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Al Royal Wine Festival di Courmayeur dello scorso aprile si è rivelata particolarmente interessante la parentesi tra una degustazione e l’altra costituita dall’incontro con Giulio Moriondo dal titolo “Storie e parentele genetiche dei vitigni valdostani“. Il “bioenologo”, come ama definirsi, professore al Liceo Scientifico di Aosta, dedica ormai da quasi vent’anni buona parte del suo tempo libero alla riscoperta di quei vitigni autoctoni valdostani a forte rischio di estinzione, esplorando in lungo e in largo terrazzamenti arroccati sulla montagna in gran parte abbandonati, vere e proprie opere di ingegneria umana in cui si trovano piante centenarie che ancora fruttificano, spesso insieme al suo amico svizzero vallesano, dottor José Vouillamoz, biologo molecolare, che si occupa delle analisi del DNA con cui formulare le parentele genetiche di questi vecchi vitigni locali.
Prendendo spunto dalla sua recente pubblicazione Origine des cépages valaisans et valdotains (Origine dei vitigni vallesi e valdostani), redatta a quattro mani insieme a Josè Vouillamoz, in poco più di un’ora Moriondo ha delineato ai pochi fortunati presenti, in gran parte interessati viticoltori valdostani, una panoramica della coltivazione della vite in Valle a metà dell’800: interessanti foto d’epoca illustravano le colline attorno ad Aosta completamente terrazzate e ricoperte di viti coltivate a “pergola bassa” (mentre oggi risultano quasi totalmente edificate…), con i caratteristici e tipici “cabuet” in pietra o scavati direttamente dentro la roccia che servivano da riparo per gli attrezzi, immagini confermate dalle prime testimonianze scritte risalenti al manoscritto sulla vita del patrono Sant’Orso del VI-VII secolo, dove già vi era traccia delle prime coltivazioni della vite (il cui nettare pare avesse proprietà incredibilmente benefiche e salutari).
Nel 1500 si individuava un primo schema riassuntivo degli acquisti di uve e mosti, prologo al prezioso Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta del 1838 del dott. Lorenzo Gatta veniva stilata una prima selezione tra vini di chiesa, vini da vendita, secchi o passiti (“vini di lusso”) e vini comuni di prima qualità, utilizzando uve di Picotendro (cloni di Nebbiolo), Neret, Malvoisie (Pinot Grigio), Muscat (Moscato bianco), Oriou Picciou (Petit Rouge) e Priè, ripresa a fine ‘800 dal Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. Breve excursus quindi sui “vini persi”, a cominciare dal Clairet de Chambave, vinificato fino ad inizio ‘900, “vino di lusso ottenuto da uve passite di nebbiolo (70-80%) e neret (20-30%) da bersi dopo 6 anni, ottimo dopo 15-20 anni”, di cui si parla già nel 1494 in occasione della visita in Valle dei regnanti francesi. Praticamente estinti anche il Montaverain e il Torrette di Saint-Pierre, vini però che lo stesso Moriondo sta cercando di “riportare alla luce” con un certosino lavoro di impianto nei suoi sette micro-appezzamenti (meno di mezzo ettaro complessivi) oppure in epoca di vendemmia andando alla ricerca di pochi chilogrammi di uva qua e là nei vigneti abbandonati da tempo che però ancora vinificano in ambienti pressoché selvaggi.
Grazie all’Albero genealogico dei vitigni della Valle d’Aosta e del Vallese, descritto capillarmente nel suo libro, Moriondo desta parecchia soddisfazione e curiosità nei presenti evidenziando che buona parte dei vitigni svizzeri derivano in realtà dal confinante territorio valdostano. Buona parte figli del Rèze, vitigno a bacca rossa anch’esso a forte rischio di estinzione, si scopre ad esempio che il più antico è il bianco Priè, le cui prime citazioni risalgono al 1691 insieme al Muscat e al Pinot Gris, mentre tra i rossi risulta il Fumin, di cui si parla nel 1785, coltivato da Chambave fino ad Aymavilles, vinificato in purezza ma spesso utilizzato per rinforzare altri vini. Il più famoso senza dubbio è il Petit Rouge, riconosciuto tale dal dott. Gatta nel suo Saggio del 1838, ancora oggi “base” di molti vini valdostani. Omonimi ma con caratteristiche diverse sono invece l’autoctono Cornalin e il Cornalin del Vallese, nato dall’incrocio tra il Mayolet e il Petit Rouge. Nuovo spazio quindi ai vini pressoché scomparsi ma che stanno tornando alla luce grazie alla certosina opera di Giulio, come il Blanc Comun, di origini francesi, svanito da oltre un secolo e “rivinificato” nuovamente a partire dal 2007. La stessa sorte è toccata l’anno successivo all’Oriou Gris, un vino rosato prodotto fino a fine ‘800 a S. Cristophe, Nus, Quart e Gressan. Ultimo in ordine di tempo il Petit Rouge a bacca bianca, individuato sempre nel 2007 e vinificato per la prima volta quattro anni dopo, “con risultati sorprendenti, un mix di note e caratteristiche del Petit Arvine e del Sauvignon” secondo lo stesso Moriondo. Curioso, anzi gustoso, esempio di questi “capolavori” ci è stato infine proposto in degustazione, il “Lo Vrei“, un “vino di lusso” a base di uve di petit rouge e ourion gros raccolte a fine anno nei pressi di Saint Pierre, messe ad appassire e vinificate al 100% naturalmente, senza nessun accorgimento tecnologico: pochi litri di un nettare che ricorda nel colore e nel sapore un Porto, un Amarone o un Bayouls giovani, messo in bottiglie d’epoca di fine ‘800, l’ennesima vera e propria chicca su cui riflettere sulle potenzialità e ricchezze del patrimonio vitivinicolo valdostano.
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