I racconti di Alda: Senza rimpianti

E poi tornava settembre e la porta della libreria di Marta, unica nella zona, di nuovo si apriva e si chiudeva con un ritmo quasi frenetico. Musica per noi. Proprio come prima dell’estate quando tutti i clienti più fedeli erano ancora in città e nessuno di loro rinunciava, almeno una volta al giorno, a visitare quel salotto vivace e spregiudicato che Marta era riuscita a creare con tenacia e intelligenza Un punto d’incontro irrinunciabile.
La libreria si trovava in una strada di passaggio, alberata e le sue vetrine attiravano i passanti ancora più di quelle dell’elegante boutique a pochi metri di distanza. Marta era colta, appassionata lettrice e con la piccola eredità di un vecchio zio era riuscita a realizzare il suo sogno. Formidabile Marta. Se non fosse stato per lo zio, prima o poi, lei ci sarebbe riuscita comunque ad aprire una libreria… Mai guardare indietro, diceva, ma sempre avanti e quando hai un sogno non devi rassegnarti, ma devi fare di tutto perché non rimanga tale. I sogni di Marta. Le sue realtà. Le nostre.
Nei primi tempi non era stato facile, ma piano piano Marta era riuscita a coinvolgere alcuni nomi famosi della letteratura e dello spettacolo, rendendo sempre più animata e piacevole la libreria. A quel tempo la gente amava ancora leggere, s’interessava alle novità, partecipava agli incontri con gli autori, non solo per strappare un autografo, ma per un vero interesse. Così, intrattenersi da Marta era diventato un rito quasi quotidiano. Quell’atmosfera particolare, l’ambiente accogliente, minuti, a volte ore da strappare alla tirannia del tempo.
“Sai” mi disse una volta Marta “muoversi in una libreria, prendere in mano un libro, annusare l’odore della carta stampata è più inebriante di una generosa spruzzata di Chanel”.
Ero d’accordo. E Chanel, allora, era il nostro profumo preferito.
Marta chiudeva la libreria soltanto per una ventina di giorni durante il mese di agosto e per i clienti che rimanevano in città quello era un periodo triste. Le luci spente, le serrande abbassate. Abbandono. Una specie di lutto. Ma poi tornava l’autunno. E Marta era lì, simpatica, brillante e molto paziente. Da lei si trovava di tutto. Romanzi di ogni genere, volumi d’arte, libri per bambini, testi scolastici, vecchi dischi jazz per amatori, ma anche cd di classica e moderna. Il reparto musica, un colpo di genio. Lei era davvero instancabile, come aiuto aveva soltanto uno studente universitario e poi c’ero io che, quando potevo, le davo una mano unendo al suo entusiasmo il mio. Su me poteva sempre contare, per qualsiasi cosa.
Per gli amici più intimi Marta organizzava spesso cene a casa sua, anche nei primi tempi, quando i guadagni scarseggiavano. Da autentica torinese era insuperabile nel consommé e nei bolliti, ma nei periodi di magra si sbizzarriva in fagiolate, pizze di patate e piatti a base di polenta, sempre diversi. Al vino provvedevano gli ospiti, anche se qualche bottiglia di Barolo a casa sua non mancava mai Era il suo preferito. Discussioni su qualsiasi argomento, risate, quel mondo dove tutto sembrava speciale, almeno in quei momenti e in quelle occasioni. Una vera festa e via i pensieri neri, le preoccupazioni, le miserie che a volte entravano nella vita di ognuno.
“Non ti esaltare troppo” mi raccomandava quando c’era in programma l’incontro con uno scrittore o un attore “a volte conoscere da vicino certe celebrità può essere deludente”.
Allora ero molto giovane, lo ero più di lei e non mi dispiaceva ascoltare i suoi suggerimenti. Mi piaceva scrivere per i bambini, avevo già pubblicato racconti che illustravo io stessa. “Un giorno scriverò un romanzo per adulti” promettevo “magari un giallo e sarà un grande successo”.
