I racconti di Alda: Ricordando…

Un bar di periferia, il sole di aprile, una mattina qualsiasi, gente che va e viene, due giovani donne sedute accanto al mio tavolino. Due amiche forse e io sola, lì a pensare alla Pasqua vicina e di cui non so ancora niente, dove sarò e con chi, il mio caffè ormai freddo. Anni che non bevevo caffè, così mi viene in mente quando con mia sorella Andreina, la maggiore, vivevamo insieme con i nostri figli allora bambini di pochi anni, noi con la nostra storia diversa e il nostro caffè della mezzanotte, un caffè che non avrebbe potuto tenere sveglio neanche il dio dell’insonnia tanto era leggero. Era la nostra ultima coccola prima di sprofondare nel buio e nel silenzio della notte e del sonno, i bambini già addormentati da ore. Coccola prima di…Così chiamavamo quella specie di acqua caffeata che mandavamo giù lentamente quasi fosse il nettare degli dei ed è così che arrivano i ricordi, basta una parola, un gesto non più consueto, un tempo senza più tempo.
“Per la Pasqua abbiamo deciso di andare in gita a Napoli se la giornata sarà bella” dice una delle due donne sedute a un metro da me.
Non so che cosa volesse dire con quel “abbiamo deciso”. Un marito, dei figli, amici. A Napoli, Andreina ed io, per un certo periodo della nostra vita, andavamo quasi tutte le domeniche, dalla mattina alla sera, a trovare la zia Lina che per anni veniva ospite da noi per una settimana o due, quando era ancora viva la nostra mamma. Ormai non viaggiava più, stava male e le parti si erano invertite. Andreina ed io, della nostra famiglia, eravamo le sole a vivere a Roma, nostro fratello Gabriele viveva a Palermo con la moglie e la figlia e Marina, l’altra nostra sorella, a Milano, con marito e figlia. Ci vedevamo abbastanza spesso e ci sentivamo tutti i giorni, ma la lontananza a volte ci pesava. Tutti diversi, ma sempre solidali e uniti. Io la più piccola. Tra me e Marina c’era poco più di un anno di differenza. Quante vacanze insieme, quante volte quel treno Roma-Milano Milano-Roma.
“Napoli è bellissima con il sole, ti auguro che sia proprio una bella giornata, anche se a volte a Pasqua…” L’altra donna, altra voce.
Ricordo bene la nostra Pasqua a Napoli. Il treno della mattina in ritardo, la pioggia ma poi, durante il viaggio, il cielo che si schiariva. Nostro cugino ci aveva assicurato che sarebbe venuto a prenderci alla stazione, ma una volta scese dal treno per quanto ci guardassimo intorno non riuscivamo a vederlo, tranne per…. Guarda Andreina, non è lui quel tizio vicino all’edicola che si agita come se cercasse qualcuno? Ma che dici, non vedi che tipo losco, sembra un bandito, mani nelle tasche, il bavero dell’impermeabile sollevato, il cappello calato sugli occhi…Mah, forse hai ragione, meglio andare a cercare un tassì, è Pasqua non voglio che la zia stia in pensiero. Pensavo alle cose buone che sicuramente ci aveva preparato, cannelloni, casatiello, arrosto alla Lina (sua specialità) e tante altre squisitezze tipicamente napoletane accompagnate dal Taurasi, il suo vino preferito e infine la pastiera con lo spumante, il migliore. Il tempo di ripassare mentalmente e golosamente le delizie che ci aspettavano ed eccoci arrivate. Quella nostra strana Pasqua lontane dal resto della famiglia, noi due, mia sorella Andreina ed io, solo perché avevamo la certezza che quella sarebbe stata l’ultima domenica trascorsa insieme alla zia.
I profumi della casa, gli abbracci, la tenerezza di quei momenti, una chiave che gira nella serratura, una porta aperta e subito richiusa, passi pesanti. “Perché siete scappate dalla stazione senza aspettarmi?”. Nostro cugino, ma sì proprio lui, il tipo losco. Povero Gianni, erano stati l’atteggiamento a confonderci, la pioggia, la ressa e la promiscuità tipica di tutte le stazioni.
