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Delcré Sei-0-tredici: un torrente e un doppio Capolavoro

Il sole tramonta ancora presto negli ultimi giorni dell’anno, nel freddo limpido di dicembre. Per fortuna queste ultime giornate regalano un po’ di sole, e si guadagna qualche minuto di crepuscolo.
Decidiamo, io e Maurizio, di andare a trovare i fratelli Lorenzon, poco distante, a Roncadelle di Ormelle, sempre Greve del Piave, sempre riva sinistra. Cielo limpido e buio: la luna spunta all’orizzonte, ma noi ci rifugiamo in cantina, confidando nel calore del vino, ma soprattutto di questo metodo classico di cui Maurizio mi ha spesso parlato: solo in magnum, pochissime bottiglie, Manzoni Bianco in purezza. Inevitabile essere molto curiosi!
Ci accoglie Terenzio, uno dei tre; poco dopo arrivano anche Giuseppe e Ernesto.

Tramonto sulle Greve

Breve ma doverosa premessa sul Manzoni, professore e vitigno. Luigi Manzoni è il “padre” di molti vitigni, frutto di incrocio tra varietà di Vitis vinifera, e fra questi del “Capolavoro Manzoni”, come ebbe a definirlo il prof. Pirovano. Agordino di origine, laureato in Agraria a Pisa, venne assunto nel ’12 (cent’anni fa!) dalla Regia Scuola di Viticoltura e di Enologia di Conegliano, come assistente alla Cattedra di Scienze Naturali e Patologia Vegetali, e furono questi i campi in cui lavorò nella sua lunga carriera di docente e sperimentatore.
Dopo secoli di declino della viticoltura, dopo i flagelli delle gelate storiche e delle tre disgrazie importate dall’America, stava diventando evidente la situazione disastrosa del “vigneto Italia”: confusione varietale, tipologie di poco pregio, altre estremamente produttive (e quindi spesso scadenti), coltivazioni promiscue. Fra le tante soluzioni trovate (e molte di esse davvero valide, anche se poco, all’epoca, in merito alle resistenze), si tentarono anche gli incroci, ovvero la riproduzione sessuata di due varietà (e non quella agamica/vegetativa come la talea).

I fratelli Lorenzon

Nacque così, da un fiore di Riesling renano fecondato dal polline del Pinot bianco, l’Incrocio Manzoni 6.0.13. Appartiene alla seconda serie di incroci, fatta tra il 1930 e il ’35, come indica lo 0 centrale (nella serie tra il ’24 e il ’30 non compare), mentre gli altri numeri indicano filare e ceppo del vigneto dove vennero osservati i risultati nel corso degli anni.
Fu un lavoro paziente, minuzioso, che diede alla luce – tra quelli di maggior pregio – due vitigni bianchi (6.0.13; il 2-3 ed il 7-0-7, purtroppo scomparso), tre rossi, di cui uno aromatico (2-14, 2-15 e 13.0.25, che è Raboso x Moscato), un Manzoni Rosa (1-50, Trebbiano x Traminer) ed un’uva da tavola, la Augusta, in onore della moglie.

Terenzio Lorenzon con la bottiglia

Il Manzoni bianco è diffuso un po’ tutto il trevigiano: è poco produttivo, grappolo piccolo e compatto (un po’ come i genitori), ma ricco di corpo, zuccheri (un po’ come lo Chardonnay, e la parentela in effetti c’è) ma soprattutto acidità, che mantiene anche in estati calde. Forse sconta per la bassa produzione la rivalità col più noto e ormai onnipresente Glera, ma per un grande bianco, o un metodo classico non c’è vitigno migliore che possa raccontare questi territori. Un Capolavoro Manzoni, ma stavolta, è il caso di dirlo, il Capolavoro è Lorenzon.
Solo 700 magnum per l’annata 2010, quella che sta per uscire in questi giorni di fine inverno: un vino che si potrebbe definire naturale, vista la sola solfitazione del mosto, ma sicuramente un vino che si può definire grande, visto il risultato.
Non resistiamo molto, e lo assaggiamo, prima di continuare a parlare dell’azienda e del progetto Delcré.

