Federica Ceschin – La Viarte: distinguersi con vini che emozionano
L’estate ci ha oramai abbandonato, l’autunno sta iniziando a farci sentire la sua presenza con giornate che si accorciano e temperature che iniziano a scendere. Inutile negarlo, un pizzico di malinconia può essere naturale, o lo è almeno per chi vi scrive, e allora quale metodo migliore per riportare un po’ di allegria e di luce se non quello di andare alla ricerca della primavera, e non ci crederete ma io l’ho trovata un pomeriggio di ottobre scorrazzando fra le colline della zona DOC dei Colli Orientali del Friuli.
Chi mi conosce, in questo momento potrebbe pensare malignamente che ospite la scorsa domenica nelle cantine della Berlucchi per la consegna dei diplomi ai nuovi sommelier del Friuli Venezia Giulia, abbia un po’ esagerato con le bollicine celebrative, ma vi posso assicurare che il mio tasso alcolico nel momento in cui vi scrivo è a prova di ritiro della patente e vi confermo: ho trovato davvero la primavera ed è stata un’esperienza davvero coinvolgente ed emozionante.
Il mio viaggio alla scoperta delle belle realtà vinicole del Friuli Venezia Giulia mi ha portato in località Prepotto in provincia di Udine e l’azienda che sono andato a conoscere si chiama “LA VIARTE” che guarda caso in dialetto friulano significa primavera (con questo spero di aver tranquillizzato chi avesse temuto per il mio stato mentale).
A farmi per prima gli onori di casa, Aurora, simpatica responsabile amministrativa, che oltre a gestire con grande professionalità la materia di sua competenza è anche una profonda conoscitrice della storia e dei vini aziendali.
Aurora sarà la mia “ciceronessa” in attesa dell’arrivo di Federica moglie di Giulio Ceschin con cui condivide oltre ai piaceri e doveri coniugali anche la guida dell’azienda. Sfortunatamente non avrà la fortuna di conoscere direttamente Giulio in quanto messo al tappeto da un fastidioso virus influenzale. L’azienda La Viarte nasce grazie alla passione e alle felici intuizioni di Giuseppe Ceschin, enologo veneto che venne a lavorare in Friuli negli anni ‘60 dopo il tirocinio in Veneto e nel Meridione.
Qui conobbe Carla, donna della sua vita e importante spalla che lo aiutò in quello che era il suo grande sogno: la realizzazione di una cantina tutta sua dove produrre vini che potessero distinguersi per la capacità di saper emozionare.
Le basi che permisero ai sogni di trasformarsi in stupende realtà furono poste quando nel 1973 furono acquistati dei terreni nel comune di Prepotto, importantissima zona che si contraddistingueva per il terreno marnoso-arenaceo, la “ponca”, storicamente tra i più vocati al mondo per la produzione vitivinicola.
I terreni acquistati erano composti da bosco tagliato, un grande lavoro attendeva Giuseppe, infatti, la cantina iniziò la commercializzazione dei propri vini ben oltre 10 anni dalla sua nascita, tutto il tempo che è stato necessario per preparare i terreni, terrazzare i vigneti e portarli ad un giusto equilibrio in modo da poter produrre vini di grande importanza.
Correva l’anno 1984 quando finalmente le prime bottiglie venivano vendute per la gioia di Giuseppe e Carla che raccoglievano i frutti del loro duro lavoro, ma anche di tutti gli amanti del buon bere e delle forti emozioni che arricchirono le loro possibilità di scelta con queste nuove grandi produzioni. Con l’arrivo del nuovo millennio, il testimone dell’azienda passò nelle mani di Giulio Eschia enologo e figlio di Giuseppe che dal padre eredità un mare di conoscenze e l’amore enorme verso il mondo del vino.
Giulio in questi anni ha creato un team di affiatati e giovani collaboratori e assieme a Federica, moglie e madre dei suoi 3 figli, porta avanti con onore e spirito che punta sempre al miglioramento quello che è stato il sogno realizzato di suo padre, cercando di fondere le consolidate tradizioni ereditate con il suo giovanile spirito di rinnovamento.
Ora l’azienda può contare su 26 ettari di superficie vitata che portano a produrre una media di 100 mila bottiglie all’anno dove il 75% e riservato ai vini bianchi e il restante 25% ai rossi, con la particolarità di coltivare ben 8 tipologie autoctone, fra le quali spicca lo Schioppettino varietà tipica di Prepotto e che vede Giulio in prima linea come Presidente dell’Associazione di Produttori dello Schioppettino di Prepotto, comune che ha raggiunto il riconoscimento a Sottozona della DOC Colli Orientali.
