Cagliari: la birra 100% made in Casteddu, tra profumi mediterranei, mirto e fichi d’india
Con ancora il profumo dei ricci di mare sulle dita – e del polpo pressato in valigia – me ne sono andata da Cagliari: una città splendida, fatta di persone splendide. E le prime sono state quelle del Birrificio di Cagliari.

A Beer Attraction mi ero accordata con Marco Secchi sul vederci al suo birrificio: sarei passata in città, non potevo mancarli. Scherzando mi dice di sbrigarmi che Emily, sua moglie e collaboratrice, ha con sé qualcuno in dirittura di arrivo…ma poi una chiamata cambia tutto: il Barcellona Beer Challenge e un premio da ritirare proprio negli stessi giorni della mia trasferta. Solo dopo scopriremo, sia io che loro, che i premi erano di più di quelli previsti, in un trionfo totale.
Beh, gli dico che sono contenta per loro (vero) e che farò giusto un salto al birrificio (falso, sarà più di uno) e che sarà per la prossima volta (di questo sono certa).
Proprio all’aeroporto incontro Michele, amico da anni di bancone romano e da 1 anno collaboratore di Marco, e con lui Anita, responsabile commerciale del birrificio, di ritorno giusto da Barcellona.
Ci vediamo la sera da loro, Marco ovviamente non c’è, ma scoprirò che la sua ospitalità, e quella dei suoi collaboratori, è molto più grande della distanza Barcellona – Cagliari.
Il birrificio, che quest’anno compie 10 anni di attività, è il primo brewpub sardo: grandi tavoli, impianto a vista, caratteristica che amo molto mentre sono al bancone, qui alto e accogliente, personale splendido. In seguito scoprirò che anche il cibo non è solo un’offerta che accompagna le birre, ma ne equivale in personalità (il cavallo ne aveva eccome) e qualità: prendo una bistecca di manzo, ma è talmente buona che prendo anche quella di cavallo. Prima del contorno. Nella stessa cena.

Con Michele, Anita e Giulia, sorridenti e alla mano, ospitali da morire, iniziamo dalla loro ultima creazione one shot, Genneruxi (il nome di un quartiere della città) Ipa di cui Michele va molto fiero – non tradisce le sue origini romane in effetti – bilanciata, caratteristica che scopro essere comune a tutta la linea, rendendola adatta praticamente a tutti i gusti, operazione non facile dato il pubblico molto eterogeneo, non troppo amara con preponderanza della parte maltata, e la Tuvixeddu 4,5% (la più grande necropoli punica ancora esistente, a Cagliari) bitter inglese, dal bel colore pieno, amara e secca come da tradizione, che mi piace parecchio. Noto intanto diversi ordini della weisse Stampaxi 5% (Stampace, uno dei 4 quartieri storici in città), stile che non amo particolarmente, ma che qui mi incuriosisce, almeno dal momento in cui mi nominano la bottarga (sia-santificata-la-bottarga), a cui l’hanno abbinata diverse volte, in occasione dei laboratori Birra – Pesce, organizzati presso il birrificio.
È beverina, e la parte acidula intensa la rende fresca e adatta a sgrassare il sapore delle uova del pesce. Gli chiedo se i sardi la pensino allo stesso modo, mi rispondono “Insomma”. L’abbinamento con la birra artigianale infatti è ancora di difficile concezione da parte degli isolani, per tradizione legati al vino bianco (solo di recente inizia ad essere frequente anche il rosso nei pressi dei piatti di pesce). Continuo provocando…allora l’Ichnusa? Non è forse “l’anima sarda” – anima venduta all’Heineken – che tanto fiera rende la gente locale?
Rido, vedo bene che il marketing adottato fa la sua parte, l’orgoglio degli abitanti della bella regione farà pure il resto, ma la suggerita artigianalità si perde proprio nello stesso torbido di quella non filtrata, ultimo baluardo di appiglio per comunicare quello che si vorrebbe essere. Beh, seppure i sardi siano affettivamente legati alla birra dell’isola (alle sue pubblicità ben fatte piuttosto), fortunatamente i ragazzi mi confermano una crescita di interesse per la birra artigianale, si parla di circa 35/40 birrifici con impianto nella regione, e un bel pubblico per il birrificio. Mi dicono che dovrei tornare con la bella stagione per il Bosa Beer Fest, la cui descrizione mi parla di lago, montagna e mare tutti in una volta, e non ho difficoltà a crederlo conoscendo la bellezza del luogo. Qui si riuniscono le produzioni sarde, una ventina oltre i nomi ospiti, e tanti appassionati.

