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InvecchiatIGP: Barbaresco Vigneto Brich Ronchi 1997 Rocca Albino

Barbaresco Vigneto Brich Ronchi 1997 Rocca Albino

Erano gli anni in cui transitavo in Langa un giorno sì e l’altro pure, il nebbiolo è fuor di dubbio il vitigno che mi ha trascinato dentro il mondo del vino, le sue caratteristiche entrano automaticamente in sintonia con il mio essere, non chiedetemi perché, non lo so e non è rilevante saperlo. Quello che so è che il mal di Langa l’ho provato, una malinconia che si è fatta sempre più insistente in questi ultimi anni, per una mia assenza non voluta, ma questa è un’altra storia.
Per fortuna la mia scorta di vini di quel fantastico territorio mi basta per almeno altri vent’anni. Così, andare a pescare un Barbaresco del 1997 (non date retta a quelli che dicono che il Barolo è più longevo, dipende, come sempre) proveniente dal mitico cru Ronchi (nel 1997 non esistevano ancora le MGA, Menzioni Geografiche Aggiuntive, quindi in etichetta si poteva utilizzare il nome aziendale Vigneto Brich Ronchi, dal 2008 solo Ronchi), rappresenta un bel tuffo nel passato, quando il vino lo faceva ancora Angelo Rocca, terza generazione in quel di Barbaresco.

Vigneto Ronchi
Vigneto Ronchi

Quel vigneto vanta piante che vanno dai 50 ai 70 anni (nel 1997 ne avevano già tra i 25 e i 45), è sempre stato composto da più varietà come spesso accadeva in Langa: nebbiolo oltre il 60%, poi dolcetto, barbera, chardonnay, cortese e poco altro, su una superficie totale inferiore ai 20 ettari, con un’altitudine che va da 190 a 290 metri s.l.m..

Tappo del Barbaresco Vigneto Brich Ronchi 1997 Rocca Albino

Si trova sul versante orientale di Barbaresco, con esposizione principalmente a Est, ma anche Sud-Est come nella parte di proprietà della famiglia Rocca che guarda a Neive, qui il suolo è marnoso con inserti di calcare, argilla e sabbia.
In quegli anni Angelo Rocca non era rimasto immune al fascino delle barriques, infatti proprio per la ’97 le usò nuove. In tempi in cui non era poi così abituale, Angelo preferiva non filtrare e non chiarificare il suo Brich Ronchi, proprio per ottenere tutte le sue qualità espressive al massimo.
Assaggiarlo a distanza di 26 vendemmie è una bella prova, certamente il legno non può che essere integrato, ma per il resto come va? Vediamo.

Il colore del Barbaresco Vigneto Brich Ronchi 1997 Rocca Albino

Il colore è indubbiamente aranciato con vaghi ricordi granata, Dopo opportuna ossigenazione (quasi un’ora nel calice), fa piacere notare che il vino non si è dissolto né spento, la spinta dei profumi è decisa e convinta, ben giocata sul frutto in confettura, prugna, mora e cassis in particolare, corredato da note più terziarie di tabacco, cuoio, fumo, liquirizia, noce tostata, infuso di spezie officinali.
Al palato toglie qualsiasi dubbio sulla sua tenuta, ha ancora una bella verve, la struttura piena e ricca gli ha permesso di tenere botta dopo così tanto tempo, interessante notare il carattere leggermente polveroso del tannino, un marchio di fabbrica del Ronchi, il sorso ha una bella dolcezza e una persistenza davvero notevole. Sicuramente all’apice delle sue qualità espressive, ma la discesa potrebbe essere ancora lontana…

Roberto Giuliani

Roberto Giuliani

Figlio di un musicista e una scrittrice, è rimasto da sempre legato a questi due mestieri pur avendoli traditi per trent’anni come programmatore informatico. Ma la sua vera natura non si è mai spenta del tutto, tanto che sin da ragazzo si è appassionato alla fotografia e venticinque anni fa è rimasto folgorato dal mondo del vino, si è diplomato sommelier e con Maurizio Taglioni ha fondato Lavinium, una delle prime riviste enogastronomiche del web, alla quale si dedica tutt’ora anima e corpo in qualità di direttore editoriale. Collabora anche con altre riviste web e ha contribuito in più occasioni alla stesura di libri e allo svolgimento di eventi enoici. Dal 2010 collabora all'evento Terre di Vite di Barbara Brandoli e dal 2011 fa parte del gruppo Garantito Igp.

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