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La vite sulle dolci colline marchigiane


Il paesaggio marchigiano, come in generale quello dell’Italia centrale, è un susseguirsi di morbide colline, con un suolo calcareo-argilloso, che dolcemente digradano dall’Appennino verso il mare e raramente superano i 400 metri di altitudine.
Quasi sicuramente la vite è presente in questa regione da circa tre mila anni! Non più di 10 anni fa infatti, nella zona di Matelica, è stata rinvenuta una tomba di un principe guerriero Piceno risalente al VIII secolo a.C. ed al suo fianco c’era una ciotola con oltre 200 vinaccioli.

Paesaggio marchigiano

I vitigni marchigiani Nel Medioevo, con la diffusione della mezzadria nell’Italia centrale, la vigna viene sostituita con l’usanza di tenere un “arativo vitato”: il campo veniva coltivato e le viti piantate vicino (maritate) ad alberi che gli facessero da sostegno. Nella regione Marche questo “statu quo” è durato fino agli anni cinquanta dello scorso secolo. Tra le maggiori coltivazioni spiccavano, e spiccano tuttora, quella del frumento, della vite e dell’olivo.
Probabilmente il sangiovese è sempre stato presente nelle Marche, come il verdicchio e come il trebbiano. Su alcuni atti notarili del 1400 (Notaio Antonucci) si parla di “brun gentile”, trebbiano e verdicchio; la presenza di questi vitigni nei terreni in vendita determinano un prezzo maggiore, perché di maggior pregio. Nei secoli successivi non si parla più di brun gentile, bensì di sangiovese. Non si può certo stabilire che i due fossero lo stesso vitigno; il sangiovese diffuso attualmente nelle Marche e che si è acclimatato e sviluppato in zona ha chicchi e grappolo più grande del sangiovese toscano.

Viticoltura

Matelica
Non è un caso che siano state istituite due DOC per il Verdicchio. La valle Esina ha una disposizione, unica nelle Marche: orientamento Nord-Sud, anziché Est-Ovest di tutte le altre. Ciò le conferisce un clima mediterraneo nel soleggiamento e continentale nelle escursioni termiche, non potendo godere delle correnti del mare, che farebbero da volano termico; infatti, una catena montuosa parallela alla costa si frappone al mare, facendo da sbarramento naturale. Le basse temperature notturne, al di sotto dei 20-22°C, bloccano il metabolismo delle piante.
Al contrario, là dove le temperature notturne sono più elevate, il metabolismo continua ed in mancanza della fotosintesi che fa da carburante, la pianta utilizza acidi organici attinti direttamente dagli acini, detraendoli, quindi, al corredo finale a frutto maturo. Tale comportamento provoca un metabolismo diverso sulle piante, e, quindi, un diverso equilibrio nei mosti; con il risultato che a livello organolettico e sensoriale si ha una grossa differenza fra i due verdicchio.

Lacrima di Morro d'Alba

Il “Lacrima di Morro d’Alba“, D.O.C. dal 28/7/2005, viene coltivato nell’omonimo paese e zone limitrofe, comunque nella parte nord della regione, è un vitigno molto particolare. E’ un’uva a bacca rossa, con profumi esuberanti, ha molti antociani, ma scarso tannino; meno, addirittura, di alcune uve bianche come il greco. Inoltre, quando l’uva arriva a piena maturazione, si spacca la buccia, essendo essa molto sottile, e va raccolta immediatamente per non permettere fermentazioni spontanee non gradite.

Il montepulciano e la passerina sono due vitigni tipici (autoctoni) del centro Italia e da sempre presenti nelle Marche. Altro discorso merita, invece, il pecorino.
Negli anni ottanta del secolo scorso ci fu la corsa ad impiantare vitigni internazionali perché tale scelta sembrava garantire sbocchi al mercato internazionale. Grazie, invece, alla intuizione di alcuni produttori illuminati, si iniziò a produrre vini da vitigni in purezza ed a recuperare vitigni che stavano rischiando l’estinzione.
Voglio ricordare il timorasso, il pallagrello, il casavecchia e tanti altri. Molti vitigni autoctoni erano stati abbandonati perché ritenuti poco produttivi in un’epoca in cui si privilegiavano uvaggi che rendessero in quantità; la qualità, infatti, era di là da venire. Guido Cocci Grifoni intuisce le potenzialità del pecorino ed inizia la sperimentazione su questo vitigno del quale si ha notizia fin dal 1871 e che all’epoca rischiava di andare perduto.
Il pecorino vinificato in purezza rivela eccezionali caratteristiche enologiche, incontra subito il gusto e l’apprezzamento del pubblico e riceve il riconoscimento della DOC nel 2001. Il vitigno appena recuperato, si diffonde rapidamente in tutta la regione Marche ed anche nel vicino Abruzzo. Altri vitigni a bacca bianca, di minore importanza, sono diffusi solo in alcune zone della regione, ma concorrono alla produzione di vini molto tipici; il Bianchello del Metauro ne è un esempio.