Denominatore comune con la gestione di suo padre, l’impegno costante che inizia dalla campagna con basse rese per ettaro, vendemmia manuale con selezione dei grappoli migliori in modo da lavorare sempre in cantina con uve sane e mature. La vinificazione è svolta in maniera sempre attenta ma limitandosi alle pratiche meccaniche e all’utilizzo dei lieviti selezionati, controllando ma non interferendo nel processo di produzione, per ottenere un vino il più possibile integro e naturale, che subisca processi di trasformazione estremamente semplici.
Inutile che vi dica che dopo la visita alla cantina, che rappresenta sempre un momento di estrema emozione e arricchimento culturale, la parte che più mi emoziona è sicuramente quella nella quale le mie papille gustative entrano in contatto con quelli che sono i meravigliosi nettari Dionisiaci che l’azienda produce con tanta passione ed amore. Questi nettari divini sono contenuti in bottiglie dove la veste grafica è sì essenziale ma di estrema classe e qualità in modo che possa rappresentare in maniera chiara lo stile della Viarte. L’offerta produttiva è molto ampia e interessante, un nutrito numero di autoctoni in purezza (Ribolla Gialla, Friulano, Refosco, Schioppettino, Tazzelenghe, Pignolo) si unisce alle varietà internazionali (Pinot Bianco, Pinot Grigio, Sauvignon, Cabernet, Merlot). Molto ampio è anche il panorama dei “blended”, con una linea di cuvée giovani (Incò bianco, Incò rosso) che si unisce alle più prestigiose cuvée storiche: Lïende (Tocai Friulano e Pinot Bianco 70%, Sauvignon, Riesling e Ribolla Gialla il restante 30%.), Siùm (da Picolit e Verduzzo friulano) e il Ròi (Merlot 80%, Cabernet 20%.) che però viene prodotto solo nelle annate ritenute eccezionali (l’ultima etichetta è oramai datata 2003). Come avrete capito ce n’è per tutti i gusti, e sicuramente tutti i vini meritano di essere provati perché tutti riescono a risvegliare i sensi di chi li degusta. Come rappresentanti dell’intera gamma produttiva ho scelto di parlarvi di tre vini che mi permettono di far conoscere alla platea nazionale degli autoctoni friulani che meritano le luci della ribalta e che forse non tutti fuori dai confini regionali conoscono ancora bene.
Iniziamo con il “Taglialingua” ovvero, in friulano, Tazzelenghe chiamato così per l’elevata tannicità. È un vitigno autoctono che ha rischiato l’estinzione (assieme a molti altri autoctoni regionali) sempre a causa delle malattie (oidio, peronospora e fillossera) che convinsero a fine Ottocento a sostituire i vitigni autoctoni, con quelli “internazionali” più resistenti. Bisogna essere grati ad alcuni lungimiranti vignaioli come Giuseppe Ceschin che hanno caparbiamente prima mantenuto la produzione per poi incrementarla dalla fine degli anni Ottanta. Il Tazzelenghe vinificato in purezza dà origine a vini di alta qualità e pregio che necessitano di invecchiamento per ammorbidire un po’ l’elevata tannicità. È un vitigno difficile da “domare”, in ogni caso è un vino di forte personalità che suscita sensazioni forti: ci si innamora o lo si abbandona, quello della Viarte appartiene sicuramente alla prima categoria. Definire sontuoso e unico il Sium non è un’esagerazione. La parola Sium in friulano significa “sogno”, e l’idea di fare questo vino si concretizzò per la prima volta nel 1994 per rendere onore a un progetto romantico (quello dell’azienda) che si era trasformato in realtà.
Il vino nasce dalla fusione di due nobili varietà autoctone: il Picolit e il Verduzzo, vendemmiati in più passaggi per cogliere per ogni grappolo il punto ottimale di maturazione. Dopo appassimento in cassetta e conseguente perdita di circa 50-55% in peso, a dicembre viene effettuata una pressatura soffice; la fermentazione avviene in carati di rovere nuovi da 228 litri e si protrae molto lenta. Il “Sium” trascorrerà un anno sulle fecce nobili per acquisire ricchezza e serviranno altri due anni passati a riposare in bottiglia perché i delicati equilibri che renderanno questo vino cosi prezioso siano perfettamente a punto. Il risultato è un liquido ambrato e luminoso che mette in moto tutto l’apparato sensoriale regalando emozioni che meritano di essere provate ad esempio con formaggi erborinati accompagnati con miele d’acacia o solo come vino da meditazione.