Il Delcré nel calice

Nel bicchiere è dorato, brillante per il perlage persistente. Apre sul floreale intenso e avvolgente di rosa e fiori di pesco, ma la frutta matura che segue sposta le percezioni verso sentori più caldi di albicocca, mosto di vino, il balsamico fresco e intenso di menta che a tratti si trasforma in qualcosa di più mediterraneo, come il rosmarino, e poi varia ancora, tornando l’erba tagliata e la pesca. In bocca è pieno, persistente, lungo, travolgente come solo certe esplosioni di profumi ed energia, in quell’inafferrabile metamorfosi della primavera in estate, sanno essere.
Ritornare sui profumi è istintivo, e si riconoscono la frutta esotica, l’ananas, gli agrumi canditi, la fragola. Secondo lo stesso approccio è stato prodotto anche un Raboso, sempre 2010, sempre stessa zona: la più vocata per il vitigno rosso del Piave.
Questo viene dalla botte invece, intanto che chiacchieriamo e facciamo una merenda un po’ posticipata, e subito nel calice ce l’ho troviamo rosso impenetrabile. Profumi vegetali di menta e erba, poi di yogurt, spezie e foglie d’alloro. Un po’ indisciplinato, ma è solo questione di ritrovare la strada in bottiglia e attendere. Lo assaggiamo: equilibrato, pulito, unito nelle componenti. Torna il balsamico mentolato, appare la cioccolata, i datteri, il candito.
Si tratta di una vendemmia anche qui – come nel Manzoni – portata più avanti del solito, alla seconda metà di ottobre. Fermentazione anche qui spontanea con quasi un mese di macerazione, svinatura e qualche travaso iniziale. Niente di più. La presa di spuma era iniziata, per il Delcré 6.0.13, alcuni mesi dopo la vinificazione, ed è durata fino alla scorsa estate la sosta sui lieviti (circa 20 mesi). Quindi a breve saranno pronti entrambi al consumo.
Guardano avanti, i Lorenzon, coi piedi ben per terra. Continuano la storia di quest’azienda fondata – sembra – a metà Quattrocento, anche se non è certo: possiamo ben dire che a memoria d’uomo fanno vino!

Il Delcré Raboso

Espedito Lorenzon negli anni ’50-’60 imprime una spinta qualitativa importante all’azienda, facendola crescere fino a lasciarla ai figli a fine anni ‘90, pur continuando comunque ad essere presente ed attivo in azienda.
Ed ora, con l’aiuto di Maurizio Donadi, in questa linea Delcré, i fratelli Lorenzon mettono alla prova loro stessi in qualcosa di più, spostando in alto la qualità, visto il grande impegno in campagna e in cantina, che dovrà giustamente essere valorizzato dai consumatori, ad un prezzo collocato più in alto rispetto al resto della produzione.
Come tante realtà della zona, la prevalenza della produzione viene venduta come vino sfuso, ed ecco nascere quindi il progetto Delcré per far conoscere le potenzialità del territorio e dell’azienda, creando dei prodotti con una propria filosofia produttiva, che sarà consolidata nel tempo. Quali, i caratteri salienti di questa “vinosofia”? L’artigianalità della fattura e l’assenza di additivi – eccezion fatta per la solforosa – e di filtrazione; per entrambi i vini la fermentazione (e la presa di spuma) è con lieviti indigeni, senza correzione dei parametri chimici: essenzialmente, quindi, enologica la diversità, in quanto la vigna è gestita con molta capacità pressoché tutta allo stesso modo sui 30 ha: niente diserbo, trattamenti oculati e integrati, sovesci.
Ma cosa significa “Delcré”? Il Cré è un torrente di risorgiva, che nasce vicino l’azienda, e divide i terreni dell’azienda scorrendovi in mezzo: un torrente che in realtà, invece di separare, unisce.
Unisce tre fratelli, unisce un’azienda e lo fa attorno all’idea di vino di grande qualità, come quello bevuto quella sera: un vino nato da un territorio che ha nelle proprie vene d’acqua che lo nutrono, la cultura della vite e del vino.

Andrea Fasolo

Aspirante agronomo, laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche e poi in Scienze agrarie, innamorato tanto della vite che del frumento, e tanto delle colture quanto della cultura che vi affonda le radici. Lo appassionano tutte le forme di agricoltura a basso impatto e ad alta fertilità, che mettono la terra al centro dell'agricoltura e del mondo che ruota attorno al più antico e nobile dei mestieri.

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