Bianchello del Metauro

Tra il 1300 ed il 1400 nella valle Esina, ed a Matelica in special modo, si produceva un tessuto grezzo, chiamato “pannolana“, e veniva esportato in gran quantità in Francia. Al ritorno, le carovane riportavano dalla Francia merci di tutti i tipi, fra cui i vitigni bordolesi e, in maniera particolare, il merlot, diffondendosi nel tempo in quasi tutta la regione.

Il territorio di Cupra Marittima è adatto alla viticoltura ed alla olivicoltura in quanto è povero; è un terreno sciolto, sabbioso, con molto scheletro ed è situato ad una altezza che va da poco più di 100 m.s.l.m. e fino ai 400 metri ed il vitigno principe della zona è il montepulciano. A cavallo del 1800 e 1900 è arrivato in zona, per merito della pastorizia (c’era una importante linea di transumanza dalla Maremma-Tuscia verso il Piceno), il bordò, biotipo del cannonau. Il vitigno è lo stesso che viene coltivato sul lago Trasimeno (dove viene chiamato ancora “gamay del Trasimeno“, nonostante recenti studi lo abbiano assegnato alla famiglia dei grenache); i pastori sardi, che lo hanno diffuso nell’Italia centrale proprio con le loro transumanze, lo chiamavano “burdu” (bastardo), proprio perché derivato dal cannonau.

Vernaccia di Serrapetrona

La Vernaccia di Serrapetrona è un vino spumante prodotto essenzialmente con uve di vernaccia nera coltivata tradizionalmente in tutto il territorio del comune di Serrapetrona e in parte quello dei comuni di Belforte del Chienti e di San Severino Marche. La sua particolarità sta nel fatto che, trattandosi di un vitigno che si presta molto alla spumantizzazione per vini da dessert, il vino finito subisce tre fermentazioni.
Il 60% dell’uva viene trasformata regolarmente per produrre il “vino base”, mentre il restante 40% viene posto in appassimento in appositi locali appesa a dei fili, come da tradizione secolare. Ad appassimento completato, le uve vengono diraspate, pigiate e pressate; il mosto così ottenuto viene aggiunto al vino base, che ricomincia a fermentare per effetto degli zuccheri presenti nel mosto appena aggiunto. A processo ultimato si è ottenuta una base per spumante, che viene posta in ulteriore fermentazione, generalmente in autoclave.

Piazza Federico II - Jesi

Pur essendo una regione di modesta estensione, si contano ben ►5 DOCG e 15 DOC; ciò vuol dire che si fa vino in tutta la regione. Un detto locale, infatti, afferma che c’è un vino per ogni contrada, ognuno con le proprie caratteristiche, ma tutti sono esportati nel mondo e tutti, in particolare il Verdicchio, sono considerati eccellenti. Elevati alla DOCG sono il Verdicchio di Matelica Riserva, il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva, il Rosso Conero, la Vernaccia di Serrapetrona ed, infine, Offida in due espressioni: il Rosso Piceno (base 85% montepulciano e completato con altro rosso a bacca rossa: sangiovese, cabernet sauvignon, merlot); mentre per la versione bianca ci sono due vitigni che si esprimono ad altissimi livelli in questa regione: la passerina ed il pecorino.
Oltre alle zone appena ricordate, ci sono altre nove zone identificate per vini a DOC: Bianchello del Metauro, Colli Maceratesi, Colli Pesaresi, Esino, Falerio dei Colli Ascolani, I Terreni di San Severino, Lacrima di Morro d’Alba, Pergola, San Ginesio.
Tenendo conto dell’importanza qualitativa dei vini espressi, ho suddiviso il territorio in tre macrozone per semplificare gli itinerari enologici: a nord con il Verdicchio dei Colli di Jesi ed il Rosso Conero; ad ovest il Verdicchio di Matelica; a sud Offida, con Pecorino, Passerina e Rosso Piceno.
Ai prossimi report.

Antonio Di Spirito

Il vino ha sempre fatto parte della sua vita; dal 1974 vinifica le uve acquistate e nel 1981 ha impiantato una piccola vigna che coltiva tutt'oggi, sempre per il consumo familiare. Dal 2006 si è dedicato interamente al mondo del vino; dopo aver seguito tanti corsi, ha ricoperto il ruolo di docente alla Rome Wine Academy School, organizzando e guidando degustazioni, partecipando alla stesura di una Guida annuale ai Migliori Vini e curando la pubblicazione del New Wine Journal online. Dal 2011 è Free Lance Wine Journalist. Dal 2013 collabora con "Lavinium" e dal 2014 anche con "LucianoPignataro WineBlog". Dal 2014 è Giudice Internazionale al "Concours Mondiale de Bruxelles" e dal 2016 è Membro delle Commissioni di Valutazione del Concorso Enologico Internazionale "La Selezione del Sindaco". Nel 2015 ha partecipato alle selezioni ed alla scelta dei vini della guida Slow Wine 2016 per la Sardegna e nel 2016 ha fatto parte del panel di degustazione per le selezioni e la scelta dei vini della guida Guida "I vini d'Italia" de L'Espresso.

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