Ho lasciato per ultimo lo Schioppettino perché è il vino che ha le sue radici natie proprio nella zona di Prepotto. Il vento asciutto e relativamente fresco che attraversa sistematicamente la vallata di Prepotto, mantiene un microclima favorevole e, nella fase di maturazione delle uve, crea delle escursioni termiche determinanti per il corredo aromatico dello Schioppettino. E’ curioso notare che la parola “Schioppettino” ci rimanda al termine “scoppiettare”, al suono che potrebbe essere all’origine del nome e indicare la caratteristica degli acini maturi, gonfi e con la buccia tesa e leggera, che “scoppiettano” in bocca. Lo Schioppettino della Viarte rappresenta sicuramente una delle espressioni più riuscite e deliziose di questo autoctono friulano, un vino forse non molto conosciuto al di fuori dei confini regionali, ma con potenzialità e margini di miglioramento qualitativi e commerciali molto importanti. Lo Schioppettino è un vino mai troppo alcolico, con una speziatura elegante e fine, adatto all’invecchiamento da abbinare a pietanze di carne e, se invecchiato, anche a selvaggina.
Sembra impossibile come passa veloce il tempo quando ci si trova a proprio agio in un posto, prima Aurora e poi Federica sono state così gentili e ospitali che le lancette dell’orologio hanno fatto così tanti giri che si è fatto proprio tardi ed è purtroppo ora di abbandonare la primavera della Viarte e ritornare all’autunno imposto dal naturale ciclo stagionale.
Ringrazio Federica che mi ha permesso di conoscere la storia di questa bella realtà friulana e di deliziare le mie papille gustative con i deliziosi vini che solo chi ci mette tanto amore e sacrificio può essere in grado di produrre. Non mi resta quindi che rimettermi in viaggio nella speranza che la mia prossima tappa sia altrettanto solare e coinvolgente come lo è stata questa.
DIALOGANDO CON IL VIGNAIOLO
Federica, il marchio aziendale La Viarte, da dove deriva?
Il nome Viarte in friulano significa primavera e venne scelto per simboleggiare l’inizio del percorso di papà Giuseppe e mamma Carla. Giuseppe, enologo, dopo un tirocinio in Veneto e nel Meridione arrivò in Friuli dove conobbe colei che sarebbe diventata la sua compagna di tutta una vita e con la quale condivise l’idea e il sogno di realizzare un’azienda e produrre degli ottimi vini.
Ecco quindi come spiegare la scelta del nome a voler rappresentare un nuovo inizio, una primavera dove i sogni potessero materializzarsi. E fu quello che accadde, approfittando anche di un periodo storico ed economico nel quale chi aveva voglia di mettersi in gioco con tanta passione e sacrificio trovava terreno fertile per veder premiati tutti gli sforzi profusi.
L’obiettivo primario della famiglia Ceschin è sempre stato quello di distinguersi per vini che potessero emozionare. Qual è il vino che ti da più soddisfazioni ed emozioni?
Fare delle classifiche di preferenza non è facile perché mettiamo lo stesso impegno e la stessa passione per tutte le tipologie di vini che produciamo e che amiamo allo stesso modo come fossero tutti i nostri figli.
Se devo per forza fare dei nomi, diciamo il Friulano come rappresentante della nostra regione, che trova una deliziosa interpretazione nel nostro blend “Liende” a prevalenza Tocai Friulano. Poi come non menzionare lo Schioppettino che rappresenta il territorio nel quale la nostra azienda ha posto le radici. E per finire, se parliamo di emozioni, il Siùm è sicuramente il vino del cuore, quello dove due nobili varietà autoctone come il Picolit e il Verduzzo riescono assieme a creare una sinfonia di sensazione che non possono non fare breccia nei cuori e negli organi sensoriali di tutti gli appassionati.
Quale invece il più richiesto?
La richiesta di vini è molte volte legata alle mode e di conseguenza la domanda della clientela può variare a seconda dei periodi. Ad esempio il Merlot è sempre stato storicamente un vino molto richiesto, poi le mode hanno portato a veder diminuita la domanda a vantaggio di altre varietà, questo a testimoniare come possa variare il mercato nel corso degli anni.
