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Fiano di Avellino 1993, nozze d’oro con Mastroberardino

Mastroberardino

Tanti bianchi resistono, il Fiano di Avellino evolve grazie alle caratteristiche del vitigno che fanno del tempo non un ostacolo da superare anno dopo anno ma un alleato. Non avevamo dubbi di trovarci di fronte ad una bella esperienza quando ci siamo trovati di fronte a questa bottiglia uscita dalla cantina lucana di Peppe Misuriello, patròn dell’Antica Osteria Marconi di Potenza che ha appena preso in gestione Locanda Severino a Caggiano. Da sempre nel mondo del vino, prima con l’enoteca poi con il ristorate, Peppe è stato uno di quelli che ha comprato senza esitazione quando lo si poteva fare senza fare mutui in banca e, soprattutto, tra i pochi ad avere il vizio di conservare vecchie bottiglie.

Fiano di Avellino 1993 MastroberardinoEcco allora da dove esce questo bianco irpino nella bottiglia renana, poi andata in disuso perché non si trovava con le moderne geometrie commerciali. Peccato, perché quando te la trovi di fronte pensi subito di bere un bianco importante.

Nel 1993 non esisteva facebook, per comunicare si usava il telefono e l’Italia stava appena per imboccare la strada del declino mentre il mondo del vino andava in direzione esattamente opposta nonostante tutto: investimenti a lungo termine, ricerca, miglioramenti e innovazioni in campagna e in cantina, cura della presentazione delle bottiglie e delle cassette. Una rivoluzione insomma, che ha visto coinvolta tutta la viticultura italiana da Nord a Sud in un moto unico e che ancora oggi fa del vino la punta di eccellenza dell’agroalimentare.

La cosa impressionante di questa bottiglia è che non è stata progettata per essere bevuta dopo un quarto di secolo, per la verità nemmeno dopo un anno. All’epoca si usciva in commercio il prima possibile e questa base, dalle sei alle settemila lire poi diventate 6-7 euro, non aveva alcuna presunzione. La grande intuizione della famiglia Mastroberardino fu di comprendere che Lapio era una zona vocata e i contadini furono incoraggiati a piantare il Fiano.

Già il tappo, perfetto e intero, annuncia l’integrità del vino che si presenta di un colore giallo paglierino carico ancora vivo. I profumi sono tipici del Fiano di Avellino invecchiato: frutta bianca evoluta, note fumé e di idrocarburi, tono della beva sapido e amaro, nessuna dolcezza ma tanta freschezza che regge bene il corpo del vino mantenendolo in gran forma.

L’ennesima dimostrazione delle enormi potenzialità di questo vitigno coltivato in Irpinia, zona di freddo da sempre molto vocata. Siamo convinti, infatti, che siamo appena al dieci per cento di quello che si potrebbe fare anche se in tanti ormai escono dopo almeno un anno dalla vendemmia. Cosa manca per mettere a reddito enologico questo patrimonio? Anzitutto un uso del legno graduato e ben studiato, l’individuazione dei cru e la capacità di stoccaggio di almeno un anno.
Bevute come questa del 1993, oltre ad avere la capacità di trasmettere emozioni e piacere, spingono appunto a queste riflessioni.

Luciano Pignataro

Laureato in Filosofia e giornalista professionista, lavora al Mattino dove da anni cura una rubrica sul vino seguendo dal 1994 il grande rilancio della viticoltura campana e meridionale. Al centro dei suoi interessi la ristorazione di qualità, la difesa dei prodotti tipici e dell'agricoltura ecocompatibile. È autore per le Edizioni dell'Ippogrifo delle uniche guide, sponsor free, sui vini della Campania e della Basilicata andate ripetutamente esaurite oltre che del fortunato Le Ricette del Cilento giunto alla terza edizione. Con la Newton Compton ha pubblicato La cucina napoletana di mare, I dolci napoletani, 101 vini da bere almeno una volta nella vita. Ha vinto il premio Veronelli come miglior giornalista italiano nel 2008. Dal 1998 collabora con la Guida ristoranti Espresso, è impegnato nella nuova guida Vini d'Italia di Slow Food. Fa parte del gruppo Garantito Igp.

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