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Andrea Picchioni: quell’idea di terroir… Oltre(il)Pò

Andrea Picchioni

È il sogno di Andrea Picchioni; un desiderio che si nutre di quell’attesa che idealizza il terroir; un animo francese, il suo, che potrebbe unire un unico pensiero, tracciare un sentiero percorribile in un luogo di antica viticoltura e ricco di Storia.

Andrea, dall’aspetto sportivo, sembra un timido che ha imparato ad aprirsi, dal pensiero libero e attento, a volte scomodo ma senza ipocrisie e imbarazzi, di spiccata e accogliente interiorità, insomma un uomo concreto, che vorrebbe semplicemente dare un’identità al suo territorio d’origine, l’Oltrepò Pavese, vederlo evolversi attraverso antiche e nuove vie per consolidare cosi quella qualità di un modello senza tempo. Incontriamo Andrea al bar Inoltre, un simpatico e familiare locale-enoteca in Pavia dall’ampia scelta dei vini d’Oltrepò… e all’apertura di ottimo Vergomberra Brut di Paolo Verdi, inizia cosi la nostra chiacchierata…”da ragazzo, quando i miei amici già parlavano del loro futuro professionale, avevano le idee abbastanza chiare, io ero un po’ confuso, ancora non riuscivo ad immaginare il mio futuro lavorativo“. Il suo futuro si è realizzato diventando produttore di vino; bottiglie che si distinguono per l’essenziale conformità, per la bella fattura e per godibilità e originalità; e soprattutto per il massimo rispetto per il vigneto a conduzione biologica, infatti come ci dice “Mi sento un cardiochirurgo quando tratto il vigneto” , un pensiero chiaro e semplice. Viene definito “persona particolare”, ma per lui il “particolare” è la normalità , forse è un eterno insoddisfatto. Andrea ha recuperato vecchi vigneti a Campo Noce, Canneto, riportando alla luce i vitigni storici locali come la croatina , in un ambiente dalla particolarità geologica e microclimatica per la perfetta maturazione delle uve, su terreni rocciosi-calcarei-argillosi, e come dice “essendo il loro ambiente naturale produrre vino è facile.. “e cita Thomas Mann “la via maestra è piena di mediocrità“, lui sta percorrendo la strada del rispetto e amore per il suo lavoro.

vigneto

Andrea, qual è la tua visione dell’Oltrepò?
Si dice che la causa di tutti i mali dell’Oltrepò sono gli imbottigliatori, ma non è vero, faccio sempre questo esempio, se uno pensa al Piemonte, patria di grandissimi imbottigliatori, a cosa pensa, agli imbottigliatori o alla Langa? Non c’è storia. Sant’Orsola, gruppo Martini, 120 milioni di bottiglie a 80 centesimi/un euro quindi è Piemonte ma chi la conosce? Nessuno conosce Sant’Orsola, la maggior parte conosce l’azienda Altare, Clerico e meno male. L’Oltrepò dovrebbe far uscire questo messaggio, come non lo so; anche se secondo me in questo momento una piccola parte dell’Oltrepò sta cercando di emergere, purtroppo non sul mercato locale perché verosimilmente si vende di più all’estero. Perché all’estero c’è curiosità senza preconcetti. Bisogna dire che in Oltrepò non abbiamo abbastanza storia per competere con il metodo classico, purché se ne dica c’è poca storia. Mentre sui rossi abbiamo la storia e ci facciamo passare davanti da quelli che non ce l’hanno e se l’inventano. Il produttore più bravo dell’Oltrepò secondo me è Bisi, poi un altro molto bravo ma sconosciuto è Andrea Buscaglia, fa quasi tutti vini da tavola, purtroppo un altro male nostro è che tanti lasciano le Doc per fare vini Igt o da tavola.