“Le vetrine della mia libreria ti aspettano” assicurava Marta senza ironia ma piuttosto con un soffio di malinconia. Lei sapeva già che la mia ambizione non era tale da spingermi a battermi per quel progetto. Prima di tutto c’erano le necessità quotidiane, gli amori, anche quelli bugiardi e la vita da vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo.
“Non avere mai rimpianti” raccomandava Marta “sono veleno, come i rimorsi e i sensi di colpa. Tu vai sempre avanti”.
Marta era soddisfatta della libreria, di quel piccolo mondo magico che aveva creato e che ruotava intorno a lei, ma la sua vita sentimentale era un disastro. La sua abilità nel cacciarsi in storie sbagliate, complicate e senza futuro sembrava inevitabile. Lei si stringeva nelle spalle e non so quanto riuscisse davvero a chiudere in gabbia rimpianti e rimorsi. In ogni modo sorrideva e andava avanti. Quelli furono anni di emozioni, incontri, soddisfazioni, ma poi…
Poi qualcosa cominciò a cambiare e quando, ancora una volta, con la fine delle vacanze estive, tornò settembre, la porta della libreria cominciò ad aprirsi e chiudersi sempre più di rado. Il campanellino non suonava. La musica si stava spegnendo. Alcuni clienti rimanevano fedeli, ma i passanti entravano raramente. La gente cambiava, altre generazioni venivano avanti, sempre più tecnologiche, sempre meno creative, ma bene inserite nel loro tempo. Perfino i bambini imparavano tutto molto in fretta. Le persone leggevano poco, difficilmente compravano libri e quando volevano leggere c’era internet, c’erano i tablet e la possibilità di scaricare tutto quello che volevano. Fantasia e creatività in crisi. E noi con loro.
All’inizio della sua avventura libraria Marta mi aveva confidato di essersi ispirata al libro “Festa mobile” di Hamingway, alla Parigi di quell’epoca, agli incontri dello scrittore, nella libreria di Sylvia Beach, con Scott Fitzgerald, Joice, Pound e tanti altri. Grandi talenti, pochi soldi e molte speranze. Leggendo quel libro il suo sogno si era rafforzato e anche se via Nemorense non era rue de l’Odéon e gli anni venti erano lontanissimi, era felice di tutto quello che aveva realizzato. Comunque fossero andate in seguito le cose.
E poi un giorno Marta venne da me e mi disse che aveva venduto la libreria. Cominciava a costarle troppo, era stanca e piena di debiti, tornava a Torino e si sposava con un suo amore di gioventù ritrovato per caso.
Un pugno nello stomaco. Non potevo crederci. Mi sentii tradita. Eravamo amiche da vent’anni, avevamo condiviso emozioni, dubbi, entusiasmi, serate memorabili e fino a quel momento non mi aveva neppure accennato a quella possibilità. Chiudere, vendere. Via tutto. Finito.
“Non te la prendere” disse “non ero sicura nemmeno io che fosse la cosa giusta da fare. Sei comunque la prima con cui ne parlo. Io non sono Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli, la mia era una libreria di quartiere, ha fatto il suo tempo ed è stato un tempo buono. Arriva un momento in cui diventa indispensabile voltare pagina e fare scelte diverse. La vita ha i suoi percorsi. Con la libreria ho concretizzato un mio sogno, ora andrò avanti in un altro modo, con altri progetti. E senza rimpianti e un giorno anch’io potrò dire”… fece una pausa mi guardò sorridendo “Confesso che ho vissuto” concluse citando Pablo Neruda.
Sono trascorsi molti altri anni da quel giorno, Marta ed io ci sentiamo ancora. Ora c’è skype. Già. Adesso, quando capito in via Nemorense, cammino sul marciapiede opposto a quello della libreria. C’è un negozio di fiori al suo posto. Niente rimpianti, mi dico tirando dritto. Però è consolante vedere fiori dove c’erano libri. Fiori. Non salumi. Fa un po’ meno male.



