un nome tanto iconico, nonché laconico, è difficile da dimenticare.

Incontro i ragazzi, e la mia prima Natale di M. 2017, in occasione di Birre sotto l’Albero, immancabile appuntamento che il Ma Che Siete Venuti a Fa dedica annualmente alle birre più rappresentative delle feste, dalle classiche ormai stelle nel firmamento empireo iperuranio alle new entry, ma li avevo già incontrati in birrificio, in una tap room tra le più carine e pop (si può dire di una tap room? Il fantasma di Keith Haring mi scruta), tra quelle viste dalle mie parti.
Del resto sono innamorata della loro linea grafica, a cominciare da logo ed etichette fluo, create in collaborazione con il bravissimo illustratore Patrizio Anastasi, e più in generale sono felice della crescente importanza attribuita al lavoro di art working su etichette e immagine, per il settore birra. Loro non sono gli unici, né i primi, ma sicuramente tra i più riconoscibili in Italia, e non è elemento da poco fidelizzare già dal colpo d’occhio attraverso il gusto visivo. Il loro stile pop, di cui Mikkeller ha fatto bandiera (chiedo se possa essere stato in qualche modo di ispirazione, ricevo un paio di sguardi alla Clint, laddove io sarei Scorpio, poi però ci scherziamo su, e la risposta comunque è netta: NO), trova riscontro anche nella loro idea di birra.

JJ nasce nel 2016 dall’incontro, alcuni anni prima, di due realtà già molto attive: Jungle Juice, beerfirm itinerante che Umberto Calabria porta in produzione nei birrifici amici tra cui Piccolo Birrificio Clandestino, Hilltop Brewing e La Fucina, e i ragazzi di Hopificio, noto pub di Roma che già da un po’, nonostante un’amministrazione comunale che sembra uscita dalla penna di Kafka e che li mette a dura prova, porta avanti la cultura della birra artigianale con perseveranza e determinazione. Collaborazione e amicizia si consolidano tanto da portarli in un ex pastificio in Via Del Mandrione, suggestiva area (qui Pasolini ha ambientato diverse scene dei suoi film) mutata negli anni e dotata di forte fascino per i romani e non solo: a pochi metri da qua, le vivaci vie dell’Appio Latino si alternano alle aree verdi, quasi rurali, di una famosa ex periferia che non troppi decenni fa rurale lo era davvero, sovrastata ancora adesso dall’antico acquedotto romano che arriva oltre i confini della città.
Un dualismo che contribuisce al fascino della zona e assicura al birrificio uno status di quasi-isola felice nel tessuto urbano: “Birrificio urbano” è appunto il termine che ormai, volenti o nolenti, gli viene spesso attribuito (ci scherziamo su, ma la sostanza non cambia).
Al Mandrione trovo la squadra al completo, Umberto, Marco Valentini, Marco Mascherini, Claudio Lattanzi ed Emanuele Grimaldi, con il logo della banana sul petto, già schierati e sorridenti mentre io mi procuro la mia Marisol, che sì, è un chiaro omaggio alla turista di Verdone (“Marisoooool!!”), e in suo onore ci ricorda l’estate romana, è infatti una midsummer pale ale, leggera, secca e beverina.