Però se c’è qualità è positivo.
Sì va benissimo, il problema è che non si riesce a creare l’identità del territorio, e questo lo dice un altro di quelli che sta mollando le Doc, anch’io lo sto facendo. Perché oggi per le Doc si sostengono dei costi, ci sono troppi problemi burocratici e non è una vera Doc.

altro vigneto

Raccontaci delle tue origini, come è nata questa passione.
Mio papà faceva tutt’altro, ho iniziato io nel 1988 dopo il servizio militare, in un momento particolare, perché oggi c’è una situazione buffa nel nostro mondo, ci sono delle persone che 30 anni fa si vergognavano di avere origini contadine e adesso sono tutti vignaioli, come disse un giorno Carlin Petrini: “Stranamente sentono il ritorno alla terra però tutti fanno vino, non c’è nessuno che pianta le carote e le patate“. Ho iniziato poco dopo lo scandalo del metanolo, ho recuperato i vigneti che gli altri abbandonavano, perché erano comunque vigneti ad alta vocazione, perché qui parliamo tanto ma ci siamo dimenticati la vocazionalità della terra. Negli ultimi cinquant’anni hanno abbandonato le zone storicamente vocate per andare a piantare dove c’era il seminativo, quindi vuol dire vigneti che fanno un sacco d’uva, vigneti che tendono ad ammalarsi di più, per poi produrre cosa? Un prodotto che non ha mercato. Quando compravo le vigne, non dico storiche perché è troppo inflazionato, le vigne vocate, mi sentivo dire: “Perché compri quei vigneti lì ma tu compra un vigneto vicino alla strada che aumenterà il valore, quei vigneti lì non valgono niente“. Ma io voglio fare l’agricoltore non voglio fare l’immobiliarista, non voglio comprare un vigneto vicino alla strada perché poi ci devo costruire la palazzina. Ho iniziato così. È la cosa più normale del mondo andare a piantare dove, andando a leggere, c’era la storia. Gli altri li abbandonavano per andare in terreni più comodi perché c’era la strada e potevano diventare edificabili.

Come conduci la tua azienda?
La certificazione biologica l’ho ottenuta da poco tempo, come filosofia da sempre. Fare il biologico, per me che ho le vigne in posti vocati è come giocare con la mano sinistra, varrebbe per chiunque; basta avere un vigneto ben esposto, ventilato in una zona con terreni poveri ; le piante necessitano poco. I funghi si sviluppano quando c’è umidità, quindi se ho un vigneto in pianura dove ho la rugiada fino alle due del pomeriggio non va bene. Non faccio il fenomeno, faccio cose normalissime. Uso rame in pochissime quantità e zolfo. Noi siamo vittime di una delle più grandi balle che ci hanno raccontato, quando ci dicevano: “Ma adesso la chimica aiuta l’agricoltura” è una grandissima balla, ci aiuta a far cosa? A produrre tanto, cosa che non serve, ci fa ammalare, va a pesare sulla sanità, andiamo a inquinare i terreni, che aiuto ci dà. Da anni produco a biologico, è che adesso questa cosa viene cavalcata; sono certificato ma non appongo i bollini come azienda certificata, siamo il Paese dalle mille certificazioni che non puoi averle tutte, e temo che possa succedere qualcosa, del tipo che fanno dei controlli su aziende biologiche certificate e salta fuori qualche scandalo, tu sei certificato e hai sventolato il logo verde, probabilmente verresti subito associato a loro, corsaro come sono, vado per conto mio rispettando la filosofia. Non nego che se domani un importatore tedesco volesse per forza il bollino allora lo metterei. Non vado in giro con la bottiglia che riporta in etichetta che sono certificato, non mi interessa perché è una filosofia non è marketing.
Conoscete Fausto Andi? E’ un personaggio. Lui crede ciecamente nella filosofia biodinamica, una cosa interessantissima, sotto un certo aspetto la conduzione della vigna potrebbe essere vista anche in modo egoistico, per primo ho interesse a praticare una viticoltura attenta, entrando io stesso nelle vigne ho tutto l’interesse a salvaguardare la salute, non faccio il buon samaritano, è un po’ tutto l’insieme, è anche scritto sulle mie etichette “la terra ci è stata data in prestito dai nostri figli“, noi siamo i gestori del territorio, proprietà o affitto per me non cambia nulla, noi lo conduciamo e basta, non esiste la proprietà del terreno è solo un pezzo di carta. Noi abbiamo la responsabilità di gestire il territorio a 360 gradi e non inquinarlo, tutti, ognuno per il proprio settore dobbiamo lavorare bene.

Lavoro serio e rigoroso come ci sei arrivato, ti sei ispirato a qualcuno che ammiri in modo particolare?
Io penso che qualsiasi persona ha qualcosa da insegnare, e tutti noi, abbiamo qualcosa da imparare perché anche l’ultima delle persone, sicuramente, ha qualcosa da insegnarci.