Intanto continuo ad assaggiare birre che il BdC ha ormai strettamente legato al territorio e alle sue materie prime. La birra è incredibilmente fresca, ne hanno un paio appena uscite, mi spiegano che non hanno fusti attaccati alle vie, perché è l’impianto a essere direttamente collegato, fattore che aiuta anche a “pulire” la birra. Hanno sempre 2000 litri pronti e poco margine di errore una volta uscita. Perché a quel punto è un attimo, ed è già nei bicchieri. Non si rischia di restare assetati insomma, e neanche delusi (ehm…passo giusto la sera successiva per riprovare).
Tornando al discorso materie locali, ecco ciò che senza dubbio differenzia la produzione: fico d’India, corbezzolo, elicriso, sono alcuni dei principali ingredienti utilizzati nella linea fissa ma speciale. Parto dalla Figu Morisca 5,2% mio debole (e non solo mio, dato che ha ottenuto diversi riconoscimenti), birra che amo e seguo dalla sua nascita, in cui il gusto del fico d’india esce in tutta la sua pienezza, mantenendola però fresca e delicata. Ha una base blanche, viene utilizzato infatti del frumento arricchito da coriandolo, scorza d’arancia e ovviamente il frutto, attentamente selezionato, come mi spiega Anita. La raccolta avviene infatti in un unico periodo dell’anno, dopo ferragosto, per poi seguire una meticolosa lavorazione: sbucciatura, estrazione con setaccio della polpa e succo con eliminazione dei semi, pastorizzazione, abbattitura, e congelamento per la scorta che servirà per tutto l’anno.

La Meli Marigosu 6,5% invece è la saison arricchita da miele di corbezzolo (al 100% mi precisano, senza che sia mescolato ad altri tipi di miele) il pregiato miele amaro sardo, oltre a frumento e avena, in cui le note mielate si sposano bene con il finale amaro. In questo caso, l’accesso al raro ingrediente, a causa anzitutto dell’instabilità delle condizioni atmosferiche, limita la produzione, rendendola una birra da provare, soprattutto se incuriositi dall’utilizzo di una materia locale tanto caratteristica quanto unica. Con la Meli, il birrificio gioca sui contrasti: da un lato con la base saison, la crosta di pane e la speziatura, dall’altro l’amaro del miele che la bilancia, rendendola più secca.
Restando in tema, è facile il passaggio al mirto, le cui bacche sono al contrario largamente utilizzate nella preparazione del tipico liquore della regione, ottenuto per infusione alcolica attraverso macerazione o corrente di vapore. La scelta del birrificio, di valorizzare questa pianta aromatica qui molto diffusa, vira sulla tradizione smoked, con la creazione della Mutta Affumiada 5,5% (lett: mirto affumicato), una smoked ale con aggiunta di bacche essiccate. Il risultato è una birra delicata, le cui note affumicate, più pronunciate inizialmente, lasciano spazio a sentori balsamici e aromatici tipici della pianta, e dei sapori mediterranei più in generale.
Mentre beviamo mi propongono di assaggiare la loro cream ale, e prima ancora che la mia espressione trasalita possa obiettare qualcosa, mi assicurano che nessun lattosio o derivato è stato brutalizzato e utilizzato per la sua realizzazione, la vellutata rotondità è data infatti dall’aggiunta di avena e mais. La mia allergia ringrazia e beve serena.

La Cream Heli 5% che richiama il rispettivo stile americano, ancora una volta è strettamente legata alla zona, grazie all’utilizzo dell’elicriso, pianta officinale locale. E ancora una volta la direzione di Marco è chiara, l’amore per i sapori della sua terra e la valorizzazione delle sue più particolari materie prime.
Non manca una linea classica, fatta di helles, dubbel, blanche e stout, ma non riesco ad arrivarci, sto assaggiando sapori molto particolari, e qui voglio restare.
Piuttosto cerco di terminare con una stout, la Casteddu, il nome locale di Cagliari, in cui cerco lo stile pedissequo possibilmente come tradizione comanda (e in questo con i suoi 4,5 gradi promette bene). Purtroppo però la strada per le buone intenzioni è lastricata di inferno (più o meno), e quindi termino la mia ultima sera troppo presto, e quindi senza stout, considerato che l’indomani ho un’impegnativa giornata di lavoro, proprio per la valorizzazione del nostro patrimonio enogastronomico all’estero, lo stesso patrimonio che mi sto bevendo al momento.
Saluto, è un arrivederci: la prossima volta ci sarà il sole, una scappata al mare (da Cagliari a Costa Rei è un paradiso), ci sarà Marco e la sua famiglia al completo, e i ragazzi, cui devo più di una birra e diverse risate, e mentre mi avvio per la mia strada tanti profumati fichi d’india ancora addolciscono i miei pensieri.