Jungle Juice nasce come beerfirm, la produzione inizialmente itinerante ti ha portato (Umberto) a lavorare presso altri birrifici: come è stata questa esperienza?
Fantastica! Da beerfirm, il lavoro è molto diverso, diciamo che è stata un’ottima palestra dopo gli esordi da homebrewer e prima dell’apertura di un vero e proprio birrificio. Se sei mosso principalmente da un’idea di business, concentrare tutta la produzione in un unico birrificio è la scelta più conveniente e comoda, nel mio caso però ho preferito collaborare con più strutture e molto diverse tra loro proprio per ampliare l’esperienza, un passaggio molto utile.
Quali le maggiori differenze?
Un proprio birrificio permette di avere autonomia nelle idee, nelle scelte e nella programmazione. C’è un margine di crescita e di miglioramento più veloce. A livello di soddisfazione personale offre la possibilità di lavorare con costanza alle proprie ricette, elemento ovviamente di difficile realizzazione ai tempi della beerfirm. Poi ovviamente ci sono pro e contro legati agli investimenti fatti e alla maggiore o minore tranquillità.
Com’è nata la collaborazione Hopificio? Mi rispondono gli altri.
Abbiamo conosciuto Umberto quando all’Hopificio ci ha portato le prime birre, Baba Jaga e Jellyfish (Ipa e saison, ad oggi due delle ammiraglie di JJ): attaccate subito, sono piaciute molto. Da lì è nata poi l’amicizia. In realtà era già nell’aria l’intenzione di aprire un brewpub, e parlandone con lui, il passo dall’idea alla sua realizzazione è stato breve. Soprattutto quando abbiamo trovato questo ex pastificio, non ci abbiamo pensato due volte, ci è sembrato perfetto.
E perfetto lo è davvero, bello anche da vedere, soprattutto al suo interno, dove la taproom lascia posto ai fermentatori, con la stessa cura per il dettaglio grafico di cui sopra.
Ci piacerebbe molto l’idea di un polo settoriale, come avviene già altrove, vedi alcune zone di Londra, in cui sono concentrante diverse realtà a poca distanza tra loro, che in un’ottica di collaborazione, non fanno altro se non accrescere la forza di tutto il settore artigianale, oltre a comporre un’offerta variegata.
I poli di cui parlano, ennesima potenza del pubcrawling ancora prima di un’offerta molto ampia, permettono proprio una visione più completa della cultura birraria di un luogo, e Londra, tra l’altro, mi pare un ottimo esempio: concentrazione di brewpub in pochi metri, e poche ore per una buona prima impressione dello stile locale.
Ma il loro, di stile?
Leggero, accessibile e divertente si rivolge a tutti, giovanissimi compresi, i soliti ostracizzati – a volte volenti, spesso nolenti – da troppo snobismo.
La linea fissa conta sugli stili classici: il belga, lo stesso con cui la beerfirm ha iniziato, l’angloamericano, a cui trasversalmente sono tutti loro molto legati, e le birre alla frutta, della linea Fruit Jay.
Gli chiedo quali le loro influenze, nessuna in particolare mi rispondono, perché non hanno mai pensato a fare la birra come qualcun altro in modo specifico.
Al contrario, il loro elemento di differenziazione forse è proprio la frutta (un palese e discreto indizio: la banana che campeggia gigante al centro del logo del birrificio), con cui si stanno misurando sempre più spesso e con ottimi risultati. Mentre parlano penso che sarebbe divertente un’etichetta Wharol oriented, magari con la banana Peel Slowly and see declinata alla frutta di volta in volta utilizzata, poi torno sulla terra e gli chiedo:
Cosa volete fare con la frutta?
Quello che già facciamo con le luppolate, mischiare componenti di frutti diversi, come con i luppoli: la frutta non solo come componente della fermentazione, ma come un ingrediente gustativo aromatico. Ovviamente le uscite non sono stabili tutto l’anno ma variano in base a stagioni e disponibilità.
Alcuni abbinamenti all’attivo per le Fruit Jay?
La White Ipa con pesca e fico d’India (la mia preferita, buonissima), la Session Ipa ananas e mango 4,7%, leggera e molto rinfrescante, la Raspberry wit 4,9%, una base blanche dalla generosa aggiunta di lamponi.
E in ogni caso, anche nelle altre il ricorso alla frutta è notevole: Toda Joia sour ale 4,8% per la papaya, e Mambo for Breakfast berliner weisse con ananas e passion fruit 4,3%.
Italians do it better? C’è qualcosa che i birrifici italiani fanno meglio degli altri?
La caratteristica che più piace dell’Italia, rispetto ai birrifici esteri, è che noi riusciamo a fare tante cose diverse in maniera più che ottima. Il singolo stile magari un po’ tende a perdere in questo modo (mi citano i picchi raggiunti da alcune tradizioni estere, come i tedeschi nel caso di pils, keller e bock) ma noi siamo più variegati, e ci piace sperimentare.

A proposito di varietà e sperimentazione, avete qualche novità in uscita?
Certo! Questa settimana esce Cotton Candy, double blanche di 7,5 gradi con buccia d’arancia dolce/amara, coriandolo e pepe sichuan (in un attimo lo zucchero filato e il dolce della buccia d’arancia amara mi riportano ai natali dai miei nonni, sbocconcellando pandoro sulle cartelle della tombola, dove spesso i segnanumeri erano ricavati proprio dalle bucce d’arancia. Immagino che questo possa tradursi in un più tecnico Altra birra ideale per le feste).
Sulla distribuzione come siete organizzati, chi non è di Roma, dove vi trova?
Su Roma, Abruzzo, Marche e Sicilia andiamo diretti, senza canali (in tempi e freschezza record, aggiungerei).
Da maggio siamo distribuiti anche su Liguria, Lombardia e Piemonte, mentre da novembre su Triveneto e Sardegna. In Campania a brevissimo.
Il resto della chiacchierata finisce sull’industria che continua ad acquisire gli artigianali, tendenza in crescita, e sull’importanza di stabilire una linea di comunicazione comune (penso ad esempio al lavoro appena all’inizio, di Unionbirrai), in grado di identificare e tutelare i birrifici artigianali, per poi virare sull’evento che si sarebbe svolto là la settimana seguente, organizzato insieme alle altre realtà culturali limitrofe al birrificio, spazi dedicati a workshop di immagine, comunicazione, fotografia e altro.
Osservo la banana sul bicchiere e penso che forse “pop”, nel suo senso culturalmente più bello, è un termine che gli si addice.
Poi mi rendo conto che nel bicchiere ho una double Ipa che si chiama Spud, e tolgo il forse.