Non propriamente nel mondo del vino?
Un riferimento per me è Lino Maga; lui è uno di quelli che quando il mondo correva lui è rimasto fermo, ha guardato avanti. Lino Maga ha detto una frase bellissima che deve far riflettere: ” Il vino è una cosa seria” in queste poche parole c’è dentro tutto, il vino per la gente cos’è? C’è dentro la storia, la religione, non è solo una bevanda, c’è dentro tutta la civiltà umana. Il vino è una cosa seria e va trattato come tale. C’è dietro la vigna, c’è l’uomo, c’è la natura, l’ansia per gli eventi atmosferici. Come diceva un mio amico “L’agricoltore guarda il cielo con un occhio sospettoso e l’altro grato“, perché questo cielo può darti un grandissimo vino o farti partire tutto in un attimo. Un altro mio amico dice “Per fare la birra buona serve la testa, per fare il vino serve la testa e fortuna“, perché se non c’è annata, il vino non è ripetibile.

Territorio Oltrepò, ti senti parte integrante o è da considerare solo il tuo percorso personale?
Mi sento sicuramente parte, poi sono polemico, un po’ vecchio trombone ma parte di esso. Sono stato uno dei soci fondatori del Club del Buttafuoco Storico, mi sono reso conto, ma questo vale non solo per il mondo del vino, che è inutile mettere 50.000 regole che già ci sono, come diceva Bob Dylan: “Bisogna essere onesti per vivere fuori dalla legge” se uno ha il concetto della qualità in testa a cosa servono le regole? Ci sono regole naturali non scritte da rispettare. In cantina ci sono molti documenti da scrivere, pratiche da seguire; basta carta, io faccio l’impiegato e a tempo perso il viticoltore, ma a cosa servono se poi non si è effettivamente in cantina a controllare, in agricoltura c’è una burocrazia pazzesca che non serve a nulla. Abbiamo visto recentemente in Oltrepò, tutti quei certificati di controllo e poi?

Quindi cerchi di promuovere il territorio?
Quando vengono a visitarmi in azienda saluto i clienti dandogli un elenco di dieci aziende da andare a visitare e i numeri di telefono. Il discorso è semplicissimo, uno che viene da me e compra 6 bottiglie anche miste, andando dagli altri produttori magari non compra da tutti ma, assaggiandoli, potrebbe ritornare a casa con un bel po’ di bottiglie ,se gli altri facessero altrettanto anch’io ne gioverei a mia volta di questo passaparola.

Distretto di qualità? Il gruppo Inoltre?
Inoltre è un gruppo di amici. Il Distretto è una cosa nuova, serve a portare avanti un discorso di qualità ma non è facile. Un esempio, Paolo Verdi è stato un lungimirante perché aveva ereditato un’azienda dal padre impostata per la produzione di bottiglioni, damigiane. Ha avuto la grande intelligenza di capire che i tempi cambiavano diventando uno dei migliori produttori dell’Oltrepò senza rinnegare il suo passato, tenendosi stretto anche il mercato delle damigiane che comunque sono soldi che arrivano freschi che però gli permettevano di andare a investire in un mercato di qualità, se ci penso, tantissime aziende non hanno fatto questo ragionamento e si stanno necrotizzando.

Si parla di possibili nuovi investimenti in Oltrepò da parte di produttori non originari della zona. Cosa ne pensi?
E’ vero, ma secondo voi c’è davvero questa ricerca sull’Oltrepò di persone che arrivano da fuori? Mi spiego: oggi non esiste un investimento sicuro, perché uno compra una casa da affittare non prendi più un soldo, se hai un capannone non riesci più ad affittarlo, io ricordo il papà di un mio conoscente che diceva: “I soldi volano, le case crollano i campi campano“, nel senso che il campo è un investimento che rende poco ma rende. In Oltrepò la terra non vale niente, ci sono aziende in vendita da anni e nessuno le compra. Quindi ci sarà anche qualcuno che è interessato poi però quando vedono come girano le cose, se ne vanno. Gli unici esempi con esiti positivi rimangono Olcrù, Prime Alture e il Gambero. Investire oggi in Oltrepò è difficile con questa situazione, io non sto dando tutta la colpa a “Broni”, è tutto il sistema che non ha funzionato, c’erano delle aziende che magari avevano anche una piccola cantina poi illusi hanno smesso di vinificare per conferire tutto a Broni, che ha comprato le uve creando la situazione attuale.