Per quanto ci riguarda, il Friulano, la Ribolla Gialla e i vini rossi come Schioppettino e Tazzelenghe sono quelli che sono maggiormente “gettonati”.
La parte non vitata dell’azienda è stata volutamente mantenuta a bosco, per preservare il paesaggio e il naturale equilibrio microclimatico; sono segnali che dimostrano una forte sensibilità verso concetti come biologico e biodinamico?
Abbiamo sempre dato un grande valore a tutto quello che concerne il rispetto del territorio e dell’ecosistema. Alla base della nostra filosofia produttiva c’è l’ottenimento di prodotti di grande qualità, ed è solo lavorando bene in vigna che questo si può ottenere. Quindi l’uso di sostanze è limitato solo ai casi estremi nei quali è messa in discussione la salute delle viti in annate meteorologicamente sfavorevoli, altrimenti cerchiamo di seguire una metodologia di intervento che non si discosta molto dai dettami della viticoltura biologica.
A questo riguardo abbiamo ottenuto un finanziamento per un progetto triennale (2009-2012) dove verrà fatto uno studio agronomico di zonazione e monitoraggio del territorio nel quale si studierà il rapporto diretto che intercorre fra vitigno e terreno al fine di ottenere un prodotto di qualità superiore che sia fedele rappresentante del “terroir” di Prepotto.
Il mondo del vino in questo ultimo decennio si è molto evoluto e paesi che fino a pochi anni fa producevano vini modesti, oggi sono in grado di proporre sul mercato prodotti di tutto rispetto, con un ottimo rapporto qualità/prezzo anche se di stampo “internazionale” dove prevalgono i sentori di vaniglia e tostato. Non pensi, però, che alla lunga anche questi vini non avranno vita facile e che per scappare dall’uniformità degli internazionali il consumatore riserverà un’attenzione sempre maggiore verso i vitigni autoctoni e tipici del territorio e in Italia, e soprattutto in Friuli, siamo molto fortunati e forniti da questo punto di vista, basti pensare agli 8 autoctoni che Voi producete?
Sicuramente per la nostra regione è una fortuna avere tante varietà autoctone che integrano le produzioni di tipologie “internazionali”. La nostra azienda, grazie alla lungimiranza di Giuseppe, è stata brava a credere sempre nelle enormi potenzialità dei vitigni autoctoni anche quando in regione si preferivano gli internazionali più facili e redditizi da coltivare. I vitigni autoctoni possono essere non modaioli e quindi alle volte non immediati al consumatore dai gusti “standardizzati”, ma alla lunga rappresentano delle tipicità importanti espressione del territorio e quindi patrimonio da difendere e valorizzare con prospettive di crescita molto elevate. Tuo marito Giulio è alla Presidenza dell’Associazione di Produttori dello Schioppettino di Prepotto, è stata conquistata la denominazione di sottozona “Schioppettino di Prepotto” che verrà riportata in etichetta con l’uscita della vendemmia 2008, ovvero nel 2010.
Quali sono i margini di crescita commerciale di questo vino all’interno dei confini nazionali e magari anche esteri?
Prepotto è un piccolo comune con 400 ettari vitati dove lo Schioppettino non rappresenta la tipologia maggiormente coltivata. Ci sono 33 produttori nel consorzio di produzione che con caparbietà e spirito di sacrificio stanno facendo di tutto valorizzare e rendere qualitativamente importanti le produzioni di Schioppettino. Vedo quindi un futuro roseo, ma bisogna procedere gradualmente, i 100 ettari vitati con questa tipologia ci costringono a una visione regionale che cerca di affacciarsi con sempre maggior energia all’interno dei confini nazionali.
Il mercato estero è più difficile da conquistare, le nostre produzioni sono numericamente parlando non così importanti da poter varcare i confini nazionali e soprattutto il vino friulano è in generale poco conosciuto all’estero, quindi alla base ci dovrebbe essere una promozione maggiore del marchio Friuli in modo che i nostri ottimi vini possano essere valorizzati come meritano.
Dietro ogni etichetta di vino c’è vita, passione, sacrificio spesso la storia secolare di una famiglia o azienda, purtroppo viviamo in una società dove conta molto l’apparire, a discapito a volte dei contenuti che dovrebbero essere i più importanti. Quanto conta saper comunicare oltre che con la bontà del vino anche attraverso operazioni di marketing, che possono partire dalla veste grafica e un nome azzeccato in etichetta fino alla ricerca di una visibilità sui media di settore?
