Commento allo scritto “Appunti per una storia di Montalcino” di Stefano Cinelli Colombini (edizione 2016)
Avevo avuto l’occasione di leggere il canovaccio di questo testo nell’estate del 2011, proprio quando ero ospite di un sanatorio in mezzo alle foreste dei Beschidi in Polonia per la riabilitazione del cuore dopo l’impianto di un defibrillatore cardioverter e la preparazione a un prossimo trapianto del cuore. Condizioni psicologiche eccellenti davvero. E a corredo del canovaccio avevo anche ricevuto un altro scritto datato 2004 di Stefano, che aveva la pazienza di sostenere un carteggio chilometrico che era l’unico contatto con il mondo esterno. Per giorni, andando a funghi su e giù per i sassosi sentieri dei boscaioli polacchi, nelle soste forzate dal ritmo del polso e dai provvidenziali cespugli di more, me lo sono letto e riletto avidamente. Non avevo mai incontrato una storia così ben raccontata, non avevo mai sognato di proiettarmi in quei paraggi, a quei tempi, come vivendoli di persona. Soltanto l’orologio e l’ago-cannula mi richiamavano alla realtà mentre il pensiero volava come se niente fosse da un’epoca all’altra (tanta è la storia di Montalcino).
A dire la verità, spesso gli scritti di storia sono pallosi, fitti di particolari, nomi, date e citazioni che te li fanno venire a noia, specialmente quando pesano anche nelle mani e non vedi l’ora che la tortura del cervello finisca presto. La stessa sensazione di uno Champagne nella flûte, quello strumento di tortura del naso dal gambo sottile e di forma allungata che non ci lascia gustare in pieno l’ottava meraviglia del mondo. Come scrive invece Stefano, sembra sempre di essere lì e ci si potrebbe pure crogiolare, in poche pagine di una leggerezza che sembra quella dell’olio extravergine d’oliva di correggiolo, leccino e moraiolo.
Il testo che mi è arrivato adesso, cinque anni dopo, è stato riveduto, corretto e integrato, reso in forma più scorrevole e avvincente e non ce n’è un altro che possa descrivere meglio, oggi, gli eventi più importanti della storia di Montalcino, in forma essenziale, senza troppi fronzoli e senza mai perdere la testa. Ma la cosa più importante è che fa venire proprio la voglia di andarci, a Montalcino, e di starci un po’ a godersi questo paesino abbarbicato su un’altura da cui si dominano le campagne senesi e che si allunga fra boschi e vigne fino alle pendici del grandioso Monte Amiata, in una natura veramente affascinante.
Mi chiama “fratello lontano” il mio Stefano e non ha tutti i torti. Ti puoi soltanto sentire un fratello di questa gente quando arrivi, ma senti di arrivare da un altro mondo, da un altro tempo, come sbarcato dall’astronave USS Enterprise del capitano James Tiberius Kirk e del vulcaniano dalle orecchie a punta S’chn T’gai Spock. A me è capitato in luglio e mi ritengo fortunato, come folgorato sulla via di Damasco. A Montalcino siamo su un altro mondo. Già per arrivarci si devono percorrere strade e stradine in un andirivieni di curve e di strettoie che sembra ancora il dopoguerra. Perfino il Giro d’Italia qui per un attimo assomigliava ancora a quello di Learco Guerra o di Gino Bartali per quella indimenticabile tappa che ha fatto qui. Andando in giro per taverne, cantine e campagne metti via il cellulare e l’orologio, dammi retta. Lasciati abbracciare dal respiro della Storia e dal fascino della campagna indomita e feconda di questo crocevia, anzi di questo grande porto franco che fin dal Medio Evo si è trovato a meraviglia a cavallo della più importante strada del mondo, la via Francigena.
Ecco, quando leggerai questo condensato della sua storia e arriverai alla bomba atomica che ne ha fatto di colpo un deserto, cioè alla costruzione dell’autostrada del Sole che dal 1963 l’ha tagliato fuori dal principale flusso del commercio e ne ha espulso i tre quarti della popolazione, allora capirai. E ti divertirai. No, non sono un mostro, piango anch’io quell’autentica tragedia che in quel borgo tanto bello ha sconquassato tutto, ma ci si può divertire davvero a pensare che in quello stesso preciso momento è nato un futuro tanto diverso da quello della stragrande maggioranza dei borghi d’Italia, oggi invasi dalle auto e dai centri commerciali, mentre chi arriva su questa terrazza prima o poi si sente come un alieno che guarda giù alle disgrazie degli altri e da cui per fortuna è scampato, almeno per un momento della vita, uscendo da un mondo tritacarne. È proprio qui che non sono mai riusciti a seppellire quella che nel cuore di tutti si chiama speranza di un mondo nuovo, eppure antico. Ci si sente come l’uomo che è vissuto nel futuro e che ci tornerà per cambiarlo. Sono le persone come Stefano che ci tramandano da tempi immemorabili questo sentimento che muove il mondo.
Sì, gli ilcinesi si sono dati da fare proprio come i tedeschi dopo i cruenti bombardamenti al fosforo delle loro città e i giapponesi dopo le due infernali esplosioni nucleari, ricostruendosi un destino da quel deserto che era diventata questa terra, risorgendo come l’araba fenice perché il vero tesoro, la vera ricchezza erano proprio loro, i rimasti, i sopravvissuti, con la loro cultura, il loro modo di vivere, il loro carattere, il loro olio e il loro vino. Ed è così che quello che, durante gli anni del boom economico per gli altri, era ormai considerato uno dei paesi ormai più poveri e abbandonati su scala nazionale è riuscito a ritornare ai fasti di un tempo, ma senza farsi stravolgere dalla chimera industriale ed oggi, anche se nessuno lo scrive, Montalcino è di gran lunga la comunità agricola più ricca del mondo e forse è addirittura il Comune più ricco d’Italia.
Montalcino deve tenersi stretta la sua bandiera, il Brunello, che sta portandola così lontano. E’ tutto qui: un successo duraturo si costruisce sempre e solo con forti radici nella storia e nel territorio; gli ilcinesi hanno creato la cultura che ha generato il Brunello, ma se ora vogliono crescere devono creare una storia e un progetto comune insieme con tutti i nuovi venuti. E soprattutto per questo sono dannose le leggende da bar come quella del singolo genio del vino o della grande azienda che quasi da sola crea il successo mondiale del Brunello. Questo grande vino è nato da una comunità e allora cresce e cambia solo grazie al consenso di tutta questa comunità immersa in perfetta simbiosi con la flora e la fauna come un’arca di Noè. Direbbe la sua anche il poderoso bramito dei cervi di notte nel cuore delle vigne d’altura per non parlare di come griderebbero le faine che corrono sui tetti dei casolari di pietra. Anche se non ti fanno dormire, di notte, ti fanno riflettere.