Vai alle fiere all’estero, esporti il tuo vino?
Sì buona parte la esporto, per le fiere “ni”, è che sono un viticoltore, il mio mestiere è curare le vigne, non posso girare dappertutto, la parte burocratica è impegnativa mia moglie Silvia mi da una grande mano, e poi perché devi fare tutte le fiere? Dovremmo arrivare a un punto che siano i distributori a occuparsi di questo. Io qualcosa faccio, in aprile 10 giorni dopo il Vinitaly, a Barcellona c’è stata “Alimentaria” in questo caso è l’importatore il rappresentante, io ho presenziato per un solo giorno; e in Olanda stesso discorso.

Hai un vino della memoria o che ti è piaciuto in modo particolare?
Uno che mi è piaciuto tantissimo è Ar.Pe.Pe. Ultimi Raggi, di un’eleganza incredibile. Mi è capitato di bere grandi bottiglie ma son tutti bravi a dire: “Ah che vino!”

I tuoi genitori li hai introdotti tu nel mondo del vino? Sì, con la mamma che inizialmente vedeva questa cosa un po’ rischiosa, mi diceva:” Ma vai a fare il vigile in comune!”. Oggi fare il vino è di moda, la mia generazione un po’ così, così, ma la generazione precedente se ci ricordiamo, c’erano i sensali che combinavano i matrimoni tra gli agricoltori.
Sembrano secoli fa.
Io sono del 1967, vi ricordate come iniziava la canzone “Ciao amore ciao” di Tenco? Andrea incomincia a citarla a memoria:

    “La solita strada, bianca come il sale

     il grano da crescere, i campi da arare.

     Guardare ogni giorno

     se piove o c’è il sole

     per saper se domani

     si vive o si muore”

in campagna era la disperazione, sentivi di voler mollare tutto. La situazione era quella. Il ruolo del contadino è importante, è la terra che ci dà da vivere, è il nostro sostentamento. Oggi noi contadini dovremmo fare un passo indietro, non so in che modo, dovremmo sganciarci dal sistema industriale, viviamo in un sistema estremamente contorto, dove sfruttiamo tantissimo il terreno, depauperandolo, per produrre che cosa, un prodotto che poi andiamo a buttare, che pazzia. Però il messaggio industriale diceva che dovevi produrre il più possibile. Mi dicevano:” Ragionare come fai tu non poi mantenere le persone” , io produco vino, una volta era un alimento adesso è qualcosa che produce piacere, quindi lo produco come voglio io, perché non devo produrre per sfamare la gente, Io produco piacere.

Ti senti libero nel tuo lavoro?
Mi sento libero in parte, fortemente imbrigliato dalla burocrazia, schiavo della carta. Quindici giorni fa, ero a Bologna a pranzo con il figlio di Bruno Giocosa, Conterno Fantino e Walter Massa, si parlava di un incidente di percorso che ho avuto poco tempo fa, ho preso una multa, cosa assurda, perché mi contestavano l’etichetta del mio Buttafuoco “Luogo della Cerasa”; per la commissione luogo è sinonimo di vigna, sinonimo di vigna è vigneto, luogo non c’entra niente, può essere un piazzale. Questa cosa mi costerà alcune migliaia di euro, vorrà dire bloccare la cantina, cambiare le etichette, non solo, a suo tempo il Consorzio mi aveva detto che l’etichetta andava bene, vediamo come andrà a finire. A seguito di questo ho chiesto, prima di prendere un’altra multa, come consideravano la parola “Bricco” scritta sulla mia etichetta Bricco Riva Bianca, era anche quello sinonimo di vigneto? Mi hanno risposto che andava bene, partita chiusa. Ritornando al pranzo e dopo il racconto dell’accaduto, mi dicono che anche la famiglia Bologna aveva preso una multa per “Bricco dell’Uccellone”. Si è davanti a un “burosauro”, siamo vittime di questa cosa, tolgono serenità. Un ragazzo del ’31, Lino Maga viene a sapere della mia multa e mi dice: “Andrea non pagarla, andiamo in piazza, (battendo la mano sul tavolo) io sono pronto ad andare in piazza”, 85 anni ad agosto, è stato l’unico che mi ha detto di combattere. Uno che è rivoluzionario lo è a 20 anni come a 80.