Fino a qualche decennio fa contava poco perché c’erano pochi produttori che puntavano sulla qualità e che essendo bravi non avevano bisogno di pubblicità perché il prodotto si vendeva da solo. Ora la situazione è cambiata, c’è tanta concorrenza, il livello qualitativo medio è cresciuto, ci sono tanti bravi produttori e quindi il lavoro di comunicazione e di marketing è diventato importante e deve essere svolto in maniera continua senza abbassare la guardia per non perdere posizioni di visibilità nei mercati. Il cliente storico, quello che ha già avuto modo di assaggiare i nostri prodotti è stato affascinato dal contenuto della bottiglia e quindi sa già cosa vuole o cosa ricercare, mentre quello nuovo deve essere conquistato e quindi anche la veste grafica, l’eleganza della bottiglia e la visibilità sui media di settore può essere importante.
Giulio marito/enologo conduce l’azienda, Federica moglie/sommelier si occupa attivamente di marketing, comunicazione, eventi e accoglienza in cantina. Un rapporto familiare/lavorativo sempre in sintonia o ci sono anche delle costruttive divergenze di opinione?
Io sono arrivata dopo in azienda, quindi all’inizio avevo tutto da imparare e ho iniziato a “rubare” pian pianino i segreti del mestiere. Io e Giulio abbiamo due personalità diverse e due ruoli diversi in azienda. Lui enologo segue anche il commerciale e deve avere un metodo di comunicazione più semplice, diretto ed efficace. Io sono addetta alla comunicazione e devo quindi avere più emozionalità e più enfasi per trasmettere ai miei interlocutori tutte le mie emozioni in modo efficace e convincente. Quindi due personalità diverse che si occupano di cose diverse con l’obiettivo comune di fare degli ottimi vini che possano essere conosciuti ed apprezzati dal cliente finale.
Sperate che i vostri figli seguano la via intrapresa dai genitori o li lascerete liberi di percorrere la loro strada magari verso altre passioni?
L’azienda, dopo il grande lavoro di Giuseppe e Carla, è arrivata alla seconda generazione. Giulio era molto legato alla famiglia e ai suoi sogni e non poteva non proseguire per questa strada con passione ed entusiasmo. Ovvio che speriamo che i nostri figli seguano la nostra strada, ma saranno liberi di scegliersi il loro cammino, magari facendosi le loro esperienze, poi sarà un enorme piacere se li vedremo con amore e passione partecipare attivamente alle attività aziendali.
Il vostro Siùm (sogno in friulano) si è realizzato in pieno o avete qualche progetto per l’immediato futuro per quanto riguarda la vostra azienda?
Diciamo che il sogno si è realizzato, se si pensa che nel lontano 1973 Giuseppe e Carla sono partiti dal nulla ed ora l’azienda “La Viarte” è un piccolo gioiellino nel panorama vitivinicolo regionale e nazionale. Diciamo nel futuro si potrebbero incrementare i numeri ed arrivare alle ipotetiche 150 mila bottiglie per poter affrontare i mercati con quantitativi maggiori che ci permettano quindi una maggiore visibilità e competitività.
Sei seduta all’aperto nel vostro “salotto nel vigneto”, all’orizzonte il panorama mozzafiato delle dolci colline di Prepotto e uno stupendo tramonto che regala grandi emozioni. Dimmi con quale personaggio famoso che ammiri e vorresti conoscere condivideresti questo momento, due vini, uno tuo e uno della concorrenza che degusteresti con lui e quale sottofondo musicale allieterebbe questo magico momento.
Approfitto del fatto che mio marito Giulio è a letto con l’influenza per organizzare un incontro nel salotto nel vigneto con Brad Pitt, senza Angelina Jolie al seguito, questo sia sottinteso. Con lui degusterei il nostro Liende e uno Chardonnay francese, il tutto accompagnato dalle note di buona musica Jazz.
A questo punto colui che vi scrive deve allora sacrificarsi per evitare che la povera Angelina se ne resti sola soletta senza il suo amato Brad. Quasi quasi gli telefono e la invito a fare un giretto sul mio vespino fra le colline dei Colli Orientali del Friuli e le faccio assaggiare qualche buon vinello, ma mi sa che per questa volta è meglio che non passi per Prepotto.
Stefano Cergolj