In quel momento avevo evitato di guardare Andreina per il timore di ridere. Io, con la mia facile ridarella, residuo di un adolescenziale rigurgito. Era stata davvero la nostra ultima domenica in viaggio per Napoli, la zia morì pochi giorni dopo. Una domenica rimasta a lungo nel nostro cuore, fermata per sempre da una fotografia incollata su un vecchio album di famiglia.
“Per l’estate abbiamo deciso di andare in Sicilia, l’estate arriva presto”. Stessa voce, stesso “abbiamo”.
Anni che non vado a Palermo. Sempre il treno per i nostri viaggi, dovunque si andasse e questa volta con Dino. Noi due da soli, da mio fratello Gabriele. Viaggiavamo di notte, con il letto.
Lui ci aspettava all’arrivo con la piccola Tosca. Quelle giornate di sole e di mare, le gite a Cefalù a Mondello, a Erice, a Monreale così bella da sbiancare il cuore. Le strade di Palermo, le più antiche, i mercati e poi i pomeriggi, la piccola Tosca ed io a giocare alle signore, con il tè, i pasticcini, tante chiacchiere, risate, coccole e la musica che non mancava mai. Mio fratello appassionato di lirica, noi due nella stanza di Tosca, lui e Federica, mia cognata, nel salone tra un brano della Bohème, uno della Butterfly, della Traviata. Musica e ancora musica. Che bei momenti quelli, com’eravamo felici, ancora fuori dalle ansie e le difficoltà della vecchiaia. Tosca bambina, Federica giovane donna, noi adulti con ancora un lungo tratto di vita da vivere insieme. Non tanto lungo quanto avremmo voluto. E poi Gabriele, mio fratello. Durante quei giorni non pensavamo alla distanza che presto ci avrebbe di nuovo obbligati alla lontananza. Vite diverse. Quei viaggi. Roma- Palermo, Palermo – Roma e il mondo che cambiava, il tempo che divorava i nostri anni, che mutava tutto, che ci portava non sapevamo dove. Né quando.
“Lo sai che in questi giorni a Milano fa più caldo che a Roma”. Altra notizia raccolta così, per caso, tra il vocio degli altri clienti e un sottofondo musicale, no, non di musica lirica. Rap. I gusti cambiano. Milano. Come non ricordare i miei spazi con Marina? Quell’indimenticabile estate a Levico, un’estate che ci è rimasta addosso senza mai scolorire nel tempo. Avevamo vent’anni, la prima lunga vacanza estiva dopo la guerra. Noi due senza nessun altro della nostra famiglia, ma con due carissime amiche. Il senso di libertà, il gusto della ripresa di una vita quasi normale, sia pure in mezzo a rovine ancora visibili. Le mattine in barca lungo il lago, le soste al caffè Impero, le passeggiate, le serate di balli e di allegria al Grand hotel, le nuove conoscenze, le deliziose signorine che ci ospitavano e cucinavano per noi cibi squisiti. Era davvero tutto così entusiasmante o erano piuttosto i nostri vent’anni e la fine del tempo buio della guerra a creare quella magia? Marina ed io. Gli scontri sulla politica, mentalità diverse. Discussioni, musi, ma poi sempre incapaci di rimanere a lungo in tensione e ritrovarci unite, solidali, complici.
Andreina, Gabriele, Marina ormai non ci sono più. Se ne sono andati uno dopo l’altro, in ordine cronologico. Di tutta la mia famiglia d’origine sono rimasta soltanto io. Anche Dino se n’è andato. Se mi volto indietro trovo solo un grande vuoto nel quale precipito facendomi male, ma poi mi rialzo e guardo avanti, dove c’è ancora tanta vita, c’ è Dio che non ci abbandona mai, neanche quando siamo noi ad abbandonarlo, c’è l’altra mia famiglia con le nuove generazioni. L’amore che posso e so ancora dare. L’amore che ricevo.
Mi lascio alle spalle il bar e il caffè che non ho bevuto e m’incammino nel sole. Nel cuore e negli occhi la promessa di un futuro tutto da scoprire.
Alda Gasparini