I vini

I cambiamenti climatici secondo te si percepiscono, come li stai affrontando?
Sicuramente ci sono. Secondo me ci sono fasi cicliche, per esempio: negli anni ’70 crollarono le temperature, non me la sento di dire di più, per il momento le vigne stanno lavorando bene.

Come produci e gestisci il pinot nero vinificato in rosso?
Io ho una piccola vigna di pinot nero con una situazione un po’ particolare, è esposta a sud però in una valle chiusa con attorno tutto il bosco e una forte escursione termica, decisamente particolare. Penso che a Canneto o Stradella, ma anche in Val Versa non si dovrebbe produrre il Riesling, ne sono convintissimo, ci sono delle vigne dove affiora il gesso che sono sicuramente ottime per il Riesling però sono poche. Conoscete lo sperone di Rocca Ticozzi con conformazione molto particolare? In Oltrepò abbiamo le colline abbastanza dolci di Castana, Montescano, di Santa Maria della Versa, poi si arriva a Stradella, la punta più a nord dell’Appennino, dove all’improvviso troviamo bricchi esagerati formati da conglomerati di Rocca Ticozzi, tessitura di sabbie e sassi, qui i vini sarebbero estremamente longevi, il problema è che questi vigneti sono tutti abbandonati. L’Unione Italiana Vini, parlava di zone come Canneto e Stradella che venivano indicate come produzione di vini “speciali” al pari di Gaiole in Chianti, Neive e Barolo, parliamo di cent’anni fa. Voi siete andati a vedere la vigna di Lino Maga? Possiamo dire che Maga fa il vignaiolo o il paesaggista o tutte e due le cose, se andate a vedere le foto di sessant’anni fa lì era tutta vigna, c’era la corsa per avere un vigneto, zona vocatissima, adesso è tutto bosco ed è rimasto solo lui. Vi dirò di più in queste zone il frazionamento delle proprietà è impressionante, per un viticoltore avere il vigneto lì era importante, chi aveva due figli lo doveva dividere contribuendo a una incredibile parcellizzazione del territorio, adesso è tutto abbandonato.

Che consiglio daresti all’Oltrepò?
Resistere, resistere e lotta continua. Bisogna essere convinti di quello che si fa, bisogna sognare per puntare in alto se poi non si arriva pazienza ma se punti in basso… se non ci credi tu, chi ci deve credere?

Da dove arrivano le tue conoscenze enologiche?
Io faccio l’apprendista stregone, nel 1995 c’è stato un incontro importante con Beppe Zatti che stufo di fare il bancario tornò a schiacciare la terra, e da lì incominciammo ad apprendere, provando e riprovando facendo tesoro anche dei nostri errori.

Oltrepò come valore unitario puntando a vitigni ben definiti o è meglio la valorizzazione dei Cru?
Vi faccio una domanda, prima abbiamo parlato di zone come la Champagne, Borgogna, Bordeaux e Barolo abbiamo parlato di un vitigno? In Oltrepò non c’è identità, c’è il Sangue di Giuda che è un nome che può essere interessante, il Buttafuoco come Doc migliore, e il Rosso Oltrepò che io lo considero un nome sfigatissimo, quando io vi dico Montalcino a cosa pensate? Pensate al Brunello non pensate al Rosso, Montepulciano sta al Nobile o al Rosso? Il rosso è un prodotto sfigato è il fratello povero. Ci vuole identità ma non il vitigno.

Azienda Picchioni Andrea
Frazione Campo Noce, 4 – 27044 Canneto Pavese (PV)
Tel: +39 0385 262139
Fax: +39 0385 262040
Email: info@picchioniandrea.it
Sito: www.picchioniandrea.it

Gabriella Grassullo e Ezio Gallesi

Ha conseguito il diploma di Sommelier AIS nel 2001. È Degustatore per la regione Lombardia e giudice per le guide Vitae e Viniplus. Ha partecipato a diversi corsi di approfondimento AIS, collabora con Ais Lombardia. È Maestro assaggiatore per ONAF (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi) e ha partecipato ai corsi per degustatore birre di Unionbirrai e Fermento Birra. Dal 2015 contribuisce a Lavinium con articoli interviste insieme a Gabriella Grassullo.

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